Non è un vanto annunciare il Vangelo a Piazza San Giovanni, ma un dovere

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Come ribadito dagli organizzatori, la manifestazione di domani sarà, essenzialmente, un gioioso e serio annuncio del Vangelo. Non è un ossimoro, ma la realtà che sgorga da chi, attraverso il Vangelo, ha scoperto la gioia e la serietà della vita perché in esso si compie e compone tutto ciò che nella società agnostica è inconciliabile. Il cuore dell’annuncio della Chiesa, infatti, è un evento che si sta realizzando, una novità che si sta approssimando: “il Regno dei Cieli è vicino”. C’è dunque un luogo dove sperimentare la pienezza della vita, il “Regno che appartiene a Dio”, dove ogni uomo può tornare ad essere suo figlio. Ma non è un luogo fisico, è la comunione tra “chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia” (Papa Francesco, Discorso ai membri di Comunione e Liberazione); è il “luogo” dove ogni nostro peccato diviene “il luogo privilegiato per l’incontro con Gesù Cristo”. Per questo si dilata sino agli estremi confini della terra dove si nascondono i peccatori attraverso le “braccia, le mani, i piedi, la mente e il cuore di una Chiesa “in uscita”. L’annuncio della Chiesa, infatti, è una sorta di “work in progress”, si compie “strada facendo”. Se gli apostoli non camminano, il Regno di Dio non si avvicina all’umanità. Se domani non “usciamo” per andare a Piazza San Giovanni, il “Vangelo della Vita e della famiglia” che fonda e smentisce le menzogne elaborate nelle stanze del potere che ha in odio l’uomo, non arriverà a questa generazione. Per questo l’evangelizzazione, che realizzeremo anche in Piazza San Giovanni, non è questione da pianificare a tavolino, soppesando pro e contro, momenti opportuni e inopportuni; è il frutto dell’amore che esplode e sa di essere sempre urgente, ancor più ora che le tenebre stanno avvolgendo le nostre aule parlamentari. L’amore più puro, perché l’unico autenticamente gratuito; nasce infatti dal cammino di Dio verso la pecora perduta, l’umanità dispersa e schiava delle menzogne del demonio. Il cammino della Parola fatta carne e giunta a ogni uomo attraverso la carne di Maria, immagine della Chiesa.

“Strada facendo”, come recita il Vangelo, Gesù si è “avvicinato” ai peccatori, e, in una carne simile alla loro, ha annunciato e mostrato il “Regno dei Cieli” come il Destino possibile alla loro carne “inferma”, azzannata dalla “lebbra”, “morta” a causa dei “demoni” che se ne sono impossessati. In ebraico, la radice BSR del verbo “evangelizzare” è la stessa di “carne”: “La prima circostanza in cui nella Torah ricorre la parola carne non è insignificante. Essa è pronunciata dall’Adamo, al quale il Signore dà colei che Egli ha desiderato per porla di fronte a Lui. Il Signore l’ha creata con la “costola” o il “fianco” dell’Adamo. Allora, l’uomo che aveva chiamato per nome gli animali, pronuncia la parola carne. E, con tenerezza, dice: Questa volta essa è carne della mia carne, osso delle mie ossa. La Torah chiama l’uomo a essere due, uno di fronte all’altro. Ma allora bisogna parlarsi. Allora soltanto, avremo una comunicazione, una carne insieme, BSR. Questa relazione potrà essere chiamata evangelizzazione, Vangelo, BSR” (M. Vidal, Un ebreo chiamato Gesù).

Così, l’evangelizzazione alla quale in modo speciale e unico siamo chiamati il 20 giugno, riporta in luce l’origine, e per questo guarisce dalle malattie. “Questa volta” la moglie che ho di fronte “è carne della mia carne, osso delle mie ossa”; non sono più animali a cui dare il nome per dominarli, ma altri me stessi, è il “tu” che mi è stato tolto dal petto e che manca al mio “io” perché sia completo, quel frammento unico e irripetibile nel quale riversare l’amore ricevuto, a cui donare la vita perché la mia vita sia finalmente pacificata, realizzata, compiuta. Per questo San Paolo afferma che non è un vanto annunciare il Vangelo, ma un dovere, un incarico, un imperativo che sgorga da un cuore mutilato e inquieto sino a che non ha ritrovato la propria Eva, il fratello perduto.

