Unioni civili, un segno dei tempi nel quale Dio ci parla

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Sono passati alcuni giorni dalla votazione che in Senato ha approvato la Legge sulle Unione Civili, e c’è già aria di “tana libera tutti” per adozioni e utero in affitto. Ma fermiamoci un istante, e cerchiamo di ascoltare che cosa ci vuol dire il Signore attraverso questo “segno dei tempi”. Non bastano le analisi politiche, e neppure è sufficiente una rinnovata volontà di opporsi alla barbarie in atto. Abbiamo avvertito i responsabili politici del tradimento che #ciricorderemo eccome i loro cognomi e le loro congreghe nei momenti in cui saremo chiamati ad esprimere il nostro voto. Sono di certo in cantiere progetti che sappiano dare al popolo del Circo Massimo la legittima rappresentanza, perché il patrimonio di zelo e generosità non venga disperso nell’infido fiume della ineluttabilità e del cinismo. Ma tutto ciò non può bastare, non ci può bastare. Abbiamo bisogno di una Parola più grande di quella dell’uomo, l’unica che sia capace di rendere gloriose le ferite di una battaglia che sembra averci visti sconfitti.

E la Parola è lì, deposta tra gli scranni del Senato; è davanti a noi, incarnata nei tantissimi che si sono alzati in piedi, da risorti, per testimoniare la Verità. Non erano soli quel giorno al Circo Massimo, non lo sono oggi che appare a tutti evidente come il grande drago dell’Apocalisse sia furioso contro coloro che possiedono la testimonianza di Gesù. Sa infatti che gli resta poco tempo, e la fretta con cui, violando ogni regola, Renzi e Alfano hanno pasticciato e fatto votare la Legge, ne è una prova lampante. Il drago aveva bisogno della “fiducia”, e i suoi fedeli gliel’hanno accordata.

Non possiamo ignorare che la battaglia sia infinitamente più grande della senatrice Cirinnà, del Presidente Renzi e del suo Vice Alfano. In gioco è la salvezza delle anime, e noi siamo chiamati a combattere questo combattimento escatologico. Ci sta perdere una battaglia, chi abbiamo di fronte è molto più astuto di noi. Lo si può battere solo con la santa umiltà di Cristo. Chi non lo pensa, e continua ad affidarsi ai soli ricorsi umani e politici, non può combattere. E’ senza armi.

E umiltà significa innanzitutto conoscere se stessi, accettando le proprie debolezze. Sembra paradossale, ma ciò che resta scritto come una Parola celeste è proprio che il Popolo del Circo Massimo, le famiglie che sudano e pregano, si amano e mettono al mondo figli al prezzo di enormi sacrifici, sono molto più deboli di chi la famiglia e i figli li vuole distruggere. Non si tratta di carne e sangue, perché la lotta alla quale siamo chiamati non è contro le persone. Si tratta del demonio, così astuto da sapersi infiltrare anche tra di noi, in noi. Per questo la prima e fondamentale Parola che risuona in questo drammatico evento è “umiltà”. Non credersi migliori di nessuno, ma, al contrario, intimamente persuasi di essere stati scelti per pura Grazia e inviati, inermi, in una missione per qualunque uomo impossibile. I cristiani hanno sempre vinto così il drago incarnato nella storia, non c’è altra possibilità.

Perché l’umiltà genera l’obbedienza e l’abbandono. La consapevolezza della sproporzione tra le nostra forze e quelle del nemico ci spingono tra le braccia di Colui che ha vinto il demonio. Non potremo assolvere alla nostra missione, oggi più che mai decisiva, se non restiamo stretti al Signore Gesù Cristo. Molti hanno moltiplicato in questi tempi le loro preghiere, ed è stato fantastico. Nonostante le incomprensioni e le delusioni non possiamo staccarci dal Corpo di Cristo che è la Chiesa. Essa è composta da uomini, non possiamo scandalizzarci se qualcuno non ha compreso la gravità della situazione e, probabilmente obbedendo a dei calcoli puramente umani, ci abbia lasciato sostanzialmente soli. E’ capitato sicuramente anche a noi di fare altrettanto, e anche questo ci insegna l’umiltà. Sarebbe un danno enorme se il demonio riuscisse a rompere la comunione tra noi che va molto al di là della diversità di vedute, anche al di là delle scelte contingenti. Se si spezza, da una parte o dall’altra, avrà vinto il nemico, anche se dovessimo portare a casa qualche risultato. Occorre guardare a San Francesco, e non dimenticare mai che solo se sapremo difendere la straordinarietà dell’amore che ci lega potremo davvero difendere le famiglie e i nostri figli: “tra di voi non sia così”, come accade nel mondo. Tra di noi il primo è l’ultimo e l’ultimo è il primo, la prospettiva e i criteri obbediscono a quelli di Cristo, e Lui ha dato la vita per i nemici. Vale tra di noi, perché valga con chi è contro di noi.

