Chiedere, cercare, bussare

 

Giovedì della I settimana del Tempo di Quaresima

 

“Chiedere, cercare, bussare”, sono i battiti del cuore in preghiera che vive seriamente la Quaresima; in essa ci prepariamo alla Pasqua, a rinunciare a Satana e rinnovare le promesse battesimali per camminare in una vita nuova, mossa dall’amore che mette l’altro davanti a sé, i bisogni di chi ci è accanto prima dei nostri desideri, dei programmi, dei criteri. Siamo dunque chiamati a convertirci, per donarci gratuitamente a chi viene da noi a “chiedere, bussare e cercare”. In ufficio ad esempio, quando il collega in crisi matrimoniale si avvicina per chiederti di sostituirlo perché vorrebbe portare fuori per qualche giorno sua moglie; potrai aprire la porta del tuo cuore? Forse hai già i tuoi programmi, e mandarli all’aria proprio no. E poi, sono tre mesi che hai prenotato il calcetto con gli amici, no? Ma se ti trovassi tu nella situazione del collega? Non a caso Gesù, proprio parlando della preghiera, ci invita a “fare agli altri tutto quello che vorremmo che gli altri facessero a noi”. Ma chi vive così? Chi ha lo Spirito Santo che genera una natura nuova, e davanti a ogni evento entra con Gesù nel Getsemani per abbandonare l’uomo vecchio con la propria volontà e rivestire il nuovo che compie la volontà del Padre. Per questo la preghiera è l’attitudine fondamentale del cristiano. Non “bussa, cerca, chiede” per sé, ma fissa sempre l’orizzonte infinito di necessità, dolore e speranze che l’altro dischiude dinanzi. L’uomo delle carne, invece, non prega, esige. Schiacciato su se stesso non sa “cercare”, tutto deve essere subito a portata di mano. Non può “bussare” perché per lui la vita è una porta girevole, deve poter entrare e uscire da fatti e relazioni seguendo le concupiscenze. Di “chiedere” neanche parlarne, tutto gli è dovuto. Per questo così spesso le preghiere restano inascoltate; nascono dall’inganno del demonio che ci spinge a “diventare come dio”, al centro dell’universo.

Ma la Quaresima ci viene incontro invitandoci a rientrare in noi stessi, come il figlio prodigo. Chi riconosce i propri peccati sa pregare, intingendo le parole nell’umiltà. Riconosciamolo, abbiamo rotto i rapporti con nostro Padre, siamo usciti di casa sbattendo la porta e non abbiamo le chiavi. Siamo fuori, nudi, soli e affamati, non ci resta che “bussare”. Stiamo buttando la vita, per non morire dobbiamo “cercarla”. Non siamo più degni di essere figli, possiamo solo “chiedere” umilmente di essere accolti di nuovo a casa, sperando il perdono come un bambino aspetta quello di suo padre. Un bambino sa come bussare per farsi aprire; usa ogni stratagemma perché conosce la “fragilità” amorevole del cuore dei genitori. E quando un bimbo chiede, un padre, pur essendo “cattivo”, cioè “schiavo” dei limiti della carne, gli dà prontamente “cose buone”. Un padre non sbaglia dono, scambiando “pani per pietre o pesci per serpenti”, pur essendo, in Israele, simili ad una prima occhiata. “Molto di più il Padre che è nei cieli” e ama oltre il peccato, si farà “trovare” e “aprirà” il suo cuore per “darci” lo Spirito Santo, l’unica “cosa buona” per la nostra vita. E’ alla finestra e ci sta aspettando per correrci incontro, abbracciarci e baciarci; nella Chiesa ha preparato il banchetto, sacramenti e Parola per riversarlo in noi, basta solo che glielo “domandiamo”. E lo Spirito Santo è l’amore di Gesù Cristo, l’unico “altro” capace di “fare a noi quello che desideriamo”, amarci senza limiti, giudizi, esigenze, così come siamo. Allora, saziati dal suo amore e uniti a Lui nello Spirito Santo, potremo compiere “la Legge e i Profeti”, diventando per tutti un “altro” capace di “aprire” e “dare” l’amore che “cercano”.
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