Dal Giappone le famiglie cristiane bussano al Sinodo per annunciare che Cristo è risorto, e il demonio non prevarrà

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Dal Giappone il Sinodo appare come il Cenacolo tra il Venerdì Santo e la sera della domenica di Pasqua. In attesa cioè che Cristo appaia risorto e vittorioso sulla paura. Maddalena, la Chiesa perdonata e riscattata, i cristiani dai quali il Signore ha cacciato i sette demoni dei peccati capitali hanno già bussato alle porte del Cenacolo, annunciando che Cristo è risorto e lo hanno visto proprio nelle loro famiglie, nel matrimonio ricostruito mille volte nel perdono. E gli apostoli ascoltano, alcuni credendo e facendo propria la testimonianza di tanti “fedeli laici”, purtroppo ancora poco considerata, come lo era duemila anni fa quella di donne come Maria Maddalena.

Ma da qui, a molte migliaia di chilometri, abbiamo la certezza che la Chiesa riunita in assise per discernere il soffio dello Spirito Santo in questo tempo così difficile per la famiglia saprà riconoscerlo dove sta fortificando e irrobustendo la fede di tante famiglie sparse in tutto il mondo. No, non prevarranno le ideologie, lo sappiamo per certo: state tranquilli, Cristo è risorto davvero, e, nonostante le derive mondane e i tentativi del serpente di ingannare e annacquare la Verità che fa liberi i coniugi di amare sino al martirio, il Signore si farà presente nell’Aula Sinodale. Non è vero che hanno già vinto! E’ vero piuttosto che il demonio ha già perso.

Fatevelo dire da chi vive da anni in terra pagana dove, come recita il Vangelo della Messa di oggi (ieri per chi legge), tra la folla anonima che si accalca e calpesta a vicenda, i discepoli sono come il “lievito” nella massa: non si vede, ma esercita una forza capace di sprigionare vita e fermentare tutta la pasta: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta la pasta si fermenti” (Mt 13,33). Qui in Giappone, con molti anni di anticipo rispetto a quasi la totalità del mondo, proprio la massa perseguita la Chiesa, in modo così sottile e pernicioso da far dire ad alcuni, direttamente o indirettamente – proprio come sta accadendo al Sinodo… – che è impossibile vivere da cristiani in questo Paese. Che è meglio adattare il Vangelo alla cultura, che è un modo elegante e trendy per non dire che è meglio annacquarlo, anzi direttamente cambiarlo, per adeguarlo alle esigenze del demonio, oops, scusate, della cultura indigena e dei tempi attuali. Di conseguenza, sempre secondo alcuni, è impossibile vivere il matrimonio secondo il Vangelo nel Giappone del 2015, perché il demonio, da queste parti, si veste con l’abito più che corretto dell’onestà e della probità sul lavoro, facendo affogare l’unicità delle persone nelle sabbie mobili dell’apparente bene comune; l’uniformità soffoca la diversità, preludio sinistro a una società “gender” a tutto tondo.

La teoria gender, infatti, negando alla radice la irriducibilità della persona umana nella sua differenziazione originaria tra maschio e femmina, produce una serie infinita di generi solo apparentemente diversi. Sono invece figli dell’uniformità satanica che, pur indossando le sembianze ipocrite delle varie sigle di genere che spuntano come funghi, nascondono la tragica realtà della solitudine di chi ha perso il “tu” originale nel quale trascendere il proprio “io”. Per questo, ogni “genere” diverso da quelli originali di “maschio” e “femmina” sono una truffa, schiacciano l’uomo contro il muro dell’autodeterminazione affettiva, obbligandolo a specchiarsi nel proprio “io” come   . Eliminate le differenze tra “maschio” e “femmina” non resta altro che l’autoerotismo, degenerazione del già degenerato erotismo sganciato dall’agape che lo sublima e riscatta. E quel che è più grave, è che questo egoismo estremo di chi vive spesso inconsciamente la solitudine più oscura, raggiunge e ferisce anche altre persone, i figli della masturbazione e dell’utero in affitto. Perdonatemi la crudezza, ma è così, inutile girarci intorno. Chi, tra i tanti sponsor delle nozze e dell’adozione gay, ha davvero riflettuto un solo minuto su come si potrà sentire un bambino che diventerà adolescente e poi adulto, quando scoprirà di essere il frutto di una masturbazione, accolto poi da un utero preso in affitto per nove mesi, e infine preso tra le braccia di due papà. Chi, con un briciolo di ragione, potrebbe definire tutto questo diversamente che un abominio mostruoso?