E qui risuona la seconda Parola: testimonianza, o martirio, per capirci meglio. L’Impero Romano si è dissolto sotto il fiume di sangue dei cristiani. Quello che scorreva nelle arene, e quello invisibile che sgorgava dalla vita nuova di chi era stato riscattato dalla schiavitù del paganesimo. Al proposito lascio parlare l’allora Cardinal Ratzinger: “Nessuno vive solo. Divenire cristiano necessita un rapporto vitale, nel quale si possano realizzare risanamento e trasformazione della cultura. L’evangelizzazione non è mai soltanto una comunicazione intellettuale, essa è un processo vitale, una purificazione e una trasformazione della nostra esistenza, e per questo è necessario un cammino comune. Perciò la catechesi deve necessariamente assumere la forma del catecumenato, nel quale si possano compiere i necessari risanamenti, nel quale soprattutto viene stabilito il rapporto fra pensiero e vita. Eloquente è al riguardo il racconto, che Cipriano di Cartagine (+ 258) ha dato della sua conversione alla fede cristiana. Egli ci racconta che prima della sua conversione e battesimo non poteva affatto immaginarsi, come si potesse mai vivere da cristiano e superare le abitudini del suo tempo. Egli fornisce in proposito una cruda descrizione di quelle abitudini, che ricorda proprio le Satire di Giovenale, ma anche fa pensare al contesto vitale, nel quale oggi devono vivere i giovani: si può qui essere cristiani? non è questa una forma di vita superata? Quanti si chiedono questo, a ragione in realtà parlando da un punto di vista puramente umano. Ma l’impossibile, così narra Cipriano, fu reso possibile per la grazia di Dio ed il sacramento della rinascita, che naturalmente è considerato nel luogo concreto, nel quale esso può divenire efficace: nel cammino comune dei credenti, che aprono una via alternativa da vivere e la mostrano come possibile. Qui siamo ora di nuovo… al tema del “taglio”. Infatti Cipriano parla proprio della violenza delle “abitudini”, cioè di una cultura, che fa apparire la fede come impossibile. Più di cento anni dopo Gregorio di Nazianzo (+ 390) esalta la conversione di Cipriano con le seguenti parole: “Per le sue conoscenze… rendono testimonianza anche le opere, di cui egli compose molte e notevoli per il nostro argomento, dopo che, grazie alla bontà di Dio, ‘che tutto crea’ e ‘volge al meglio’ (Amos 5,8 LXX) egli aveva messo in salvo la sua formazione precedente portandola da questa parte e aveva sottomesso l’irragionevolezza alla ragione”. Proprio perché egli sul cammino della conversione, mediante il taglio del Logos, ha trasformato la cultura del suo mondo, egli ha “messo in salvo” ciò che di essenziale e di vero essa conteneva” (Card. J. Ratzinger, Conferenza su “Comunicazione e cultura: nuovi percorsi per l’evangelizzazione nel terzo millennio”).

