MUTI DINANZI A UNA TOMBA

 

SABATO SANTO

Una morte atroce e poi un rantolo della terra nel rantolo delle carni, segni sconvolgenti, e poi più nulla, il silenzio, e un corpo deposto in una tomba. E’ qui che oggi desideriamo fermarci, nell’ultimo capitolo della Passione di Gesù. Ora tutto tace. Gesù è disteso sul marmo gelido del sepolcro, riposa nell’oscurità, non vede nessuno, nessuno lo vede; una pietra lo separa dalla vita, da questa vita nostra, dai sogni e dalle speranze, dai pensieri, dalle famiglie, dal lavoro, anche dai nostri mal di denti. Sino a qualche istante prima si era appassionato per le vicende della nostra storia, e tutti noi, come seguendo il filo di un racconto incalzante, ci eravamo appassionati a Lui, afferrati da quell’amore così sconvolgente; sino a un istante fa ci eravamo sentiti amati, avevamo provato dolore per Lui e per i nostri peccati, la sua lancia aveva dilaniato anche le nostre coscienze; abbiamo pianto, commossi da tanto dolore e tanto male.
 
Però ora abbiamo fretta che sia domenica, che sia resurrezione. Gli eroi vincono sempre, anche quando perdono. E vogliamo che sia vittoria, vittoria subito. E scivoliamo, veloci e distratti, sul sabato santo. In fondo sappiamo che dietro l’angolo di quella passione c’è il lieto fine. Conoscere l’epilogo, ci priva di qualcosa, ci protegge dallo scendere davvero in fondo al baratro del non essere.
 
Tra il dolore crocifisso e la gioia risorta, c’è il nulla del sabato santo. E’ vero che le chiese in questo giorno sono disadorne; è vero che il tabernacolo è desolatamente vuoto. E se Lui non c’è neanche la chiesa ha senso – dove pregare, a chi pregare se tutto è spoglio e vuoto? – e infatti, al passare rapido delle ore mattutine, preti, sacrestani e fedeli sono di nuovo indaffarati a farla bella e splendente per accogliere il colpo di scena che ci ridia presto quello che abbiamo perso, che ci rassicuri e ci tolga da questo impaccio da sabato santo.
 
Il nulla ci disturba, è ciò che più ci inquieta; il silenzio vero, l’oscura notte che soffoca lo sguardo ci dilania. Proviamo un istante a chiudere gli occhi, e sprofondare nel silenzio di parole e sentimenti. E’ la morte! Quel corpo esanime, il freddo emaciato di quel volto, e quel buio senz’aria, è la claustrofobia del cuore e dell’anima, ed è insopportabile. Eludere la tomba, sgusciarvi frettolosamente per riemergere quanto prima alla luce di Pasqua sarebbe tradire Cristo, e tradire irrimediabilmente noi stessi.
 
Questo giorno fatto di sepolcro, questi tre giorni secondo il cuore della fede, sono essenziali, decisivi quanto asfissianti, e non vi resistiamo, l’apnea della tomba ci spacca i polmoni, cerchiamo la luce e l’aria per vedere e respirare: la morte non ci può appartenere, sembra fatta solo per essere sfuggita. Ma la morte esiste. Esiste oggi, perché è il capolinea di ogni cosa, relazione, giornata. Non può essere diversamente, rigettarla significherebbe fare di Cristo e ella sua vicenda una caricatura, peggio, un’impostura.
 
Nulla è stato creato per la morte, nelle creature non c’è veleno di morte ci insegna la Sapienza della Scrittura; ma a causa di satana il nemico, la morte ha preso il suo posto nel mondo, e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono. E non appartengono a lui tante, tantissime cose di noi? Non portiamo le sue tossine sin dal seno materno? Non le porta il mondo a lui sottomesso, e la natura che geme in attesa di liberazione?
 
Senza ipocrisie e illusioni a buon mercato, la morte è l’amaro in cui è immersa la vita; si muore soli, esattamente come si nasce, quando ti tagliano quel cordone e devi vedertela da te. Non vi sono biberon per dissetare l’anima, non esistono flebo per nutrire lo spirito: la porta della vita è identica a quella della morte, stretta, un abito su misura, e chissà quando il sarto ha preso le tue misure, quelle di oggi, e di ieri e di domani, e nessun altro che te può varcare quella soglia.
 
