#familyday, un provvidenziale granaio di Grazia e Verità per tutti

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Cosa è stato e cosa sarà il Family Day

 

Al termine della scorpacciata di pace e gioia che mi hanno regalato le immagini dell’evento, ha cominciato a martellarmi una parola: provvidenziale. Più ci penso e più me ne convinco: come accade per tante mie nevrotiche e carnali precompensioni di fatti che debbono ancora accadere, anche stavolta devo ammettere che è stato tutto provvidenziale. Innanzitutto i problemi, le incomprensioni, le divergenze. Ma anche l’Onorevole Cirinnà e il Ddl che da lei ha preso nome. Anche grazie a lei e al suo mostro antropologico e giuridico, infatti, l’Italia intera ha potuto finalmente sentire parole scolpite indelebilmente nella verità. Parole che hanno espresso concetti tanto semplici e oggettivi da fare la fine di quella foto in salotto, sempre allo stesso posto da anni, e nessuno che ci faccia più caso. Verità solari che, proprio per questo, erano diventate nella vita dei più come il Colosseo per chi abita a Roma… Il fatto incontestabile che un figlio nasca da un padre e da una madre era lì, nella mente e nel cuore di tutti, ma proprio per questo, tra l’indifferenza generale, era stato facile preda di una propaganda irrazionale e antiumana. Sino al 30 gennaio 2016.

Come una teoria infinita di gocce d’acqua che, costanti, scendono su una barra di ferro sino ad averne ragione, la campagna d’inverno di normalizzazione di ciò che normale non è, si era abbattuta da anni sulla realtà antropologica della famiglia composta da padre, madre e figli; con una sapiente regia la propaganda ha invaso trasmissioni di ogni rete televisiva; e poi film ovviamente premiati a Hollywood, Cannes e Venezia, articolesse rigorosamente di spalla in prima pagina, e fogli interi come lenzuoli nelle pagine politiche, economiche, culturali, comprese quelle di sport e cucina. Un fiume in piena che ci stava travolgendo, perché occorrono molti capitali e molta visibilità per riuscire a convincere le persone circa la falsa bontà naturale di un prodotto chiaramente artefatto all’origine. Uno tsunami mediatico che ha trovato, inaspettata, una roccia su cui infrangersi. Un popolo che molti analisti davano per disperso, ma solo perché segregato nella categoria degli sfigati, inutile per qualsiasi marketing. Quattro gatti dicevano, gente antropologicamente inferiore perché avvelenata dall’oppio dei popoli. Forse per molti sapientoni esperti in analisi sociologiche e politiche – tra i quali, come in una canzone di Venditti, “Nietsche e Marx si davano la mano” – la marcia inarrestabile della modernità aveva cancellato i retrogradi tabù cattolici; si saranno convinti che fosse ormai passata “la bufera”, e che il “vento” dei reazionari vandeani aveva smesso di “fischiare”; studiando non si sa quali dati avevano decretato che non erano più i tempi delle “scarpe rotte”, perché il pensiero progressista e civile era “andato” spedito “conquistando finalmente la primavera arcobaleno”. Sì, anche se con colori diversi da quelli sognati dalla vecchia ideologia, era finalmente arrivato, anche per l’Italia, il “sol dell’avvenir”. Il Ddl Cirinnà avrebbe dischiuso il suo splendore sul fanalino di coda dell’Europa dei diritti civili.

Ma, per una di quelle piroette esaltanti della Provvidenza, proprio la sicumera mondana ha spalancato le porte delle nostre case e ci ha spinti a Roma. “Svegliati Italia” ci avevano detto, e… l’Italia si è desta! Quella reale, fatta di famiglie spesso sgangherate e in un continuo “work in progress”. Sì, perché chi l’ha mai detto che al Circo Massimo sarebbero andate le famiglie del Mulino Bianco? Tra la folla vi erano anche tanti single, molti separati e divorziati; e preti e suore, certo, perché per affermare la realtà antropologica della famiglia, mica bisogna per forza essere felicemente sposati. Basta aver conosciuto la Verità nella propria vita, ed essere spettatori della sua bellezza nelle famiglie che ti sono accanto, in quella da cui provieni, in quella che avresti voluto e che i peccati e gli errori hanno ferito ma che la fedeltà di Dio non ha abbandonato, in quella che stai progettando e per la quale ti stai spendendo con un ministero e una vocazione diversa e complementare. Solo l’ideologia strozza nel moralismo con la vita degli altri ogni pensiero che non le si allinea. Al Circo Massimo, invece, c’era un popolo in cammino, di persone ferite e spesso zoppicanti, ma non per questo meno degne e belle. Nei cortei trionfali con cui i legionari romani facevano ingresso in Roma sfilando vittoriosi tra la folla, i posti d’onore erano riservati ai feriti in battaglia.

