Noi ci alzeremo in piedi, da risorti, per amare annunciando lo splendore della Verità

Family-day

Lettera ai partecipanti al Family Day

 

Carissimi che partecipate o avreste voluto partecipare oggi al Family Day del Circo Massimo, grazie. Ve lo ripeto con tutto il cuore, grazie, perché state dicendo al Governo, al Parlamento e all’Italia che la vita è una cosa seria. La vostra presenza è la netta e inoppugnabile affermazione che nessuno ha il diritto di travestirla da Bacio Perugina, non importa se gay-friendly o no.

E lo dite opponendovi a un Decreto Legge che vorrebbe contribuire ad equiparare le unioni civili al matrimonio per applicare ad esse i diritti della famiglia naturale così come è riconosciuta dalla Costituzione, e offrire in modo surrettizio la possibilità di adottare dei figli da parte di coppie “omoaffettive” (l’ho sentita l’altra sera a Matrix. Suvvia, perché camuffare con neologismi quella che invece è stata la più grande conquista della civiltà moderna… Per caso l’affezione è più importante della genitalità? Probabilmente si tratta solo di un’escamotage linguistico – ci siamo abituati – per aggirare il fatto incontestabile che si possa generare un figlio solo da un papà e da una mamma. Prepariamoci allora, perché nel prossimo futuro dovremo sentire che un figlio nasce ed è cresciuto dall’affetto, non importa come, quando e dove orientato).

Grazie perché siete lì a testimoniare con la vostra vita che una famiglia non è fondata sull’affetto, sulle pulsioni variabili del nostro intimo, perché ”non c’è, in questo mondo, un’altra immagine più perfetta, più completa di quello che è Dio della famiglia: unità, comunione. Non c’è un’altra realtà umana più corrispondente, più umanamente corrispondente a quel mistero divino” (Giovanni Paolo II).

Non vi è, infatti, solitudine in Dio, come non vi è nella sua creazione più bella, l’uomo: “il Signore Dio disse: Non è bene che Adam sia solo. Facciamo un aiuto (difensore secondo l’originale ebraico) che sia simile (corrispondente) a lui”. E’ Lui che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza e per completare l’opera crea il “tu” nel quale l’ “io” possa trovare aiuto, difesa e protezione, e per il quale, a sua volta, possa diventarlo. Se uno è uguale a me, come potrà difendermi quando io non ne sarò capace? Difendermi da che cosa? Da me stesso, dall’egoismo che è sempre figlio di un “io” incapace di trascendersi in un “tu”. Solo quando esiste dinanzi a me un “tu” diverso e complementare, perfettamente corrispondente al mio “io”, allora sono “aiutato” e la mia identità è difesa, e posso diventare la persona “bella e buona” pensata da Dio, completa perché finalmente a sua immagine. Adamo ed Eva, maschio e femmina, sono ciascuno pensato e creato a partire dalla unicità dell’altro e così costituire l’aiuto che gli sia simile. C’è una mancanza che ci rende imperfetti sino a che quella ferita non ritroverà l’unica parte dell’altro che combacia con essa. Per questo una famiglia sorge sempre dalla nostalgia di un uomo concreto per una donna concreta, e viceversa.

Ma esiste il demonio, e la stragrande maggioranza di voi lo sa bene. Nella Chiesa siete stati illuminati sulle ragioni profonde dell’incapacità di attraversare l’oceano che vi separa da vostra moglie o da vostro marito. E siete al Circo Massimo proprio perché portate nella vostra carne la ferita inferta dal nemico dell’uomo, per testimoniare a tutti che solo a partire da essa si possono comprendere le ragioni di una netta opposizione al Ddl Cirinnà. Esso, infatti, è antropologicamente sbagliato, è un insulto alla persona e un pericolo per la vita di molti nelle prossime generazioni, perché una legge ci mette un attimo a diventare costume e abitudine, legittimando nell’intimo quello che legittima nella società.