Lo stesso mostro che recide le radici e l’identità fagocita oggi giovani, adulti e anziani in Giappone. E’ molto più subdolo, e per questo più pericoloso. Come fai, tu cristiano, a combattere contro l’onestà e il sacrificio per gli altri sul posto di lavoro? Capite come si tratta della stessa ideologia satanica del gender, solo impressa sulla faccia opposta della stessa medaglia. Da una parte il lavoro e il bene comune, dall’altra il diritto all’amore e alla paternità e maternità. Goccia dopo goccia, insieme alla stessa ragionevolezza che ha legittimato il divorzio e l’aborto, i sofismi del demonio ci stanno prendendo alla gola, alla stessa maniera dei terroristi islamici.

Ma proprio perché perseguitata, sciolta cioè nel martirio come sale e lievito, la Chiesa può illuminare il mondo intero. E’ il paradosso cristiano nel quale siamo stati coinvolti con la chiamata che ci ha raggiunti: come il nostro Signore ci aspetta un torchio dove essere spremuti sino all’ultima goccia, perché il sangue di Cristo giunga ad ogni uomo; la missione della Chiesa, infatti, è lasciarsi impastare nel mondo per andare a scovare coloro che sono schiavi dell’egoismo perché, bagnati dal sangue di Cristo che li purifica, possano essere presentati insieme ai cristiani a Dio come un’oblazione pura.

I martiri ci indicano il cammino, come quelli di Nagasaki, che sulla Croce cantavano i salmi con cui facevano risuonare, proprio per i loro carnefici, le melodie che gli angeli cantano in Cielo per l’eternità. A questo canto tra le fiamme della fornace ardente delle tentazioni e delle persecuzioni siamo chiamati tutti, in Giappone come in ogni parte del mondo. Il Sinodo qui, a parte alcune dichiarazioni da parte della Gerarchia, è soprattutto la candida schiera dei martiri che, in diversi modi, da più di cinquecento anni stanno imporporando questa terra. Famiglie che vivono in Cristo la loro vocazione opponendosi con parresia alla “massa” che le vorrebbe scolorire nel grigio dell’irrilevanza. E invece no, sostenuti dalla Grazia dello Spirito Santo, un pugno di mariti e padri, missionari e fratelli giapponesi del Cammino Neocatecumenale, al prezzo della carriera e di un’emarginazione sicura, tornano a casa in tempo per cenare con moglie e figli, dicendo no allo “straordinario” per tutti diventato “ordinario”. E così educano i loro figli a mettere Dio al primo posto, e a non inchinarsi all’imperatore di turno. Il Sinodo in Giappone è un manipolo di famiglie sante che, come già secoli fa, annunciano che Gesù Cristo è risorto ed è il Kyrios, l’unico Signore della loro vita; anche a prezzo della vita dei figli, che difendono eroicamente la santità della Domenica rinunciando alle attività della scuola che così li emargina e li retrocede a studenti di serie B. Genitori che, nonostante i costi enormi per la scuola e l’Università, continuano a fidarsi del Signore nella certezza della sua vittoria sulla morte, e si aprono alla vita in obbedienza alla “Humanae Vitae”, e le loro famiglie numerose con quattro, sei e anche undici figli, sono una luce che illumina le tenebre dell’uniformità sociale.

