Liberati dalla vanagloria per partecipare alla Gloria di Dio

 

Giovedì della IV settimana del Tempo di Quaresima

 

Come i “Giudei” anche per noi la paura più grande è quella di non essere. E’ impossibile sopportare di non avere un’identità e scorrere sui giorni come i nomi di macchinisti e truccatori che nessuno leggerà mai. Per questo facciamo di tutto per essere protagonisti e conquistarci un’identità.

Come accade per un rapito, dobbiamo esibire una prova che siamo ancora vivi, altrimenti chi pagherà mai il riscatto per noi? Ma se siamo anonimi anche per noi stessi, allora sapremo offrire agli altri solo prove false; “vana-gloria” appunto, che cerchiamo di “prendere gli uni dagli altri” illudendoci così di assoldare testimoni a nostro favore nel processo al vuoto d’amore e felicità del nostro cuore; ma si tratta solo di una catena satanica di false testimonianze.

Per questo, chi cerca dalla stima e dal consenso degli altri la “gloria” – il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l’etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico “kavod” – sperimenta la maledizione tipica “dell’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger.17,5 ss).

Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi o due fidanzati, se cercano nell’altro la felicità che dia “peso” alla loro vita, non avranno che gelosia e rancore.

Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne “non vedrà venire il bene”, non riconoscerà Gesù “operare” negli eventi e nelle persone, e per questo “non potrà credere in Colui che lo ha inviato”.

Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l’amico mostrerà la sua debolezza, lo sposo tradirà le attese, la fidanzata entrerà in crisi, non saprà discernere oltre la sofferenza della carne la chiamata di Dio a donarsi, e fuggirà nascondendosi nell’inganno delle passioni che si riveleranno vane e gravide di morte.

Accettiamolo: “non abbiamo in noi l’amore di Dio” perché, confidando in noi stessi, “non abbiamo mai udito la voce del Padre, né abbiamo visto il suo volto, e non abbiamo la sua parola che dimora in noi”.

Ma coraggio, oggi possiamo accettarlo perché Gesù è l’unico che ci ama gratuitamente! Non avendo bisogno di ricevere qualcosa da noi viene a salvarci per mezzo della sua Chiesa prendendo da noi proprio la nostra vanagloria, ovvero i peccati con cui essa si manifesta, le opere vane che scaturiscono da un cuore corrotto e vuoto.

Attraverso la sua Parola ci denuncia, e attenzione perché se è per giustificarci non basta neppure “scrutare le Scritture”, mentre se ce ne lasciamo giudicare “avremo in esse la vita eterna”.

Con le “opere celesti” compiute per mezzo dei sacramenti che “testimoniano” in noi il suo amore, ci raggiunge la sua vittoria sulla morte che ci strappa dalla vanità del peccato per renderci partecipi della sua Gloria che dà valore e identità alla nostra vita.

Essa coincide con l’amore di Dio riversato in noi per mezzo dello Spirito Santo che ci spinge a donarci a chi ci è accanto. La Gloria di Cristo, l’impronta della sua sostanza, è infatti l’amore al nemico, a te e a me peccatori, ed è preparata per noi se “abbiamo accolto in noi il suo amore”.

Per questo la Gloria che viene da Dio ci libera dalla condanna di dover cercare quella vana negli altri: che meraviglia un padre che non cerca gloria nel figlio perché vive in Dio! Non esigerà ma educherà, nel senso originale del termine: condurrà il figlio fuori dalla menzogna, per consegnarlo, libero, a Cristo. E così una moglie, un marito, chiunque sia colmo della Gloria di Dio, può donarsi senza riserve, perché chi ha dentro l’amore di Dio può morire ogni giorno per amore, e sa vedere il bene per sé e per gli altri anche nella Croce.

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