Il Ddl Cirinnà è stato scritto da chi non conosce la persona umana, su questo nessun dubbio. E nessun giudizio, per carità. Ma è un fatto, spiegato tra l’altro dalle mille interviste e dagli innumerevoli dibattiti nei quali hanno parlato gli estensori, i promotori e i sostenitori di tale Decreto Legge. Solo chi non conosce il dolore del peccato può desiderare di stabilire per legge di identificare un’attrazione affettiva con una famiglia. Solo chi non conosce gli effetti devastanti del peccato può pensare di affidare un bambino a una coppia di omosessuali.

Il dolore, infatti, è un segno tangibile della condizione umana, la cruda conseguenza della libertà tradita dalla superbia, il salario che ci consegna il peccato. Voi siete lì anche perché conoscete il dolore che suppone l’amore di un padre e una madre. E’ attraverso di esso che un figlio è accolto e generato, gestato e partorito, educato e fatto crescere. Amato. Voi sapete bene che non è stato solo la gioia straripante delle nozze ad unirvi in una carne sola, ma anche, e soprattutto il dolore provocato dall’urto delle vostre asprezze e diversità, lo schianto spesso violento sui peccati dell’altro sui quali è planato il perdono di Dio. Certo, c’è anche l’ebbrezza del piacere, ed è un dettaglio dolcissimo del Creatore che ha voluto colmare l’unione tra due sposi con le primizie della gioia e dell’estasi celeste, essendo santi gli istanti nei quali essi partecipano alla creazione.

Ma un figlio non solo è il frutto misterioso del piacere; spesso appare quando meno te lo aspetti, tra le pieghe lise di un rapporto che sembra sciuparsi nell’aridità. Un figlio è il sigillo divino sulla vittoria di Cristo, il riverbero della sua resurrezione che fa una carne sola di due persone completamente diverse e spesso in opposizione tra loro. Il figlio è l’esito di un cammino di sacrifici, sconfitte e perdono, sul quale i coniugi sperimentano la bellezza e la vertigine di inoltrarsi il maschio nell’universo sconosciuto della femmina. Per questo il matrimonio che forma una famiglia è, essenzialmente, fondato sulla Pasqua, l’esodo che libera dal proprio “io” il marito e la moglie. E la Pasqua è un mistero che attraversa senza ipocrisie il dolore.

Ogni madre, partorendo, ha gridato il dolore dell’amore; e anche una donna che partorendo si sta guadagnando da vivere, o, se preferite, se sta donando il suo utero a chi non lo ha, nonostante le chiacchiere, porterà per sempre la memoria di quel dolore al quale non saprà dare senso, e prima o poi le strariperà dal cuore inondando la sua vita.

Un padre che non abbia sofferto con sua moglie gli sbalzi d’umore, il nervosismo e le chiusure in se stessa che spesso comportano la gravidanza; e che poi non le sia stato vicino (o nella sala accanto) durante il parto, imbarazzato e impotente, attanagliato dalla paura, resterà impantanato in una visione sentimentale e burrosa della sua relazione con i figli.

I soldi o la presunta nobile generosità delle donne che mettono a disposizione il proprio utero non cancella il dolore, lo rinvia. Chi invece ne approfitta, se lo ritroverà prima o poi tra le mani come una bomba a orologeria pronta a scoppiare senza più avere il tempo di mettere in salvo se stessi e i bambini così ottenuti. E’ un’illusione, non si può recidere quel legame carnale e profondo che lega nel dolore il figlio a sua madre, e attraverso di lei a suo padre, perché è il segno della ferita trasmessa che li unisce nella mendicanza di amore e redenzione. Una madre impara a conoscere intimamente le sofferenze del figlio custodendolo in grembo e partorendolo a prezzo di dolori lancinanti. L’amore crocifisso, che si purifica tra grida, lacrime e angosce, che impara la gratuità sulle orme della debolezza, laddove ciò è escluso a priori, diviene caricatura, un amore drogato dalle conseguenze tragiche. Il grido di dolore che accompagna il parto è la memoria di una realtà che spera un di più. Perdere questa memoria equivale ad innescare un futuro di fughe, dalla realtà e dalle sofferenze.

