LA COMPASSIONE CHE CI ACCOGLIE COSI’ COME SIAMO PER TRASFORMARCI NELL’ AMATO

 

Parole, guarigioni ed esorcismi avevano esteso la fama di Gesù “al punto non poteva più entrare pubblicamente in una città”, perché essa sgorgava dalla sua compassione. Questa parola traduce in italiano il greco “splanxnisthèis” (avente viscere che fremono) che traduce a sua volta l’ebraico “rahamin”, che rimanda all’amore viscerale di una madre (“rehem” = utero, seno materno). La compassione svela dunque il cuore materno di Gesù, da cui scaturisce un amore capace di accogliere, concepire e generare, dare alla luce, creare e ricreare: la compassione che ha abbracciato il lebbroso. 
 
Reietto, impuro e impossibilitato ad avvicinarsi a chiunque, aveva molto camminato nelle umiliazioni, nei fallimenti e nel dolore, sino ad avere la certezza che in quell’Uomo che stava passando vicino a lui si celava un cuore di madre, e per questo poteva infrangere le regole. Era distrutto, disprezzato, emarginato e solo, ma proprio per questo “era venuto a Cristo”, aveva percorso il suo catecumenato per uscire da se stesso; i peccati e la malattia non gli impedivano più la speranza e l’umiltà, come spesso accade a noi.
E così poteva “inginocchiarsi” davanti a Cristo come per entrare nel fonte battesimale: il Tempio, il culto, la vita del Popolo Santo, tutto quanto gli era stato interdetto secondo la Legge a causa della lebbra (immagine dei peccati), era di nuovo lì. Era la sua fede che riconosceva, intimamente, in Gesù il volto di Dio. Poteva fidarsi perché era proprio in Lui che era stato creato; la pelle straziata, le membra squassate, non potevano cancellare la verità: nessuno al mondo gli aveva provocato gli stessi sentimenti e ispirato le stesse certezze. Lui assomigliava a Gesù, anche se i tratti somatici erano ormai sconvolti. 
 
Forse, in quell’impeto misterioso che la fede sa muovere, quel lebbroso aveva visto Gesù già sulla via del Calvario; e lo aveva visto senza apparenze d’uomo, disprezzato, rifiuto degli uomini, come uno davanti al quale ci si copre il volto (Cfr. Is. 53). Lo aveva visto come un altro se stesso, lebbroso e crocifisso. Non aveva dubbi, si trovava dinanzi all’uomo dei dolori, che conosce bene il patire, il suo. Per questo è sgorgata dal suo cuore l’invocazione che è stata una sincera professione di fede: “Se vuoi puoi guarirmi”. Mi hai amato, pensato e creato Tu, sono tuo, se vuoi puoi ancora avere misericordia; tu conosci le mie sofferenze, come solo una madre può conoscere. Sono carne della tua carne, e Tu ha il potere di distruggere la morte attraverso la tua carne. Ma ti prego, distruggila ora in me, tu puoi, se vuoi.
E qui le viscere di Gesù si commuovono, come per un figlio, per un fratello amato più di se stesso, e le sue mani si distendono per toccare quelle carni straziate e guarirle. Ma la compassione ha giocato un brutto scherzo a Gesù. Seppur intimato severamente di non dire nulla ma di andare ai sacerdoti per “testimoniare” l’avvento del Messia attraverso il segno compiuto in lui, il lebbroso ha cominciato, ebbro di gioia, ad annunciare la Buona Notizia facendo di lui, immediatamente, un apostolo.
Non a caso tra i parametri usati per definire una guarigione straordinaria come miracolo, la Chiesa usa il criterio della immediatezza e della definitività. Il lebbroso, infatti, portava la Buona Notizia nella carne, la sua pelle un tempo avvizzita era diventata luce, sale e lievito; laddove erano le pustole di morte, recava ora le stigmate di vita sgorgata dalla mano di Cristo. Era la sua vita a parlare, era la sua carne rigenerata a gridare la vittoria di Gesù. Le parole avrebbero solo spiegato, dato ragione di un “fatto”, un avvenimento incontrovertibile. 
 
Mentre prima era obbligato a camminare gridando «immondo, impuro!», indicando se stesso come persona dove abita la morte – i rabbini definivano i lebbrosi come i “morti che respirano” – ora poteva correre, libero, a proclamare e a divulgare il fatto”. E’ questa la missione della Chiesa, e di ogni apostolo: mostrare al mondo la propria esistenza concreta dove ora abita la vita, e “offrire in sacrificio” la propria esistenza salvata “a testimonianza” per ogni uomo. 
 
E’ la fede che si fa notizia nella storia dei cristiani. Così la compassione di Gesù ha dischiuso le porte all’evangelizzazione, senza averla prevista e preparata a tavolino, anzi, sorprendendo e spiazzando addirittura Lui. Quel miracolo doveva restare segreto, ma il lebbroso disobbedisce, non può tacere, è ridiventato bambino, e i bambini, si sa, non sanno mantenere i segreti. E così si apre come “una falla” nel piano di Dio.
Può sembrare assurdo e paradossale, ma il Vangelo ce lo mostra così. Gesù è costretto a fare i bagagli e scappare nel deserto. Va a rifugiarsi dove il lebbroso era scappato ormai libero dalla sua lebbra. Gesù è come il vento, si lascia portare dallo Spirito Santo e non si oppone alla sconfinata misericordia del Padre che scuce le trame della sua stessa volontà per aprirle all’infinita urgenza dell’amore. Per amore tuo e mio Dio sa addirittura cambiare in corsa la sua volontà. 
 
E’ difficile capirlo per chi, come noi, ha bisogno di regole anche per amare. In questo Vangelo si ode l’eco della voce di Maria a Cana che spinge Gesù ad anticipare la sua ora che si sarebbe compiuta sul Golgota: come nel matrimonio senza vino, nelle carni del lebbroso la stessa ora si fa urgente e presente, accolta e anticipata dalla misericordia. Lebbrosi sanati, anche noi siamo chiamati alla stessa libertà. L’esperienza del potere di Gesù Cristo su ogni nostra lebbra pone la nostra vita sul candelabro.
L’audacia della fede che riceviamo nella comunità cristiana ha ragione dell’orgoglio che ci fa paurosi e incapaci di implorare aiuto, e ci svela anche la nostra più intima vocazione. L’urgenza della nostra salvezza captata dal cuore materno di Gesù ci sospinge nell’arena delle urgenze del mondo. Non possiamo restare aggrappati ai nostri sogni, ai nostri progetti, anche a quelli più santi; e questo vale per le parrocchie, le comunità, i preti e ogni cristiano. Siamo di Dio, la libertà che ha mosso Gesù a cedere all’urgenza dell’amore e giocarsi la vita ancor prima dello stesso piano del Padre, è il nostro tesoro che fa ogni giorno nuova e appassionante la vita. 
 
Possiamo sognare e progettare il nostro futuro lasciandolo nelle sue mani che ci toccano ogni istante per purificare i nostri desideri. Non ci sarà tolto nulla, anzi, i desideri si dilateranno all’infinito inondandoci di gioia e di pace, la purezza riacquistata dal lebbroso per vedere l’opera di Dio in tutto, e in tutto lodarlo nell’amore. La compassione infatti spariglia tutto e ci svela la nostra vita dentro a un’urgenza più grande dei pensieri umani più nobili. Che la sua compassione possa anche oggi giocarci lo scherzo di una vita nuova abbandonata alla volontà del Padre, e ci trasformi in segni di misericordia per ogni uomo, cominciando dai più vicini.
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