Per difendere la famiglia e i nostri figli occorre dunque un “taglio”. E’ la terza Parola che emerge da questi giorni: “conversione”. La Chiesa, la sua Gerarchia, i suoi Pastori, e ogni suo figlio non può non rendersi conto di quanto urgente sia oggi formare cristiani autentici. Il Popolo del Circo Massimo ne è profezia ed embrione, ma occorre aprire bene il cuore e la mente e lasciare che Dio ci parli perché possiamo obbedire alla sua Parola. Sappiamo che la politica non salva le anime, ma sappiamo anche che Dio si è fatto carne, ed è fondamentale che Egli possa varcare anche le aule parlamentari. Lo abbiamo sotto gli occhi, non possono più rappresentarlo persone non formate, incapaci di comprendere la gravità del momento, e che, per ignavia o “banale” ignoranza, svendano le sue Parole in virtù di compromessi con cui cercare di salvare la propria vita. Solo se ci si occuperà seriamente della fede delle persone potranno crescere in essa coloro che, chiamati ad un’altissima missione come hanno ribadito i Pontefici, sapranno rappresentare nelle Istituzioni il Corpo di Cristo che è la comunità dei cristiani. Non ci si improvvisa politici cattolici perché non ci si improvvisa cristiani! E oggi la sfida più grande è la fede, che latita nelle nuove generazioni, ormai sincretiste a causa della scarsa formazione ricevuta. Davvero vogliamo salvare la famiglia? Allora formiamo quelle nella fede quelle cristiane, perché sappiano trasmetterla ai loro figli, come le famiglie presenti al Circo Massimo. E’ di loro e della loro fede che alcuni hanno avuto paura, preferendo trincerarsi dietro il fantoccio di un dialogo che non è mai iniziato perché gli interlocutori non ne hanno avuto e non ne avranno mai la volontà? Di chi, pur zoppicando chissà, debole e imperfetto, ha cercato di dare loro voce? Non si salva nessuno dialogando con il demonio e la cultura che esso produce. Si salva annunciando e testimoniando un’altra cultura, anche a costo della vita, del prestigio, dei benefici. Molti di quanti erano al Circo Massimo lo hanno già sperimentato, e per quello erano lì, liberi e in piedi, da risorti.

Diceva ancora il Cardinal Ratzinger: “La fede è … un “taglio”, come abbiamo sentito. E’ quindi stata anche sempre critica delle culture e deve essere proprio anche oggi impavida e coraggiosa. Gli irenismi non aiutano nessuno. Hugo Rahner ha mostrato questo efficacemente nel suo lavoro sulla “pompa diaboli”: del rito battesimale fa parte infatti la rinuncia alla “pompa del demonio”. Che cosa è? da che cosa qui il cristiano si separava? Di fatto la parola si riferiva innanzitutto al teatro pagano, ai giochi del circo, nei quali lo scannamento di uomini era divenuto uno spettacolo ricercato, crudeltà, violenza, disprezzo dell’uomo era il culmine dell’intrattenimento. Ma con questa rinuncia al teatro si intendeva naturalmente tutto un tipo di cultura o detto meglio: la degenerazione di una cultura, dalla quale innanzitutto doveva separarsi colui che voleva diventare cristiano e che si impegnava a vedere nell’uomo un’immagine di Dio e a vivere come tale. Così questa rinuncia battesimale è espressione sintetica del carattere critico nei confronti della cultura che è tipico del cristianesimo ed un contrassegno per il “taglio”, che qui si rende necessario. Chi non potrebbe vedere le analogie con il presente e le sue degenerazioni culturali?”.

Coraggio allora, ai Pastori innanzitutto: è ormai improcastinabile guidare il gregge che vi è affidato perché giunga alla statura adulta della fede (e non cattolici che si autodefiniscano “prodi-toriamente” adulti, ovvero autonomi come lo vollero essere Adamo ed Eva di fronte all’albero), quella che impedisce ai cristiani di essere sballottati qua e là da qualsiasi vento di dottrina. Cristiani che vivono la vita di Cristo ovunque, rinunciando alle menzogne del mondo e del demonio e della carne. Saranno l’unica “minoranza creativa” capace di arginare e avere ragione del male che si sta per abbattere anche sull’Italia.