Si dice che i bambini soffrano nel dover nascere; non vorrebbero lasciare quell’antro sicuro dove non devono far altro che lasciarsi amare e nutrire. Ma a volte è vero il contrario. I feti, che sono persone, sentono tutto, eccome. Annusano anche il pericolo, soprattutto il dolore che sgorga dal cuore della madre per affluire nel liquido amniotico. Ci nuotano dentro, è uno tra i primi sapori che imparano a conoscere. Io quel sapore l’ho conosciuto, e so riconoscerlo. L’ho visto farsi sguardi, parole, gesti in tanti bambini adottati come lo sono stato anche io. Ho visto il dolore imprimersi nel loro cuore e spingerli, in tutto, a cercare una giustizia che nessuno potrà dargli, mai. Altro che sentimenti, altro che amore e attenzioni. Certo che padre e madre sono quelli che ti hanno adottato e ti hanno cresciuto in un amore spesso più intenso di chi ha dei figli naturali. Ma questo non c’entra nulla con quel dolore acuto e persistente che percuote mente e cuore di coloro ai quali con violenza, è stato sottratto il diritto di conoscere chi ha dato loro geni e identità.

Per questo, discutendo del Ddl Cirinnà non si può non tornare nel più intimo di una donna, dove ella è madre, anche se, per qualsiasi ragione, non ha tenuto suo figlio, e lo ha abbandonato. Io sono stato uno di questi figli, tanti anni fa, anche io dentro il grembo di una madre gonfia di dolore. Sapete che cosa significa essere rifiutati dalla carne della tua carne? Significa annegare nel dolore, ma contemporaneamente essere costretti a viverci in quel dolore, che è tuo perché è quello di tua madre. Mentre, lentamente, un nemico subdolo e astuto, te lo colora con le tinte accese dell’ingiustizia. E’ una condanna a morte, trovarsi nel dolore e avere accanto, invisibile, un serpente che ti tortura delicatamente, accarezzando le ferite del tuo cuore; ti sembra quasi di provare sollievo, ti sta spiegando il perché, e sì, ti pare di capire. Invece te le sta graffiando, è un unguento velenoso nel cuore quella ragione così logica e umana.

Altro che sollievo, ne esci ogni giorno più debole, indifeso di fronte a qualsiasi sguardo indifferente, infinitamente piccolo davanti al minimo rimprovero. L’irrilevanza, il non essere accolti e accettati, è quella per te la fine del mondo, del tuo mondo. Non ti resta allora che scappare indossando maschere buone per ogni occasione, per non soffrire. Sei tu, ma sei morto; stai in mezzo alla gente ma sei un cadavere che cerca una tomba dove nascondersi. Ti guardi allo specchio, non ti sopporti, e allora prendi carta e matita e cominci a disegnarti come una caricatura da lanciare in orbita tra i sogni, sperando una casa per abitare in una galassia dove puoi essere un altro, amato, rispettato, ascoltato, voluto e accolto. Ma siccome non esiste in nessun angolo d’infinito, quando smetti di giocare con il videogame della tua vita ideale e ti infili in quella reale, cerchi braccia che attenuino, in un sogno infantile, il dolore che ti porti dentro. Cerchi in tutto e in tutti baci, carezze, parole, sorrisi, mendicando un fiotto d’affetto che ti sospinga un metro più avanti. E molto di te diventa peccato, spesso mortale. Cos’altro può generare un morto? Dolore, l’unico cibo di cui si alimenta chi ha perduto la vita.