La Chiesa, in Giappone come in ogni altra parte del mondo, ci sta insegnando come innalzare nel mondo l’inno di lode a Dio, bestemmiato e dimenticato da questa generazione. Unico pericolo, l’”ipocrisia”, peggiore dei peccati stessi, perché, occultando la realtà e dissimulando la debolezza dell’uomo ferito dal peccato originale, rende vana la Croce di Cristo, e frustra così la missione della Chiesa. L’ipocrisia è il “lievito” malvagio di una vita doppia che infetta tutta la pasta: “Corruptio optimi pessima”, ovvero “ciò che era ottimo, una volta corrotto, è pessimo” (San Gregorio Magno). Per questo Gesù si dirige “innanzitutto ai suoi amici” per metterli in guardia dall’ipocrisia, che è il vero pericolo per la Chiesa; se una comunità è ipocrita diventa come Il sale che perde il sapore, inutilizzabile e buono solo ad essere gettato e calpestato: come quei farisei diventati sepolcri di cui nessuno si avvede e per questo calpestati; come ciascuno di noi, quando, perdendo la primogenitura profetica, torniamo ad essere folla anonima che si calpesta a vicenda. L’ipocrisia è l’antitesi della profezia, della novità, della Verità che illumina e libera. E’ l’hametz che impedisce la pasqua, il fermento dell’uomo vecchio che si corrompe e si chiude all’annuncio della liberazione.

Gli “amici” di Gesù sono invece chiamati alla “parresia”, la libertà e il coraggio di annunciare con franchezza e senza sconti il Vangelo che trasforma una massa anonima in una comunità. Quello che gli apostoli predicavano “nel segreto” del catecumenato e delle assemblee delle comunità sparse nel mondo, una volta fatto carne e vita nei cristiani rinati da acqua e da Spirito, era “annunciato sui tetti”, sino al martirio. E così è stato durante tutta la storia della Chiesa, sino ad oggi. Se frequentare la Chiesa non è una vernice di ipocrisia spalmata su una vita doppia, da una parte il culto e dall’altra la condotta di ogni giorno, ma ha condotto alla fede adulta, essa fermenterà ogni pensiero, parola e gesto, e così vincerà il mondo.

Ma è necessaria una seria formazione, è cioè fondamentale avere “stanze più interne”, come il Cenacolo dove gli apostoli si erano nascosti per timore dei Giudei e hanno visto Gesù vivo passare oltre le porte della morte e della paura, lo hanno ascoltato mentre annunciava la Pace, hanno mangiato con Lui e hanno ricevuto lo Spirito Santo vittorioso su ogni timidezza che li ha spinti fuori sino agli estremi confini della terra, ad annunciare quello che avevano visto e udito, anche a costo della propria vita. Il Cenacolo è immagine delle piccole comunità dove i cristiani della Chiesa primitiva si nascondevano nell’intimità con Cristo, come poi ogni casa, ogni chiesa, nelle quali i discepoli dell’Agnello si sono ritirati mentre infuriava la persecuzione, per “ascoltare” e “dirsi” le Parole della fede. Solo grazie al seno materno della comunità, solo nel Cenacolo i cristiani possono ricevere lo Spirito Santo che li conduce con letizia a lasciarsi oltraggiare e uccidere per amore del Nome di Gesù.

Sulla croce infatti, nella persecuzione, nel rifiuto, nel martirio, ogni segreto verrà alla luce: se l’interno è stato purificato esso splenderà nell’amore; se invece è pieno di iniquità sarà svelata l’ipocrisia. I segreti dei discepoli sono le cose nascoste ai sapienti e agli intelligenti, i segreti del Regno e della vita celeste che, nella debolezza e nella precarietà, essi vivono già qui sulla terra, come primizie, lievito e profezia del destino a cui è chiamato ogni uomo. Per questo non si può dare per scontata la fede, ed è il più grande errore in cui molti incorrono oggi nella Chiesa. E poi cercano, con criteri mondani, di mettere delle pezze, quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla. Vi risuona qualcosa delle troppe parole al vento blaterate intorno e, a volte, anche dentro l’aula sinodale?

Se un prete non è stato formato integralmente, se non ha ricevuto la spina dorsale della Croce, se il Vescovo e i formatori non si sono preoccupati che abbia ha fede autentica e provata, quando si presenta la frustrazione, la solitudine, la sofferenza che costituisce la missione, entrerà in crisi, e lascerà il ministero. Non c’entra nulla il fatto di non essere sposato, perché ciò vale anche per i matrimoni. C’entra la fede. Quando arriva una difficoltà, un tradimento, o la diversità esplode nella vita di tutti i giorni, se gli sposi hanno fede possono entrarvi distendendo le braccia sulla Croce. Se non ce l’hanno divorzieranno, e cercheranno come rifarsi una vita. Certo, le coppie di risposati sono una realtà diffusa, è una ferità di questa generazione, e occorre cercare ogni pecora perduta, e riportarla con misericordia all’ovile, e superare i moralismi che schiacciano e non salvano nessuno.

