“Amministratori fedeli, non padroni avidi”

Mercoledì della XXIX settimana del Tempo Ordinario

Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora; nessun altro poteva entrarvi per curare le “piaghe che non si lasciano toccare che con mani trafitte da chiodi” (François Mauriac), per inginocchiarsi dinanzi ai piedi che non si lasciano lavare che dal suo sangue. I piedi di Pietro e degli apostoli, i nostri piedi, che hanno lasciato orme di dolore e peccati sino ad oggi, perdonati uno ad uno, sino a quest’ultimo testardamente commesso, perché Gesù ci ama sino “alla fine”. Nessuno di noi “conosceva la volontà di Dio”, per questo abbiamo fatto cose “meritevoli di percosse”, come il mondo. Ma ne abbiamo “ricevute poche”, nulla in relazione al male commesso. abbiamo gustato l’amara conseguenza dei peccati, ma siamo ancora qui, ad ascoltare la Parola, a nutrirci dei sacramenti. Le “percosse” destinate a noi, infatti, si sono abbattute su Gesù, carne crocifissa e sangue versato per trasformarci “in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui” (Benedetto XVI). Questo mistero si rinnova ogni giorno nella Chiesa, dove il Signore parla “a noi” per salvare “tutti”. Ci chiede anche oggi se abbiamo “capito” che cosa Egli ha fatto nella nostra vita. Ne va della nostra “beatitudine”, del nostro compimento in terra e in cielo. “Sapendo” che la “volontà del Padrone” è “darci molto” di sé, e “affidarci il molto” del suo amore, “saremo beati” se lo accoglieremo, per realizzare il “lavoro” nel quale essere “pronti” in attesa del suo ritorno. Ogni “ora” può essere quella di Cristo che viene a compiersi in noi. Siamo infatti “amministratori” dei beni di Dio, non conduciamo noi la storia e nulla ci appartiene. Ci ha scelti per essere “servi fedeli” come Giuseppe, il figlio di Giacobbe. E’ lui la profezia del Servo di Yahwè, che nella discesa – ingiusta – agli inferi del tradimento e della prigione, ha imparato la “fedeltà” alla chiamata ben chiara sin da piccolo, e la “saggezza” nel discernere in ogni evento, anche i più tragici, l’opera di Dio: “Non voi mi avete venduto, dirà ai fratelli, ma il Signore mi ha inviato qui prima di voi proprio per sfamare voi, come oggi accade”. Giuseppe è figura del Servo di Dio, Gesù, che nella morte di Croce è stato fedele e saggio nel discernere la “necessità” di quell’angusto cammino per poter dare da mangiare la salvezza a ogni uomo: “Nessuno mi toglie la vita, ma sono io che la dono”, e così è stato. E’ vero che le mani degli empi, le nostre, lo hanno crocifisso, ma Lui sapeva che su quel Legno benedetto lo aveva inviato il Padre, prima di noi e per noi. Il Signore “conosceva” la volontà del Padre, sapeva che era giunta la sua ora. “Fedeltà e saggezza”, allora, significa “amministrare” con la giustizia della Croce, seguendo le orme di Cristo; proprio per essersi offerto nell’umiliazione del Calvario, Gesù è stato “costituito” Signore e “capo” per “distribuire” a ogni uomo la “razione” d’amore di cui ha bisogno. Siamo chiamati a seguire il suo “esempio”, senza temere che “il ladro scassini” la casa della nostra vita, perché il Padre ne ha fatto cibo offerto gratuitamente a chi ci è “affidato”.

Invece la croce ci spaventa e sembra “ritardare” l’avvento del Signore. Le ore spesso insignificanti, le frustrazioni, sono il luogo dove siamo chiamati a “servire” il coniuge, i figli, i fedeli affidati. Ma spesso non lo accettiamo, e cerchiamo di riempirle con le alienazioni, “mangiando e bevendo” e “ubriacandoci” con il piacere per non soffrire. Così, “quando non ce lo aspettiamo”, arriva il Signore, attraverso una persona o un fatto, e ci ritroviamo tra gli “infedeli”; ci scopriamo cioè senza fede, pagani nel cuore e nella mente. E non possiamo “dare la razione di cibo” – l’amore, la pazienza, il perdono, una parola di verità e consolazione – perché non abbiamo saputo entrare in quel “a suo tempo”, il tempo del fratello affamato… La triste conseguenza è la condanna a passare il tempo in quel “posto riservato agli infedeli”, che è il non senso e l’incapacità di amare, un anticipo dell’inferno. Mentre quello che ci presenta la volontà di Dio, anche quando sembra una stucchevole routine incartata nell’indifferenza dell’altro, è pieno di luce e di pace, un antipasto del paradiso; solo entrandoci e restandoci si può vivere autenticamente! Fare la volontà di Dio, purissima dove non ci è consentito far nulla di ciò che vorremmo: questo è essere cristiani, vivere nudi come Cristo sulla Croce, per offrire, semplicemente, noi stessi. Nessuno può vivere così, se non è scelto per essere servo nel Servo. Ma ti assicuro, anche se la superbia ce la mette tutta per riprendersi quello che sta perdendo, e cadiamo peccando infantilmente tra gelosie e invidie, servire è il segreto della gioia vera, la beatitudine che ci sazia di Lui, l’amore che nessuno e nulla può toglierci. La sofferenza ci purifica e “sala” i beni per impedirci di vivere “infedelmente”, cioè servendo noi stessi. Chi vive per se, infatti, “percuote” con parole e ricatti chi gli è donato, per saziare irragionevolmente i suoi istinti. Ma coraggio, non siamo più grandi del Padrone che ci ama come amici, il suo cammino è il nostro; passa per dove non vorremmo andare, ma giunge alla beatitudine che la carne detesta, e lo Spirito desidera da sempre: l’ultimo posto, quello più in basso di tutti, in ginocchio davanti al fratello. Solo lì, dove oggi la storia ti metterà, “sarai beato mettendo in pratica”, lasciando cioè che Cristo realizzi in te l’amore che si dona gratuitamente. Ogni volto che ci è accanto è il “molto che ci è stato affidato”; ci sarà richiesto “molto di più”, cioè il prossimo raggiunto dalla riconciliazione, dal perdono, dalla speranza, dalla pace, dalla gioia; da Cristo, che è il “di più” che realizza ogni uomo. “Ci è stato dato molto” amore nella Chiesa, no? E’ per gli altri, perché sia moltiplicato in loro attraverso l’annuncio del Vangelo e il dono della nostra vita, testimonianza credibile della “beatitudine” preparata per tutti.

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