Ma l’annuncio del Vangelo che la Chiesa, attraverso il Cammino Neocatecumenale, mi ha annunciato quando ero appena un quindicenne ha cambiato la mia vita: “Dio ti ama così come sei, ha consegnato suo Figlio alla Croce per te, per perdonare ogni tuo peccato e farti risorgere con Lui in una vita nuova”. Questo annuncio mi si è conficcato dentro, sgretolando a poco a poco la parete che mi separava dalla felicità, che è amare come si è amati. Mille volte l’ho sperimentato vero nella Chiesa, Madre paziente e dolce, severa e attenta. Non un giudizio, non un rifiuto. E anche la verità sui miei peccati era un balsamo perché mi giungeva sempre incastonata come un diamante nella roccia dell’amore gratuito e incondizionato di Dio.

Come moltissimi di voi venuti oggi al Circo Massimo, in una comunità cristiana fatta di persone concrete, avevo trovato la Madre da sempre desiderata e cercata. E così ritrovavo mia madre naturale, quella che avevo rinnegato, odiato, perduto. L’ho trovata scoprendomi io peccatore, io ingiusto, incapace di amare laddove il demonio mi mostrava solo rifiuto. Incapace di perdonare, perché avevo accettato, liberamente e al netto di ogni condizionamento, la sua menzogna.

L’abbandono, il rifiuto, l’ingiustizia, la storia difficile? Tutte scuse per legittimare i miei peccati. Certo ho sofferto, eccome, ma il male vero, quello che fa fare il male, era dentro di me. Non da mia madre. Perché anche lei era senza luce; come me e certo meno di me, era una peccatrice, debole, e ha fatto quello che poteva fare, ma madre, che mi ha amato con quel briciolo d’amore che aveva in quei momenti. Lì era presente, invisibile, la mano premurosa di Dio, che aveva saputo infilarsi in quel pertugio sottilissimo che lei gli aveva lasciato socchiuso, e non mi ha abortito, e ora sono qui.

Quando ho conosciuto e sperimentato l’amore di Dio che mi ha perdonato tutto, tutto è cambiato. In quel perdono ho perdonato e chiesto perdono a mia madre. E ho compreso cosa significasse quella parola del Siracide che oggi illumina la mia storia: “Onora con tutto il cuore tuo padre e non dimenticare mai i dolori di tua madre. Ripensa che sei venuto alla vita per mezzo di lei; come potrai ricompensare quello ciò che ella ti ha fatto?” (Sir. 7,27s). Il dolore che ho portato dentro era la memoria di mia madre; più soffrivo, più era impossibile “dimenticarla”.  Non so se sia ancora viva, ma sono certo che quando la coltre di menzogne del demonio si è andata diradando, come è accaduto a me, ha di certo incontrato lo stesso sguardo di misericordia di Dio. Non può essere diversamente, la mia storia, la riconciliazione con i miei genitori adottivi, la vita meravigliosa con loro, il mio essere oggi prete e missionario sostenuto dalla madre che mi ha accolto e adottato, tutto è frutto di quella misericordia.

Ma so che per molti non è così, che cercano senza posa la propria madre e il proprio padre. Vogliamo condannare schiere di bambini e poi adolescenti e poi adulti a un conflitto con la propria identità che non li renderà mai liberi e capaci davvero di amare? Proprio perché molti di loro non entreranno mai in Chiesa occorre oggi testimoniare la verità delle cose!