Ebbene, sabato scorso sul palco come tra la gente, era tutto un brulicare di eroi alla rovescia, feriti mille volte nella vita, spesso sconfitti dalla propria debolezza, ma proprio per questo rivestiti di misericordia, insigniti con la medaglia più bella, quella incorruttibile del perdono di Dio. Se proprio un nome si vuol dare a quel popolo, beh diamogli quello che più gli si addice: il “popolo dei figli prodighi”, rientrati un giorno in se stessi dopo aver buttato tante volte se stessi nella spazzatura; uomini e donne che, dopo aver cercato inutilmente di saziarsi con i frutti amari della menzogna, hanno sentito spingere indomita nel loro cuore la nostalgia della propria casa, della famiglia in cui, magari solo a brevi intermittenze, avevano sperimentato l’amore autentico del padre e della madre. Un popolo di persone che, nella stragrande maggioranza, grazie alla Chiesa e al suo annuncio, hanno riscoperto la propria dignità di figli di Dio.

Un popolo di indegni che il sangue di Cristo ha reso degni, di famiglie salvate ogni giorno dalla dissoluzione in virtù del suo potere sul peccato e sulla morte. Persone che per questo, e solo per questo “si sono alzate in piedi, da risorte”, per andare da loro Padre, stringendo in petto la certezza che le avrebbe accolte così come erano, ferite e infinitamente deboli. Un popolo di scampati alla morte che ha trovato grazia agli occhi di Dio, ecco chi era quella immensa comunità di persone uniche e irripetibili, così diversa dalle folle scalmanate di persone che stingono la propria identità in un’ideologia che lava il cervello sino a fargli credere l’incredibile. Al Circo Massimo c’erano persone che hanno conosciuto il potere devastante del pensiero unico e politicamente corretto. Per pura Grazia ne sono stati liberati, ed erano lì soprattutto per amore di quanti, purtroppo, ne sono ancora sedotti. Per questo non si è udita una sola parola di scherno e giudizio, ma solo parole di Verità e di amore per ogni persona; così diverse da quelle che gocciolano di buonismo tollerante a senso unico, il volto rassicurante con cui il nemico dell’uomo arpiona la tua vita per tenerla al guinzaglio dell’illusione di assecondare i tuoi diritti e di garantire la cittadinanza di ogni tuo affetto e desiderio. Tutto questo ha detto Costanza Miriano: “La famiglia è il luogo in cui i bambini imparano a voler bene, vedendo i genitori che continuamente, ogni giorno si perdonano per il fatto di essere così diversi, maschio e femmina… La verità di ogni uomo è Cristo, anche per chi non lo conosce ancora, e noi abbiamo la gioia di annunciarlo, con umiltà e con fermezza, senza giudicare ma raccontando quello che ha guarito e salvato le nostre vite ferite”.

Come spesso è accaduto nella storia della Chiesa ai tempi delle eresie, fecondi per l’approfondimento delle riflessioni teologiche e il conseguente formarsi e affermarsi dei dogmi, la Provvidenza ha voluto che, proprio nel momento in cui essa è più attaccata, la Verità sulla famiglia fatta carne nella storia dei cristiani, fosse approfondita e sviluppata per essere annunciata e spiegata con la chiarezza e la semplicità che solo la ragione illuminata dalla fede può avere. Grazie al Ddl Cirinnà e alla campagna mediatica in suo favore, il Colosseo è tornato a destare agli occhi e alla mente dei romani l’immenso stupore che suscita nei turisti che vengono ad ammirarlo dal mondo intero. Grazie alle enormità spacciate per oracoli sibillini dal pensiero unico al soldo delle multinazionali, quella foto di famiglia in salotto ci si è piantata di nuovo negli occhi, facendo risuonare nel cuore l’infinita gratitudine per la fedeltà di Dio con la nostra storia, e per essere stati, senza alcun merito, chiamati nella Chiesa. Prendendo a prestito un famoso inno di una squadra di calcio, cantato per festeggiare lo scudetto dalla folla dei suoi tifosi nel lontano 1982 proprio nel Circo Massimo, possiamo cantare anche noi oggi: “Grazie Roma, che ci fai piangere e abbracciare, ancora… Grazie Roma, che ci fai vivere e sentire ancora, una persona nuova… Grazie Cirinnà, che ci fai pensare e annunciare ancora, che la famiglia è una e una sola!”.

