SUL GOLGOTA PER VEDERE IL GIORNO DI CRISTO RISORTO NELLA NOSTRA VITA

 

GIOVEDI’ DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA

 

“Non vedere mai la morte”, magari… Magari non vederla in questo cancro, che invece me la ricorda ogni istante. Ci provo a distrarmi, a fare come se non ci fosse, ma come un torrente carsico, sotto l’apparenza è una morsa che mi stringe cuore e carne. Un po’ come quando, da ragazzi, avevamo un esame all’orizzonte. Facevi quel che facevi, il pensiero era sempre fisso là, al giorno dell’esame, e ogni ora che passava era una condanna inesorabile alla tua pigrizia, mentre l’angoscia incalzava inducendoti a disperare di farcela a darlo quel maledetto esame…

Magari “non vedere più la morte” nel rapporto con mio padre, dopo tanti anni ancora così difficile. Magari non vederla in questo ennesimo giorno da disoccupato; mi alzo, mi guardo allo specchio e comincio veramente a disprezzarmi: butto i giorni senza uno straccio di lavoro; e continuo a deludere la mia fidanzata, ma come faccio a pensare di sposarmi in queste condizioni?

Davvero vorresti fare l’esperienza di “non vedere mai più la morte” nella tua vita? Allora ascolta oggi il Signore: “Chi custodisce la mia Parola non vedrà mai la morte”. Ecco il modo per vedere la vita di Cristo, quella che non finisce, dentro la propria vita. Vita nel cancro, che significa pace, tempo, parole e dolori da offrire, e pienezza di vita e di amore dove il mondo e la carne vedono vuoto e angoscia. Vita nella disoccupazione, che significa fede e speranza che Dio provvede alla propria vita, che discerne nella precarietà il deserto per imparare che la vita viene da Lui, e dalle sue Parole; un tempo per affidarci a Dio e sperimentare che Lui esiste, e non ci abbandona e così fondare il proprio matrimonio sulla roccia di questa esperienza.

Ma come si fa a “custodire la Parola” di Gesù? Come Abramo. Anche lui vedeva solo morte: non aveva un figlio a cui donare se stesso in eredità, non aveva una terra a cui consegnare il proprio corpo per il riposo. Ma proprio qui la Parola di Dio è scesa dal Cielo come una chiamata trasformando quell’al di là di morte che lo attendeva in un futuro colmo di vita. Qui Abramo ha cominciato a “vedere il giorno di Gesù”, che è appunto “vedere la vita” in ogni giorno: giunto a Canaan, la terra che Dio gli aveva promesso, stringeva tra le braccia Isacco, la vita scaturita dalla sua carne morta.

Eppure non era ancora questo il giorno di Gesù nel quale rallegrarsi. Ad Abramo mancava qualcosa, come a ciascuno di noi. Abbiamo sperimentato il suo amore che, perdonando i peccati, ha ridato vita a molte cose di noi. Ma ancora non basta per “non vedere più la morte”.

Come ad Abramo, ci manca l’esperienza decisiva dell’amore pieno e incondizionato, frutto della notte oscura della fede, la più dura, l’unica nella quale si può “vedere” la luce della Pasqua che cancella per sempre la morte nel giorno eterno del Messia Gesù. La notte del Moria, nella quale Dio ha condotto Abramo quando gli ha chiesto di sacrificare Isacco. Mamma mia che crudeltà… Può Dio chiedere una cosa del genere? “Chi si crede di essere?” potremmo dire, come i giudei fecero con Gesù. E lo chiediamo eccome, e per questo vediamo ancora morte nella nostra vita.

Ma coraggio, proprio oggi e in questi giorni che ci separano dalla Pasqua, possiamo fare la stessa esperienza di Abramo, e “vedere il giorno di Gesù”. Appoggiamoci alla Chiesa, confessiamo la nostra superbia, e cominciamo ad obbedire, a salire il Moria dove offrire a Dio il nostro Isacco. Tu sai che cos’è. Forse la tua speranza di guarire, o il desiderio di trovare lavoro. Prendi quello che ami, a cui tieni di più, che desideri più intensamente, e deponilo sull’altare. Lascia a Dio la tua vita “custodendo” la sua promessa che non vedrai più la morte.

Perché così accadrà, come ha sperimentato Abramo, che ha imparato a “sorvegliare, proteggere, amare” la Parola e per questo ha riavuto Isacco. Quella relazione nuova e libera purificava il suo sguardo per vedere l’amore di Dio e non più la morte della paura, della gelosia, dell’affetto morboso. Dopo l’intervento dell’angelo, infatti, Abramo, secondo il Targum, ha chiamato quel luogo: “Qui il Signore fu visto”. Al culmine dell’angoscia Abramo ha visto che “Dio è favorevole”, ha visto il giorno di Cristo in quel giorno che doveva essere di morte.

Ma era Abramo, per me è impossibile… Sì, è impossibile ma non a Dio che lo rende possibile nella sua Chiesa. In essa possiamo ascoltare e “custodire” la sua Parola che illumina i fatti e, chiamandoci, ci indica come e dove offrirci alla sua volontà. Mentre nelle celebrazioni facciamo memoria dell’amore che Dio ha sempre ha avuto per noi, e con la forza dei sacramenti possiamo balbettare il desiderio di obbedire, possiamo a poco a poco abbandonarci alla sua fedeltà. “Prima che Abramo fosse”, infatti, prima del nostro matrimonio, dei figli, del lavoro, del nostro carattere e dei nostri difetti, del nostro corpo, “prima” ancora che peccassimo e di subire quell’ingiustizia, Gesù è “Io sono”, ovvero amore incondizionato per ciascuno di noi. E se ci ha amato “prima” non ci amerà ora, e domani, e sempre, donandoci la sua vita immortale proprio dove e quando la morte ci fa più paura?

 

 

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