Voi siete lì per questo, nella consapevolezza di chi vive un Family Day ogni giorno nella propria vita, e sa che solo la bellezza e l’autenticità dell’amore di Dio annunciato e testimoniato può salvare le persone. Ma nella storia ci sono momenti in cui è doveroso e necessario tentare di arginare l’onda satanica che sta per travolgere tutti. La Verità la dobbiamo soprattutto a quanti oggi, e nel futuro potrebbero trovarsi ad annegare tra i marosi della menzogna. E quale padre vorrebbe trovarsi nella situazione di dover dire: “fossi stato sincero con te figlio mio, forse oggi…”. Per il resto sappiamo che ognuno è libero di non ascoltare, e che i cristiani sono chiamati in Cristo a prendere su di sé il peccato del mondo. E che, alla fine, in questo combattimento escatologico, vincerà l’Agnello sgozzato nei suoi fratelli più piccoli. Ma ora siamo ancora in tempo per annunciare la Verità, anche se scomoda e irritante. Guai se la Verità fosse taciuta, avremmo ingannato chi ci è stato affidato. Se si sentiranno discriminati sarà il segno che la Verità ha fatto breccia nei loro cuori, e proprio per questo, quando la menzogna avrà mostrato loro la sua velenosa inconsistenza, avranno un luogo sicuro dove poter tornare ed essere accolti, amati e salvati.

Il luogo nel quale anche voi imparate ad amarvi e ad aprirvi alla vita, generando e adottando bambini nella consapevolezza che solo in una famiglia secondo il disegno originario di Dio essi possono crescere come persone sino a diventare adulti. Senza dimenticare che solo la differenza tra maschio e femmina vissuta nella vittoria di Cristo su ogni peccato e barriera può accompagnarli a scoprire la propria identità preziosa e irripetibile. Voi sapete bene che, come disse San Giovanni Paolo II, “che il sacramento del Matrimonio, la famiglia, tutto questo cresce nel sacramento del Battesimo, attraverso il quale siamo immersi in questo mistero pasquale di Cristo che è la sua morte e la sua risurrezione. Siamo immersi per ritrovare la pienezza della vita, e questa pienezza dobbiamo ritrovarla nella pienezza della persona, ma, nello stesso tempo, nella dimensione della famiglia – comunione di persone – per portare, per ispirare con questa novità di vita gli ambienti diversi, le società, i popoli, le culture, la vita sociale, la vita economica. Tutto questo è per la famiglia. Voi dovete andare in tutto il mondo a ripetere a tutti che è “per la famiglia”, non a costo della famiglia. Sì, il vostro programma deve essere pienamente evangelico, coraggioso, coraggioso nel testimoniare e coraggioso nel domandare, nel domandare davanti a tutti. Con questa grande testimonianza si deve portare anche avanti un programma direi socio-politico, socio-economico. La famiglia è coinvolta in tutto questo e può essere aiutata, portata avanti, privilegiata o può essere distrutta. Con tutte le vostre preghiere, con la vostra testimonianza, con la vostra forza, dovete proteggere la famiglia. Se non c’è un’altra dimensione in cui l’uomo possa esprimersi come persona, come vita, come amore, si deve dire anche che non esiste altro luogo, altro ambiente in cui l’uomo possa essere più distrutto. Oggi si fanno molte cose per normalizzare queste distruzioni, per legalizzare queste distruzioni; distruzioni profonde, ferite profonde dell’umanità. Si fa tanto per sistemare, per legalizzare. In questo senso si dice “proteggere”. Ma non si può proteggere veramente la famiglia senza entrare nelle radici, nelle realtà profonde, nella sua intima natura; e questa sua natura intima è la comunione delle persone ad immagine e somiglianza della comunione divina. Famiglia in missione, Trinità in missione”.

Per questo non basta un no secco e deciso al Ddl Cirinnà pronunciato da una massa di persone. E’ necessaria la vostra fede. In piedi allora, come diceva San Giovanni Paolo II, da risorti in mezzo al mondo che giace nelle tenebre, perché risplenda al Circo Massimo la “Veritatis Splendor”, lo splendore dell’amore di Dio fatto carne in ciascuno di voi.

 

Articolo pubblicato su La Croce del 30 Gennaio 2016

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3 thoughts on “Noi ci alzeremo in piedi, da risorti, per amare annunciando lo splendore della Verità

  1. Parole di verità. Da una madre che nella sofferenza ci è passata in mezzo , l’ha vissuta, quella stessa sofferenza che le ha fatto accettare il perdono di Dio per perdonare poi se stessa. Grazie

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