Ci è accaduto come ai cristiani della Chiesa primitiva che, insidiati dal pensiero gnostico e mondano con cui il demonio mirava a separarli da Gesù Cristo, hanno sentito il bisogno di conoscerlo più a fondo; l’eresia li aveva spinti in un’intimità sempre più profonda con il loro Sposo, del quale hanno scoperto con più chiarezza la bellezza e l’amore. Così l’insidia che patisce la famiglia da parte della medesima gnosi che è alla fonte di moltissimo pensiero moderno e di ogni ideologia (compresa quella gender), ci ha spinti a guardare con occhi più attenti e sempre più innamorati il luogo dove ha avuto origine la nostra vita. Già Pio XII aveva dedicato parole meravigliose alla famiglia, agli sposi e ai figli. San Giovanni XXIII ha aperto il Concilio che avrebbe preparato la Chiesa ad accogliere i tanti carismi che, nella Chiesa, hanno contribuito concretamente e pastoralmente a mettere al centro dello zelo apostolico la famiglia, la sua crescita nella fede e la sua missione nel mondo secolarizzato. Il Beato Paolo VI ci ha donato la parola decisiva con la “Humanae Vitae”, la verità immutabile e feconda che, ha dischiuso alla vita la libertà di innumerevoli coppie che si sono fidate di Dio e della Chiesa. San Giovanni Paolo II ci ha riempito il cuore e la mente di autentico entusiasmo per l’amore coniugale, per la bellezza della sessualità incastonata nel dono pieno della propria vita. E poi Benedetto XVI, che ci ha illuminato più volte sulla netta distinzione tra eros e agape, e infine Papa Francesco, con le sue semplici ma densissime catechesi recenti sulla famiglia. E teologi, pastori e catechisti che ci hanno accompagnato in questi anni a contemplare con occhi stupiti e grati al “Mistero grande” che si compie nella famiglia cristiana, nelle nostre famiglie, incarnazione domestica di quello che unisce indissolubilmente Cristo alla sua Chiesa.

Per questo, per chi conosce bene la storia d’amore e cura della famiglia della Chiesa, per chi ha girato l’Italia a raccoglierne i frutti, il popolo che ha riempito l’area del Circo Massimo non è stato una sorpresa. Non poteva accadere diversamente, perché il cammino percorso da ognuna di quelle persone era ben più lungo nello spazio e nel tempo di quello che li separava da Roma. Non poteva loro pesare alzarsi alle tre di notte, farsi ottocento chilometri, partecipare alla manifestazione, e rifarsi gli stessi ottocento chilometri per tornare a casa; è stato naturale, un segno gratuito offerto gratuitamente nella gratitudine per quanto ricevuto da Dio. Quel luogo era semplicemente un passo in più nella loro storia, un frammento benedetto della loro vita benedetta. Gli incontri con gli altri partecipanti, vecchi amici o volti sino ad allora sconosciuti, sono stati un segno nel segno, la possibilità di specchiarsi nelle storie degli altri, così diverse ma anche così originariamente identiche, tutte frutto dello stesso incontro con Cristo che ha deciso la vita di ciascuno. Due milioni di storie? No, infinitamente di più. C’erano tutti quelli che hanno preceduto, nel passato, i loro passi. Quelli del Buon Pastore innanzitutto, che mai smette di camminare dinanzi al suo gregge; e di sua Madre, che ogni giorno, in ogni Cana del mondo e della storia, intercede per ogni famiglia che non ha più vino. E di ogni altro uomo che, nel sangue di Cristo, è legato per l’eternità a quanti hanno partecipato all’evento. Del passato, del presente, del futuro, perché quel popolo era solo una piccolissima avanguardia di coloro che, al di là del tempo e dello spazio, portano ovunque nella loro carne la testimonianza di Gesù.