Ma la Chiesa è chiamata ad aprire le sue porte perché le persone ricevano la fede in una comunità concreta e per mezzo dell’iniziazione cristiana, perché solo la fede dà la vita eterna. E chi ha vita eterna dentro non teme le persecuzioni più feroci: sa che ogni suo capello è contato, che la sua vita è custodita nel cuore di Dio. Chi ha fede sa che il vero inferno è il peccato, e la strada per andarci è la disobbedienza che nasce dalla superbia. Chi ha fede vive già le primizie del Cielo, è passato con Cristo dalla morte alla vita, e può perdonare, può essere fedele, può lasciare il peccato; una moglie può tornare al marito che l’ha lasciata anni prima, un marito può lottare contro le tentazioni che ha in ufficio. Un cristiano può amare. Può donarsi nel martirio, il lievito che salva il mondo.

L’amore di Dio infatti è un talento che non può restare «nascosto» nell’ipocrisia di chi cerca in esso la propria gloria; l’amore invece è fecondo e “svela” all’ “esterno” le opere della fede che colmano l'”interno”. Ė come tra due sposi: con pudore «nascondono» nell’intimità della «stanza più interna» effusioni e sguardi in un linguaggio di parole e corpi che solo loro comprendono. Ma ognuno di quegli istanti d’amore, pur restando un “segreto” sigillato tra i due, è destinato a fissarsi scolpito nella vita dei loro figli, che in quei momenti ereditano dai genitori la somiglianza. Così Gesù rivela il suo mistero “anzitutto” ai suoi discepoli, scegliendoli come primizie perché “stiano con Lui” sperimentando il suo amore che li fa immagine somigliante dello stesso Padre, per farlo poi “conoscere” al mondo. Nell’intimità della comunità essi si uniscono allo Sposo, per poi offrire al mondo i frutti della Grazia e della Parola che hanno accolto e li ha ricreati.

Per questo il Signore invita i suoi amici, cominciando dai suoi apostoli riuniti al Sinodo, e poi ciascuno di noi, ad abbandonarsi a Lui e alla sua fedeltà, che è il significato ultimo del “timore” nella Scrittura. Soprattutto, a non temere perché “anche i capelli del nostro capo sono contati”, e non è solo un modo di dire: è la realtà dell’amore di Dio che conosce tutto di noi e ci ama ed è fedele in ogni circostanza, e ha potere sul peccato anche nelle situazioni più banali. Tutto di noi è “contato” perché nulla manchi all’appello della sua misericordia che compie nell’amore la nostra vita perché possiamo essere accolti nel Cielo. Ecco il punto! Vi è un destino dopo la morte, e come si può parlare della famiglia senza avere presente il Destino che ci attende? La famiglia cristiana, infatti, è un segno profetico delle nozze eterne tra Cristo e la sua Sposa, alle quali sono chiamate anche le Nazioni pagane. Chi non conosce il Signore potrà godere della sua intimità nel Cielo se avrà dato un bicchiere d’acqua ai fratelli più piccoli di Gesù. Il destino eterno degli uomini si gioca dunque sull’atteggiamento che avranno avuto nei confronti degli apostoli, delle famiglie cristiane. A patto che lo siano davvero! Ed è ciò che stiamo sperimentando in Giappone. Quante persone sono toccate dalla testimonianza di famiglie numerose che, per questo, vivono nella precarietà che diventa un segno per tutti. Quanti stanno vedendo il Signore pur senza saperlo nelle famiglie in missione, straniere e per questo pellegrine e senza sicurezze in questo mondo; o nelle famiglie giapponesi che, per vivere cristianamente, si stanno accomodando all’ultimo posto di questa società. Basta uno sguardo di compassione su di loro per entrare nel Cielo! Lo ha detto il Signore, dicendo ai Padri Sinodali e a tutti noi che, per compiere la sua missione di sacramento di salvezza per l’umanità, la Chiesa deve ripartire dalla fede per formare famiglie sante che la trasmettano ai loro figli e siano segno di cristo in questa generazione.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 17 ottobre 2015

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