Una lunga storia d’amore

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Una lunga storia d’amore è quella di Dio con il suo popolo e con l’umanità intera: una linea retta che ha trapassato debolezze e peccati, con pazienza e sempre rinnovata misericordia. La linea tinta con il sangue di Cristo, pensato sin da quando iniziava a scorrere il sangue in Adamo, e il mio, e il tuo. Il sangue divino che è giunto, nella pienezza dei tempi, a farsi una cosa sola con il sangue umanissimo dei suoi fratelli più piccoli, quello dei peccatori. Per questo la Novena di Natale inizia con un percorso a ritroso seguendo le gocce del sangue di Cristo, colate una dopo l’altra sul selciato della storia calcato da ogni uomo. “Egli – infatti – è colui che fu ucciso in Abele, e in Isacco fu legato ai piedi. Andò pellegrinando in Giacobbe, e in Giuseppe fu venduto. Fu esposto sulle acque in Mosè, e nell’agnello fu sgozzato. Fu perseguitato in Davide e nei profeti fu disonorato. Egli è colui che si incarnò nel seno della Vergine, fu appeso alla croce, fu sepolto nella terra e, risorgendo dai morti, salì alle altezze dei cieli. Egli è l’agnello che non apre bocca nato da Maria, agnella senza macchia. Egli fu preso dal gregge, condotto all’uccisione, immolato verso sera, sepolto nella notte. Egli risuscitò dai morti e fece risorgere l’umanità dal profondo del sepolcro” (Melitone di Sardi). Iniziamo dunque la Novena scorrendo la “genealogia di Gesù”, per contemplare, nel cammino del suo seme umano, l’intensità e la profondità dell’amore di Dio che non ha mai lasciato l’uomo solo con la sua superbia. Il termine usato da Matteo per definire la genealogia – ghénesis – lo incontriamo, infatti, nella Lettera di Giacomo: “(Chi non mette in pratica la parola) somiglia ad un uomo che osserva il proprio volto – alla lettera la forma del suo essere, in uno specchio -” (1 Gc. 1,23). La storia del Popolo è tutta in questa Parola: chiamato a guardare a Dio, ad abbandonarsi alla sua promessa colma d’amore fedele, ha costantemente disatteso l’ascolto e l’obbedienza e si è trovato a contemplare il proprio volto, la forma del suo essere corrotto, inconsistente, vuoto. Come ciascuno di noi: quante ore passate a contemplarci allo specchio, costretti a sbattere contro la nostra stoltezza, sperimentando quel senso d’inappagamento, di non risolto, di effimero che sbiadisce ogni istante, relazione e gesto. Ma è proprio qui che Dio ha deciso di piantare la sua tenda. In questa fila di nomi, i nostri, fin dentro le nostre storie perdute; ci è venuto a cercare nell’intreccio di caratteri difficili, peccati, complessi, disfatte e vane glorie. Per questo abbiamo bisogno, nella Novena che ci separa dal Natale, di vedere i passi che abbiamo posato nel fango accanto a quelli del Signore. E giungere così alla nostra realtà di questo tempo, e scoprire che proprio essa è la grotta di Betlemme, il destino al quale conducevano le orme del Signore. L’incarnazione di Dio significa, infatti, la pienezza dei tempi di ogni storia, il momento speciale nel quale ogni esistenza incontra la sua salvezza. E di colpo, quello che era solo abbondanza di peccati è trasformato in Grazia sovrabbondante. Cominciamo oggi il cammino che, come accadde ai pastori di Betlemme, ci condurrà alla Grotta che è il cuore della nostra vita, per contemplarvi l’amore che la riscatta: “Bisogna riconoscerlo, la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno avuto forse tanti antenati criminali, e così criminali. Particolarmente così carnalmente criminali. È in parte ciò che dà al mistero dell’Incarnazione tutto il suo valore, tutta la sua profondità, un arretramento spaventoso. Tutto il suo impeto, tutto il suo carico di umanità. Di carnale. Quantomeno per una parte, e per una gran parte” (C. Peguy).

C’è Abramo nella nostra storia, la promessa che ci ha dato vita; c’è Davide, l’elezione e il peccato della concupiscenza perdonato mille volte; c’è l’esilio, quello di ogni giorno vissuto lontano da Dio e scivolato senza amore. E ci sono quei volti che ci assomigliano rammentandoci la fedeltà di Dio: Isacco, l’impossibile che Dio ha tante volte realizzato nella nostra vita; Giacobbe, l’astuzia subdola per volgere tutto a nostro favore e piegata dalla Croce di ogni giorno; Rut, la straniera e pagana bagnata dalla Grazia come noi strappati al mondo perché accolti con misericordia nella Chiesa, dove abbiamo trovato l’unico Sposo che aveva diritto di sposarci; Salomone, scelto come noi per edificare un Tempio al Signore, che ha gettato alle ortiche primogenitura e sapienza sedotto e stritolato nei tentacoli della bellezza effimera, eppure amato da Dio con pazienza e fedeltà; e i mille altri volti, sino a Giuseppe, sino a Maria, la Chiesa nostra Madre che ci ha accolti nel suo grembo di misericordia, e ci sta gestando nella Verità e nella tenerezza sino a oggi. Attraverso di Lei siamo entrati a far parte di una famiglia santa, dove non siamo “più stranieri né ospiti, ma siamo diventati concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef. 2,18). Dio ha compiuto la sua promessa! Non importa se l’abbiamo dimenticata, e abbiamo vissuto da straccioni pur essendo Figli di Dio. Oggi, nell’amore fatto carne, brilla lo splendore della misericordia che riscatta e santifica la nostra carne. Oggi Gesù è di nuovo generato in noi dallo Spirito Santo, perché impariamo, da Abramo e Maria, l’inizio ed il compimento della nostra storia, ad ascoltare e a obbedire alla Buona Notizia. Viene di nuovo il Salvatore, alza lo sguardo nella liturgia, porgi l’orecchio alla Parola, intensifica la preghiera, accostati ai sacramenti, alla confessione, e lascia a Cristo i tuoi passi sozzi di peccato. E vai a cercare le persone che hai cacciato fuori dalla tua “genealogia”: facevano parte di te, e un giudizio, un’invidia, un rancore li ha cancellati. Ma ora hai capito, ogni persona che la volontà di Dio ha unito alla tua storia, è un’orma insostituibile del cammino di Cristo verso di te. Anche loro sono parte della grotta dove Lui ha scelto, per amore, di nascere per far rinascere.

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