Ma bisognava calpestare quella terra che secoli addietro aveva accolto il sangue di tanti martiri. Lo dovevamo a chi ci ha preceduto, a chi ci è accanto, ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Lo dovevamo all’Onorevole Cirinnà e a tutti coloro che il suo Ddl vorrebbe rappresentare. All’Italia e all’Europa, che ha apostatato la sua fede e le radici giudaico-cristiane, ma che, almeno in qualche suo angolo, non ha concluso la sua missione. E sabato, da quel pezzo di terra al centro di Roma, è risuonata la profezia che ogni uomo, anche se inconsapevolmente, sta aspettando. Il resto riunito al Circo Massimo è un pegno sicuro di speranza per chi ancora vaga nell’inganno, dilapidando la propria parte di eredità. Solo chi ha fatto la stessa esperienza scendendo i gradini del fallimento, e proprio lì ha conosciuto l’amore rigenerante di Dio può costituire, con la propria presenza prima ancora che con qualsiasi parola, un segno credibile per tutti. Una piazza “accanto” a ogni italiano dunque, e non “contro”. Forse come un moscerino negli occhi, ma benedetto moscerino che impedisce di stare tranquilli e obbliga, magari attraverso il rifiuto e la persecuzione, a stropicciarsi gli occhi per vederci bene, e così intuire nelle famiglie cristiane le sembianze di Cristo.

Come si è compiuto nella vita di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, che la Provvidenza aveva condotto in Egitto prima della sua famiglia proprio per poterla salvare nel momento del bisogno. Ma per compiere la sua missione, Giuseppe ha dovuto percorrere un lungo cammino sulle orme dell’umiliazione e della sofferenza. Come Cristo è stato rifiutato e venduto dai suoi fratelli a causa dell’invidia per le sue parole che annunciavano sogni che si realizzavano immancabilmente. Diceva la verità, e per la verità ha subito calunnie e prigione. Ma Dio lo ha risuscitato da quel sepolcro facendo risplendere l’autenticità delle sue parole davanti al faraone. Innalzato alla sua destra, prevedendo in piena prosperità l’imminente carestia, ha potuto riempire i granai di riserve. Per questo, una volta che questa ha raggiunto anche la sua famiglia, ha potuto sottrarla a una morte sicura. Ecco dunque l’immagine più bella del Circo Massimo, delle persone che lo hanno riempito e di quelle che rappresentavano: un enorme granaio dove Dio sta mettendo al sicuro la Grazia che salverà questa e le prossime generazioni. Non vi era infatti rappresentata anche la Chiesa che, senza stendardi, sta gestando ognuno di noi per compiere la stessa missione di Giuseppe? Infatti, le parole pronunciate in quel catino ci hanno già attirato calunnie e ironie, ma è giusto e necessario che sia così. Non era una manifestazione per convertire nessuno, ma era necessario esserci con la nostra storia e dire, e ripetere, le semplici parole della Verità. Era necessario perché è quanto oggi la storia ci impone, come lo impose a Giuseppe, anche a costo della vita se necessario.

Guardavo una trasmissione in cui era invitata Costanza Miriano, sola a difendere la verità. Quello che è apparso chiaro che siamo già, pienamente, in una società che nega ai cristiani di affermare qualsiasi cosa in quanto cristiani. Ti obbligano a dei distinguo, puoi credere quello che vuoi, ma che la tua fede se ne stia accucciata in un angolo, non è accettata nessuna idea e parola da essa ispirata. Se vuoi parlare devi tenerla a bada, sottolineando che quello che dici è nel campo della ragione e della natura. Altrimenti taci. Va bene, anche se non va per niente bene, perché i più non sanno che la nostra ragione è illuminata dalla fede e per questo orientata rettamente, come del resto la natura proviene dal Creatore… Ciò significa che ogni nostra parola e ogni scelta derivano direttamente dalla fede, e per questo, anche tenendola fuori essa resta più presente che mai. Per questo, proprio come accadde a chi ascoltava Santo Stefano che annunciava il Signore Gesù come il Messia inviato da Dio, chi è oggi stretto nei ceppi della menzogna non può resistere alla sapienza ispirata di chi parla ispirato dalla fede in Lui, e digrignano i denti, e calunniano, e cercano di tacitare i cristiani. Se dovessero accogliere tutto quello diciamo, significherebbe che avremmo annacquato la Verità e che il sale ha perduto il sapore. Per questo la manifestazione era come un annuncio risuonato da tantissime labbra e raccolto in una sola voce, diretto innanzitutto ai politici cristiani, per destarli alla loro fede e alle loro responsabilità.