Il Cardinal Ratzinger ci presenta un’immagine, che ha trovato in Basilio il Grande (+ 379), “il quale nel confronto con la cultura greca del suo tempo si vide posto davanti ad un compito assai simile a quello che è posto a noi. Basilio si riallaccia all’autopresentazione del profeta Amos, il quale (secondo la Traduzione greca della Bibbia detta dei LXX) diceva di sé: “Io ero uno, che taglia i sicomori”. La traduzione si fonda sul fatto che i frutti del sicomoro devono essere incisi prima del raccolto, poi maturano entro pochi giorni. Basilio presuppone nel suo commentario ad Is. 9, 10 questa prassi, infatti egli scrive: “Il sicomoro è un albero, che produce moltissimi frutti. Ma non hanno alcun sapore, se non li si incide accuratamente e non si lascia fuoriuscire il loro succo, cosicché divengano gradevoli al gusto. Per questo motivo, noi riteniamo, (il sicomoro) è un simbolo per l’insieme dei popoli pagani: esso forma una gran quantità, ma è allo stesso tempo insipido. Ciò deriva dalla vita secondo le abitudini pagane. Quando si riesce a inciderla con il Logos, si trasforma, diviene gustosa e utilizzabile”. Christian Gnilka commenta così questo passo: “In questo simbolo si trovano l’ampiezza, la ricchezza, la fastosità del paganesimo… ma anche si trova qui il suo limite: così come è, è insipido, inutilizzabile. Necessita di un cambiamento totale, ma questo cambiamento non distrugge la sostanza, ma le dà la qualità che le manca… I frutti restano frutti; la loro abbondanza non viene diminuita, ma riconosciuta come pregio… D’altra parte la trasformazione necessaria non potrebbe essere sottolineata in modo più forte dal punto di vista dell’immagine se non proprio dicendo che si rende commestibile, ciò che prima non era fruibile. Nella ‘fuoriuscita’ del succo inoltre sembra alludersi al processo di purificazione”. Ancora una cosa si deve notare: la trasformazione necessaria non può derivare da una proprietà dell’albero e del suo frutto – è necessario un intervento del coltivatore, un intervento dall’esterno. Applicando questo al paganesimo, a ciò che è proprio della cultura umana, ciò significa: il Logos stesso deve incidere le nostre culture ed i suoi frutti, cosicché ciò che non era fruibile venga purificato e non divenga soltanto fruibile, ma buono. Osservando attentamente il testo e le sue affermazioni, possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: si, ultimamente è solo il Logos stesso, che può condurre le nostre culture alla loro autentica purezza e maturità, ma il Logos ha bisogno dei suoi servitori, dei “coltivatori di sicomori”: l’intervento necessario presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza. Poiché Basilio parla qui dell’insieme dei pagani e delle loro abitudini, è evidente che in questa immagine non si tratta semplicemente della guida individuale delle anime, ma della purificazione e della maturazione delle culture, tanto più che la parola “abitudini” (mores) è una delle parole, che corrispondono presso i padri più o meno al nostro concetto di cultura… Il vangelo non sta accanto alla cultura. Non è rivolto semplicemente all’individuo, ma alla cultura, che plasma la crescita ed il divenire spirituale del singolo, la sua fecondità o infecondità per Dio e per il mondo… Il vangelo è un taglio – una purificazione, che diviene maturazione e risanamento. E’ un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o anche palesi. Così è evidente che questo taglio “non è affare di un momento, al quale dovrebbe poi semplicemente seguire una ovvia maturazione”, ma è necessario un continuo paziente incontro fra il Logos e la cultura, mediato dal servizio dei credenti”.

Ecco che cosa ci dicono oggi i “segni dei tempi”: l’Italia ha bisogno di questi “coltivatori di sicomori”, la cui missione “presuppone competenza, conoscenza dei frutti e del loro processo di maturazione, esperienza e pazienza”. Ecco perché, nei condomini come nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università, negli ospedali e nelle aule parlamentari non può andare ad affrontare il combattimento escatologico che ci attende chi non è ben formato. Ma noi abbiamo una certezza incrollabile, che proprio dalla tragica votazione al Senato il Signore saprà trarre il bene per la sua Chiesa e per il popolo italiano. Si ricomincia, anzi si “risorge” con Lui per “stare in piedi” ovunque, per compiere la nostra missione; come fecero i Padri che, “mediante l’incisione nel sicomoro della cultura antica”, l’hanno “nel complesso “messa in salvo” per noi e trasformata da strumento marcio in un frutto grandioso. Questo è il compito, che oggi è a noi proposto nei confronti della cultura secolarizzata del nostro tempo”. Questo è “annunciare il Vangelo” per mezzo di un Popolo che non ha paura di nulla perché Cristo ha già vinto. Ci attendono giorni importanti, difficili, dolorosi, ma pieni di un’incrollabile speranza, e per questo affascinanti, nei quali combattere in Cristo risorto la buona battaglia della fede, per salvare noi e l’Italia che ci è affidata.

 

Articolo pubblicato su “La Croce” del 27 febbraio 2016

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