GETTARE NELLA VITTORIA DI CRISTO LE NOSTRE SCONFITTE

Venerdì in Albis

 

Gli apostoli avevano “visto” il Signore risorto, e “gioito” nel contemplare le sue “mani e il costato” che testimoniavano che Egli era proprio il loro Maestro crocifisso tre giorni prima sul Golgota. Avevano visto molti segni miracolosi che Gesù fece in loro presenza;  ascoltato le parole con le quali li univa a sé e alla sua missione: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; ricevuto lo Spirito Santo per mezzo del quale rimettere i peccati. E così, ricolmi dello Spirito Santo, “dopo questi fatti”,  Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli partirono per la Galilea, dove “si trovavano insieme” quando “Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade”. Sono state fatte molte ipotesi sulla presenza in Galilea degli apostoli, ma io sono persuaso che essi vi si trovassero in obbedienza all’invio del Signore. Avevano sperimentato lo “scandalo” di Gesù e la “dispersione del gregge”, ma, proprio per averlo visto risuscitato e aver ricevuto lo Spirito Santo, erano certi che li avrebbe preceduti in Galilea, il luogo della missione.

Non a caso Giovanni presenta sette apostoli insieme a Pietro: “è il simbolo della Chiesa che viene mandata alle Nazioni, mentre i Dodici era il simbolo della Chiesa che veniva mandata alle dodici tribù di Israele. Nelle città pagane c’era sempre un consiglio, la “bulé”, il “Buletérion”, il consiglio dei sette saggi della città che prendevano le decisioni, e adesso abbiamo sette discepoli che sono quelli mandati ai pagani” (F Manns). E cosa fanno? “Vanno a pescare” con Pietro, in obbedienza alle parole con le quali Gesù, proprio dopo la pesca miracolosa sulle stesse rive del Mare di Tiberiade, aveva profetizzato a Pietro e agli altri apostoli la missione di pescatori di uomini. Eccoli dunque agli albori della missione nata dalla Pasqua, gettando le reti per pescare i pagani.

Ma dovevano impararla come opera di Gesù, scoprendo attraverso la propria debolezza che essa suppone un combattimento quotidiano: anche se “il Battesimo, donando la vita della Grazia in Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l’uomo verso Dio… le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell’uomo e lo provocano al combattimento spirituale” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 405). Con Pietro dobbiamo imparare a passare ogni giorno da “io vado a pescare” a “getto il mio io nell’Io sono di Gesù”. Per questo ci attendono notti di fallimenti dove sperimentare la sconfitta della superbia, l’unico impedimento alla missione. Comprendi allora perché, nonostante la Pasqua, non riesci ancora a perdonare quella persona: la vuoi pescare con gli strumenti e la perizia del pescatore secondo la carne, incapace di pescare le persone senza offrirle a se stesso… Per questo sei triste nonostante la Chiesa stia celebrando la gioia. Perfetto, è il passaggio fondamentale, il segno che il Vangelo si sta compiendo, non il contrario!

Coraggio, perché anche oggi la luce dell’alba di Pasqua ci viene incontro per strapparci alla menzogna. Non importa se, in quel fratello che non accettiamo, ancora non riconosciamo Gesù: importa la sua presenza e la domanda che essa ci impone: “Hai qualcosa da mangiare?”. Come dire: “Com’è andata la pesca? Hai amato sino a gettarti in mare per pescare dalla morte chi ti è accanto?”. L’ostilità e il giudizio che ancora coviamo risponde per noi, vero? No, non abbiamo nulla da offrire. Abbiamo tentato di amare, ma i pesci sono scappati sentendo odore di egoismo e superbia. Davvero puoi rispondere “no” a Gesù? Davvero accetti il fallimento e dici “no” al tuo uomo vecchio? Sarebbe l’indizio che stai risorgendo con Cristo.

Non a caso Gesù chiede ai discepoli se hanno del “Prosphagion” – “companatico”, cioè qualcosa che accompagni il pane, che è il cibo sostanziale. Per compiere la missione occorre accettare di non esserne gli artefici, ma solo dei servi che non sono più grandi di Colui che li ha mandati. Ciò significa consegnare a Lui i fallimenti del nostro io “ferito” nella sua “natura indebolita e incline al male”; per scoprire che proprio la nostra debolezza costituisce “il companatico” di cui ha bisogno il Signore per accompagnare la sua missione di Pane della vita.

E come si fa? Ascoltando la predicazione che ci illumina e per obbedire e gettare la nostra vita in Lui, proprio laddove non abbiamo pescato nulla. Che significa, ad esempio, tornare dal fratello che non abbiamo perdonato nell’umiltà di chi conosce la propria debolezza, gettando per questo la rete dalla parte destra della barca, il lato del tribunale dove anticamente sedeva l’avvocato. Occorre cioè lasciarci ispirare e accompagnare dallo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose e compie in noi l’amore sino alla fine di Cristo.

Come il discepolo amato sperimenteremo allora che “è il Signore” ad agire misteriosamente per mezzo della nostra debolezza nelle persone e negli eventi che incontriamo nella missione. Scopriremo anzi che ha operato ancor prima che uscissimo in mare per pescare; i centocinquantatré grossi pesci presi nel mare della missione, infatti, sono anch’essi il companatico , ovvero il pesce arrostito nell’amore che Gesù ha già preparato per noi sulla riva della Pasqua perché accompagni la sua carne fatta pane che non si corrompe. Non a caso in ebraico “Kaal Aawa”, che significa “la comunità dell’amore”, ha, secondo la Ghematria (tecnica rabbinica che assegnava ad ogni lettera un valore numerico), ha il valore numerico di centocinquantatré (Copyright F. Manns). 

 
La comunità cristiana unita a Lui nell’Eucarestia è il companatico che Gesù ha pensato e scelto per accompagnarlo nella sua missione attraverso le generazioni. Siamo cioè come la rete gettata in mare: è Lui che sa dove, come e quando. Ci è chiesto solo di restare sulla barca dove, pescati anche noi nella rete della comunione che non si spezza perché donata dallo Spirito Santo, obbedire alla Parola del Maestro.
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