Perché attenzione, chi deve vendere il prodotto artefatto delle unioni civili equiparate al matrimonio e dell’utero in affitto sa bene che razza di roba sia; come lo sa anche il Presidente del Consiglio, che per varie e intuibili ragioni quel prodotto sembra deciso a comprare e rivendere in Italia. Quello che sino al 30 gennaio 2016 essi non sapevano, è che per quanta suadente e subliminale pubblicità vada in onda, c’è un popolo ben più numeroso di due milioni che quel prodotto non solo non lo vuole comprare, ma che conoscendo i rischi per la salute di tutti, ha deciso di opporsi con tutto se stesso alla sua commercializzazione. Chi di noi, una volta accertata la radioattività dell’insalata prodotta in un certo posto e venduta la mercato sotto casa, non comincerebbe a dirlo a tutti impegnandosi per impedirne la vendita? Accade quasi ogni giorno, e i telegiornali ne parlano diffusamente, condendo le notizie di giusta indignazione. Per questo abbiamo una piccola speranza che, oltre alla voce della propria coscienza dove la Verità non tace di gridare, molti nel Parlamento italiano abbiano aperto gli occhi e compreso la vastità e la fierezza del popolo che si è alzato in piedi al Circo Massimo. Fosse anche per semplici calcoli politici, ai quali anche Adinolfi e Gandolfini hanno fatto appello.

Ma non siamo stolti, e sappiamo che il Ddl Cirinnà è solo un aspetto del grande combattimento escatologico profetizzato nell’Apocalisse. Esso ci aspetta ogni giorno come un martirio, che passa tra una camicia e l’altra da stirare, tra i pannolini da cambiare e i compiti con i figli (copyright Costanza Miriano); che attraversa il perdono della moglie e del marito nella sottomissione e nella protezione; che ci ispira l’abbandono alla volontà di Dio per unirci aprendoci alla vita; che ci spinge a studiare e a lavorare con onestà, pagando le tasse e obbedendo ai genitori, perché questo è giusto davanti a Dio; che ci accompagna verso chi si fa nostro nemico e caricarci del male che trama contro di noi. Un martirio ben più doloroso del Ddl Cirinnà, ma allo stesso modo provvidenziale perché fa di noi testimoni credibili della vita divina che ha colmato le nostre esistenze, rendendoci liberi di amare oltre le barriere della morte che suppone, tante volte, il donarsi all’altro.

Come abbiamo visto compiersi proprio durante il Family Day, che una banale influenza ha privato della presenza di Kiko Argüello; proprio lui, che Dio ha scelto per affidargli un carisma che ha salvato e sta salvando in Italia e nel mondo innumerevoli famiglie. Ha speso tutto se stesso per il Family Day, sin dalle sue origini nel 2007, e poi per quello del 2015 e infine per quello di sabato. La prudenza e l’obbedienza alla volontà di Dio lo hanno tenuto lontano dal Circo Massimo, e sono persuaso che ciò ha fatto di Kiko uno dei semi nascosti, ma presenti, sotto la terra di quel luogo; insieme alle preghiere e alle offerte delle proprie sofferenze nascoste di tantissimi che non hanno potuto partecipare. Loro per primi, nel silenzio dell’umiliazione offerta per la Chiesa e per la famiglia, hanno permesso la riuscita e i frutti della manifestazione. Questa umiltà alla quale siamo chiamati tutti è la garanzia del successo del Family Day, nel presente e nel futuro, quello che punta dritto all’eternità, perché è così che si misurano gli esiti dalle nostre parti. Quello che speriamo è la salvezza di tutti, anche di chi oggi sembra sordo e nemico delle ragioni della fede.

Per questo abbiamo bisogno di pregare, molto; e molto camminare nella fede, nutrendoci con la Parola di Dio e i sacramenti nelle viscere materne e misericordiose della nostra Madre Chiesa, per sguainare l’unica spada che può brandire chi è stato graziato giusto un istante prima di finire sulla sedia elettrica (e a cui di certo pensava Chesterton): la spada dello Spirito Santo, che è la Parola di Dio incarnata in noi da annunciare con parresia in momenti opportuni e non opportuni. Non a caso il Ddl Cirinnà è presentato e discusso nell’Anno Santo della Misericordia. Tanti potrebbero soffrire le amare conseguenze della sua conversione in Legge, mentre molti stanno già patendo, consapevolmente e inconsapevolmente, le zampate del grande drago che feriscono bambini e famiglie. Tutti hanno e avranno bisogno di Giuseppe un giorno, che li accolga in un abbraccio di misericordia, e dia loro un luogo di rifugio dove essere consolati, sanati e salvati. Di te e di me, del popolo cristiano dal quale ascoltare le stesse parole rivolte ai suoi fratelli dal figlio amato di Giacobbe: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente”.