Nel Mistero Pasquale non c’è fretta. La morte scende realmente a prendere possesso di Gesù, non si è trattato di una visita lampo, di un raid aereo. No, Gesù è stato tre lunghi giorni in quell’anfratto di solitudine. Tre giorni, spazio ricorrente nella Scrittura, anello misterioso che lega il tempo della sofferenza alla manifestazione prodigiosa di Dio, preludio necessario al suo intervento salvifico. Tre giorni in compagnia della morte. I tre giorni più importanti. Quei miracoli, quelle parole, quelle torture, quella Croce, senza il sepolcro dal quale destarsi vittorioso, non ci avrebbero salvato. Sarebbe stato un amore sino al limite, non un amore sino alla fine.
 
Invece Gesù, sin dalla nascita è stato come risucchiato da quella fenditura nella Roccia, dal sepolcro di Giuseppe. Lì doveva scendere, lì era la fine del suo amore sino alla fine; quell’ultimo respiro infondeva a tutto il compimento. Un alito debole, impercettibile, e dentro tutta la vita di Dio, come una benedizione che scendeva, si adagiava umile, invisibile: quel “Tutto è compiuto!” apriva il cammino al suo corpo senza vita, pervadeva quella tomba preparandola ad accogliere quella morte unica e santa. Un refolo divino interdetto all’occhio furbo dell’uomo; un mistero di vita che esplode nella morte, nessuna scienza potrà mai spingere quel bottone ad innescarlo. E’ sceso lì, in quel sepolcro, il gamete di Dio, come nel seno di una donna, e ogni tomba, da quell’istante, s’è fatta Sposa dell’Altissimo.
 
Il Figlio di Dio, uguale a Dio, Dio in Persona, doveva donarsi senza riserve a colei che tutti ci imprigiona; doveva passare da lei, la morte, per giungere a noi, suoi schiavi. Doveva immergersi nella nostra realtà perché ci accorgessimo di Lui accorgendoci della morte che portiamo dentro; doveva sposarci in quel sepolcro per riportarci nel Paradiso.
 
Il sepolcro che oggi contempliamo è il riflesso della nostra vita, donata per essere giardino e vissuta come un deserto. Ma è proprio lì, come il chicco caduto in terra di cui nessuno si accorge, che è deposta la vita. La sterilità diviene fecondità, l’impotenza è trasformata in potere senza barriere, la morte si volge in seno benedetto di vita. Il sepolcro nello scrigno della letizia che non ha fine. Quei tre giorni, lunghi, amari, oscuri e dolorosi, quei tre giorni nei quali la vita è sottratta e sembra non esservi più speranza, quei tre giorni sono i più fecondi.
 
Nessuno sapeva quello che stava accadendo dietro quella pietra, nessuno, forse neanche noi stessi, sa quale mistero inaudito si stia compiendo in noi. Ora, esattamente in questa situazione concreta, che forse durerà ancora molto, il tempo necessario e perfetto, forse sino all’ultimo nostro respiro. Nessuno poteva immaginare che in quel sepolcro nella sperduta terra di Giudea, in un giorno come tutti gli altri, per il contadino egiziano, per la prostituta romana, per il navigatore fenicio di molti secoli prima, per il derelitto che vaga nella metropoli del terzo millennio, per ciascuno di noi, in quel sepolcro si giocava la salvezza, la felicità eterna.
 
E’ questo il cuore di questi giorni, è qui che è seminata la Pasqua. Nel suo sepolcro, che è il nostro. La vita che oggi ci è data, quest’apnea priva d’aria e pace e felicità, questi tre giorni che sembrano non passare mai, sono già la Pasqua, indispensabile passaggio alla pienezza della vita. Santa solitudine, benedetta angoscia, beata sofferenza del tempo fecondo che prepara la vita eterna. Assorbiti oggi nel fallimento di Gesù, uniti alla sua morte, soli con Lui e invisibili per il mondo, si compie in noi pienamente la vita che ci è donata. Non manca nulla alla nostra Pasqua, a quest’oggi che è già Pasqua.
 
Occorre solo restare, pazienti, nel sepolcro. Abbandonati all’abbandono di Dio, il paradosso che ci ha redenti. Con Cristo consegnare tutto, senza riserve, lasciare che il Padre si prenda tutto, ma proprio tutto, che ci faccia morire su una Croce, che ci deponga in un sepolcro, che ci chiuda nel buio del suo abbandono, della sua assenza, alla solitudine totale. Come ha fatto con suo Figlio.
 
E lì, in quel nulla che ti crolla addosso come una pietra, scoprire il volto sconosciuto di Dio, quello sguardo che nessuno ha mai potuto vedere scolpito sul volto di quel suo Figlio crocifisso: lo sguardo di Gesù rivolto al Padre nell’ultimo, decisivo abbandono, consegna ciascuno di noi al perdono che è l’amore più grande, che fa di ogni lontananza la prossimità più intima, come la luce della Pasqua che si fa strada nel duro spessore della roccia.
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