FISSATI DALLO SPOSO NELLA MISERICORDIA CHE SPEGNE LA MALIZIA E SCHIUDE GLI OCCHI SULLE OPERE DEL SUO AMORE

 

Gesù sa vedere prima dei nostri peccati il desiderio del suo amore che c’è nel nostro cuore. Sa anche Lui che da Nazaret non poteva venire niente di buono, ma vi è sceso per trasformare nel “molto buono” creato dal Padre chi, a causa del peccato, ha smesso di esserlo. Come ha fatto con Natanaele, trasformando il suo dubbio in una splendida professione di fede: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. Perché per salvarsi e conoscere verità e felicità bisogna incontrare Gesù. E Dio si è fatto carne per incontrarci, cominciando da Nazaret e dalla Galilea delle genti, un po’ dogana e un po’ terra di nessuno; terra di contraddizioni, immagine dell’incoerenza tipica della carne debole che vanifica Legge e moralismi. Nazaret e la Galilea sono la nostra vita, una primogenitura che fatica a restare a galla tra i marosi del mondo. E’ questo momento dell’esistenza di tuo figlio, come la storia e i luoghi di ogni uomo. Per Gesù non c’era e non vi è terra migliore dove iniziare la missione della Galilea, divenuta da allora la profezia di ogni luogo dove chi lo cerca lo può trovare, e chi non lo cerca può essere trovato. Come è accaduto ai primi cinque discepoli. Cinque era, infatti, il numero minimo di discepoli che doveva avere un rabbino, come i libri della Torah e i sensi dell’uomo: quei cinque discepoli erano la primizia della Chiesa, l’assemblea santa radunata da Gesù nella quale la Torah si sarebbe fatta carne e sensi. Andrea, Giovanni, Pietro e poi Filippo e Natanaele, e poi i nostri fratelli, e poi tu ed io. Ciascuno, come in una catena di sguardi e parole che attraversa la storia, incontrato e chiamato da Gesù: “seguimi”, che letteralmente significa “metti i tuoi passi nei miei passi”. Nessun discepolo si appartiene: incontrato per incontrare, amato per amare, un discepolo è carne della carne di Gesù, ogni suo pensiero, sguardo, parola e gesto è un passo deposto nel suo passo. Come accadde a Natanaele, sul quale, attraverso Filippo, era planato lo sguardo del Messia inviato da Dio, l’unico che poteva vederlo senza malizia sotto il fico dove i saggi scrutavano le Scritture. Lo aveva visto nella luce della Parola che si stava facendo carne in lui nella comunità cristiana dove i sacramenti che attualizzano il Mistero Pasquale lo avrebbero fatto rinascere come figlio di Dio. Allo stesso modo Gesù ci vede oggi senza falsità perché ci vede già perdonati e rigenerati nel suo sangue! Sì, c’è falsità in noi: il nostro cuore trama sempre gettando “esche” perché gli altri abbocchino, secondo il senso originale del termine reso con “falsità” o “malizia”. Noi “incontriamo” gli altri per farne delle prede con cui saziarci. Ma Gesù ha il potere di estirpare questo veleno e trasformarci in apostoli liberi per amare, la “cosa più grande” anche di saperci guardati con misericordia. Ancor “più grande” è cioè amare nell’amore con cui siamo amati, per “salire e scendere” come “angeli” (messaggeri) con Cristo sulla “scala” della Croce dove incontrare i peccatori, offrire noi stessi e annunciargli il Vangelo. Per aprire loro il Cielo che nella Chiesa abbiamo visto dischiudersi sulla nostra vita, unita a quella del Messia “figlio di Giuseppe”, il servo sofferente della tradizione ebraica, che ha offerto se stesso per strapparci tutti alla morte.

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