Sappiamo infatti che dietro a tutto questo reclamare il diritto ad amare secondo i propri gusti e orientamenti, anche dal fondo della violenza con la quale, per soddisfare il desiderio di paternità e maternità, si arriva a strappare un figlio dalla madre che l’ha gestato e partorito, risuona il grido di chi ha solo bisogno di essere amato; il grido di chi ha perduto la propria identità e deve affermarla a tutti i costi per non morire nella solitudine dell’indifferenza. Lo riconosciamo quel grido, è salito prepotente anche dal nostro cuore. E ha trovato ascolto e risposta in Cristo Gesù. Per questo la vera attenzione che polverizza alla radice ogni discriminazione è l’ascolto amorevole e compassionevole del grido che giunge a farsi ideologia e gesti irragionevoli, per offrire a tutti la risposta della verità abbracciata alla giustizia e alla misericordia.

La nostra vita riscatta da Cristo, infatti, è una primizia per ogni uomo: “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita” (2 Cor. 4,8 ss). Ecco la risposta di Dio risuonata anche al Circo Massimo, dove abbiamo visto offrirsi i primogeniti della nuova creazione perché “l’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà incondizionata di Dio” (Benedetto XVI).

Per questo è necessario tutto quello che ci accade, ogni istante della nostra vita è prezioso, un candelabro acceso posto sull’altare della storia. Per questo il male deve raggiungerci, ghermirci e portarci in Egitto. Secondo i rabbini, la schiavitù in Egitto è stata causata dalla malvagità dei fratelli di Giuseppe che lo hanno venduto per invidia. Il midràsh ci spiega che il prezzo del riscatto dei primogeniti fu fissato dalla Torà in base al denaro ricevuto dai fratelli per la vendita di Giuseppe: “E vendettero Giuseppe per 20 denari (Gen. 37, 28) Disse il Santo Benedetto Egli Sia: voi vendete il figlio di Rachele per 20 pezzi d’argento, che corrisponde al prezzo di cinque Selaìm; perciò ciascuno di voi dovrà dare per il riscatto di suo figlio cinque Selaìm” (Ber. Rabbà 84, 18). La sapienza di Israele vede dunque nell’offerta dei primogeniti un legame stretto con il peccato compiuto dai figli di Giacobbe nei confronti del loro fratello. I primogeniti divengono così il segno del riscatto di Giuseppe: il braccio potente del Signore rivela la sua misericordia che perdona riscattando i discendenti di Giacobbe caduti in schiavitù. Gesù, come Giuseppe, è stato venduto per poche monete, e così crocifisso, ucciso e sepolto nella tomba. Ma Dio lo ha riscattato dalla morte, primogenito di molti fratelli, il segno che contraddice per sempre il peccato e la morte. Lo stesso segno impresso nei cristiani.

Così l’offerta della vita che segna la nostra primogenitura è il sigillo della misericordia che Dio pone in questa generazione. Siamo chiamati a divenire la prova e la memoria del suo amore, la risposta ai perché di ogni uomo che giace in Egitto. La parola ebraica che definisce il “primogenito”, deriva da un radicale che significa anche “portare frutti primaticci, partorire un primogenito”. Siamo dunque chiamati a portare i frutti primaticci dello Spirito Santo, a partorire i nostri figli come primogeniti della vita compiuta nell’amore. Secondo il midrash, il compito più importante assegnato al primogenito fin dai tempi di Abramo fu quello di esercitare il culto sacerdotale. La nostra vita di primogeniti è dunque una liturgia da officiare nella storia: “L’unzione nel Battesimo e nella Confermazione è un’unzione che introduce in questo ministero sacerdotale per l’umanità. I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, ciò non è una ragione per farne un vanto. È una domanda che, insieme, ci dà gioia e ci inquieta: siamo veramente il santuario di Dio nel mondo e per il mondo? Apriamo agli uomini l’accesso a Dio o piuttosto lo nascondiamo? Abbiamo motivo di gridare in quest’ora a Dio: Non permettere che diventiamo un non-popolo! Fa’ che ti riconosciamo di nuovo! Infatti, ci hai unti con il tuo amore, hai posto il tuo Spirito Santo su di noi. Fa’ che la forza del tuo Spirito diventi nuovamente efficace in noi, affinché con gioia testimoniamo il tuo messaggio!” (Benedetto XVI).

 

Articolo pubblicato su “La Croce” del 2 febbraio 2016

 

 

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