Luce sul candelabro della storia

 

Per amore Dio si è fatto carne, ha vinto la morte e il peccato, e ha scelto un manipolo di uomini per inviarli ad annunciare il Kerygma, la Notizia della loro liberazione. Ha chiamato gli Apostoli innanzi tutto perché “stessero con Lui”, gli amici intimi ai quali ha “confidato i misteri del regno di Dio”. Con la luce della sua Parola che si andava compiendo nella sua carne ha illuminato la storia giungendo a svelare le ragioni profonde della sofferenza di ogni uomo. Accanto a Lui, in una comunità dove l’amore li univa al di là di ogni barriera, essi hanno visto diffondersi nella propria vita la luce della Pasqua, la risposta definitiva di Dio al male, al peccato e alla morte. Plasmati nell’incontro esistenziale con Lui, hanno conosciuto il “tutto ciò” di cui sarebbero stati “testimoni” (cfr Lc 24,48).

Quell’esperienza costituiva la fiamma che arde nella “lampada” di cui ci parla oggi Gesù: “tutto ciò vuole dire innanzitutto la Croce e la Risurrezione; i discepoli hanno visto la crocifissione del Signore, vedono il Risorto e così cominciano a capire tutte le Scritture che parlano del mistero della Passione e del dono della Risurrezione. Tutto ciò è il mistero di Cristo, attraverso il quale – questo è il punto essenziale – conosciamo il volto di Dio”. Ma “come possiamo noi essere testimoni di tutto ciò? Possiamo essere testimoni solo conoscendo Cristo, solo se lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Incontrandolo realmente nella nostra vita di fede diventiamo testimoni e possiamo così contribuire alla novità del mondo, alla vita eterna” (Benedetto XVI).

E’ Cristo dunque la lucerna “portata”, “che viene sul lucerniere”, secondo l’originale greco. E’ Lui “che viene” attraverso i suoi Apostoli, ovvero risorto e vivo nella sua Chiesa. Intendiamoci, se non lo conosciamo di prima mano, sarà normale “mettere sotto il moggio o sotto il letto” la sua luce. Come? Fuggendo nei compromessi e nell’ipocrisia, perché il dubbio prevarrà sempre sullo zelo; la diffidenza, pur mascherata, impedirà l’ardore apostolico. La tiepidezza nasce sempre dall’aridità del cuore. Non si può amare Dio e gli uomini se non si ha l’esperienza del suo amore. Per questo “nessun segreto sarà tenuto nascosto”: non possiamo avere una doppia vita, un cristiano che va a messa ma vive le relazioni, il lavoro e il rapporto con il denaro come un pagano è la caricatura più ridicola che il mondo abbia visto. E con la storia Dio gli strapperà le maschere dietro le quali tenta di nascondersi. Perché chi è stato scelto e non ha Cristo, non ha nulla, e vedrà evaporare nel nulla anche ciò che crede di possedere.

Non si gioca, Dio non può permettere che inganniamo il mondo. Esso giace avvolto nel buio, e ha bisogno della “lampada” che solo la Chiesa può mettere sul “lucerniere”; non può “metterla sotto il moggio o sotto il letto”, annacquando il Vangelo nel pensiero mondano e screditarlo scappando dalla Croce! Può succedere anche a noi, se non custodiamo gelosamente la memoria di Cristo e cominciamo a “misurare” con avarizia il suo amore. Attenzione, perché il demonio è sempre in agguato per spingerci di nuovo a dubitare mostrandoci la bilancia truccata con cui pesa le attenzioni, la pazienza, la misericordia e la provvidenza di Dio nei nostri confronti.

E ciò accade soprattutto quando appare la Croce nella nostra vita. Se lo ascoltiamo finiremo col cadere ancora nella gelosia e nell’invidia, sino a spegnerci nell’accidia e nel cinismo che ci farà evitare di entrare nella storia che Dio ha preparato per noi. Nasconderemo la luce che ci ha salvato per nascondere noi stessi, ormai incapaci di amare e di uscire allo scoperto per offrirci agli altri. 

E in quell’angolo d’egoismo superbo lontano dal Golgota, “fuori” cioè dal raggio della Grazia, ci vedremo “tolto” quello che “abbiamo” già ricevuto, la pienezza della vita divina e la gioia che ne scaturisce. “Tolto” perché lo abbiamo disprezzato; “tolto” perché lo abbiamo già rifiutato e gettato via. “Quello che abbiamo” ricevuto gratuitamente, infatti, lo “abbiamo” perché sia donato altrettanto gratuitamente. La “lampada” che Cristo ha acceso in noi può brillare solo sulla Croce, il luogo dove si ama sino alla fine, dove la vita è consegnata appunto “senza misura”. Lontano da essa saremo ovviamente “misurati con la stessa misura con la quale abbiamo misurato”: e risulteremo vuoti, senza nulla.

Non si tratta perciò di durezza e severità, Dio non si vendica; ma dell’estremo atto d’amore con il quale Egli cerca di scuotere chi si è allontanato da Lui, perché dalle conseguenze dolorose di tale scelta riconosca i propri peccati e si apra alla sua misericordia. Ma coraggio, perché il Signore è buono, e con amore ci ammonisce oggi a ben guardare” la Parola che ascoltiamo, secondo l’originale greco tradotto con “fate bene attenzione”. Ci chiama ancora a fermarci e a guardare bene alla nostra vita nella quale la Parola si è incarnata e freme per continuare ad operare. Quante grazie abbiamo ricevuto! Quanti “segreti” ci sono stati svelati nella Chiesa! Quante volte abbiamo pensato che quell’evento doloroso avrebbe segnato la fine di progetti e speranze, e invece abbiamo visto che proprio attraverso di esso Dio ha moltiplicato la gioia nella nostra vita.

Guardati attorno oggi, tua moglie, tuo marito, i tuoi figli, le persone che hai accanto; guarda te stesso, anche la tua debolezza, la fragilità, le contraddizioni, e ascolta la Parola del Signore. Essa “viene” a te per rinnovare i prodigi della Pasqua che hai già sperimentato, quelli di cui la Chiesa è testimone da duemila anni. “Guardare”, infatti, è un verbo legato alla risurrezione, usato nel Vangelo per definire l’esperienza visiva dei discepoli dinanzi a Cristo risorto. Siamo dunque chiamati a guardare Cristo, a fissarlo e contemplarlo mentre ci dona “senza misura” la sua vita, perché attraverso di noi la vuol donare a ogni uomo. Anche oggi, e ogni giorno la Chiesa ci “dà” Cristo, nella Parola e nei sacramenti. Con Lui potremo restare crocifissi sul “candelabro” della storia che ci attende, sapendo che, come il roveto ardente di Mosè, la Croce ci brucia senza consumarci. 

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