Con l’annuncio del Vangelo Cristo nuovo Adamo risorto dal sonno della morte ha ritrovato la sua Eva, ciascuno di noi, facendoci il “tu” nel quale riversare il suo amore. L’incontro dello Sposo con la sua Sposa desta quindi in ogni uomo la dignità perduta con il peccato, proprio ricreandolo a immagine e somiglianza di Dio, “maschio e femmina”. Ciò significa che alla fonte della missione della Chiesa vi è la relazione sponsale, il matrimonio tra uomo e donna, immagine dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Quindi, solo l’annuncio del Vangelo può illuminare l’origine autentica del matrimonio e la natura originale della famiglia. In questo miracolo della Grazia, infatti, è fondato anche il nostro matrimonio, anch’esso immagine cristallina della relazione d’amore tra Cristo e la sua Chiesa. In questo amore ha trovato compimento ogni nostro desiderio di amore autentico, indissolubile nel tempo, incorruttibile in mezzo alle intemperie, radicandolo nella verità in cui esso nasce, nonostante le nostre debolezze.

Scendendo ancor più in profondità, possiamo dire che l’essenza stessa di un matrimonio cristiano è missionaria, esattamente come quella della Chiesa: “far parte della Chiesa apostolica vuol dire essere consapevoli che la nostra fede è ancorata all’annuncio e alla testimonianza degli stessi Apostoli di Gesù, è ancorata là, è una lunga catena che viene di là” (Papa Francesco, Catechesi all’Udienza generale del 17 settembre 2014). Ciò significa che tutti i membri di ogni famiglia “ancorata” nella fede della Chiesa devono “sentirsi sempre inviati, sentirsi mandati, in comunione con i successori degli Apostoli, ad annunciare, con il cuore pieno di gioia, Cristo e il suo amore a tutta l’umanità”. La Chiesa e la famiglia cristiana sono sorte dall’incontro con Cristo risorto, alimentate e protette entrambe dal suo Spirito vivificante; se si chiudono in se stesse si corrompono. I cristiani che non escono da se stessi, dagli steccati autoreferenziali dei propri gruppi, “muoiono prima nell’anima, poi moriranno nel corpo, perché non hanno vita, non sono capaci di generare vita, altra gente, altri popoli: non sono apostolici. Ed è proprio lo Spirito a condurci incontro ai fratelli, anche a quelli più distanti in ogni senso, perché possano condividere con noi l’amore, la pace, la gioia che il Signore Risorto ci ha lasciato in dono” avendo “a cuore la salvezza di tutta l’umanità”, senza “sentirsi indifferenti o estranei di fronte alla sorte di tanti nostri fratelli”.

Abbiamo a cuore la sorte dei nostri figli? E quella dei tanti che in questa generazione sono impigliati nella dittatura di un pensiero unico che li sta spogliando dell’identità e della dignità? Amiamo davvero le vite che ci sono state affidate? Siamo consapevoli degli abusi sulle famiglie, sui figli, sulla vita e sulla persona nascosti nei decreti in discussione? Allora non c’è un istante da perdere, sono in gioco la vita, la felicità e la salvezza di milioni di persone nel nostro Paese. Non saranno i compromessi politici a deciderne le sorti, lo sappiamo bene. Sarà invece la verità che si impone nella sua evidenza a porre un argine al fiume in piena che ci sta per travolgere, obbligando i responsabili della “Res-publica” a tenere conto di essa. Il Vangelo, infatti, è sempre una notizia impensata e spesso insperata. Talvolta è una doccia gelata su un corpo sprofondato nel sonno, della ragione e del cuore. Così sarà il 20 giugno a Piazza San Giovanni, un fulmine inatteso di bellezza e verità nel torpore generale scambiato per una bella giornata di sole.

“Strada facendo” siamo inviati a con-solare tutti i “soli” che incontreremo, anche i nemici della Chiesa, addirittura i suoi persecutori, anche chi, consapevolmente o inconsapevolmente, stanno lacerando la santità del matrimonio e della vita; perché come profetizzato da Gesù, “il Regno di Dio viene con noi”, e siamo annunciatori delle Parole onnipotenti del Vangelo, che fa di ciascuno il “tu” che Cristo cerca per donarsi. Cristo vivo nelle nostre famiglie è lo spazio dove tutti possono trovare la “Pace” che siamo chiamati ad annunciare. Lo Spirito Santo ci guida da chi è “degno” del Regno, sino alla “casa”, cioè alla vita di colui per il quale è stato preparato. Chi ci è accanto, infatti, ha la “dignità” di cittadino del Cielo; forse l’ha sepolta o la sta rifiutando. Non è questo il nostro problema; Dio, infatti, ama ogni uomo lasciandolo libero di rigettare perfino la propria dignità. A noi sono dati, per Grazia, occhi celesti per guardare tutti con lo sguardo del Creatore, il dono speciale di intercettare in ciascuno, senza parzialità e pregiudizi, l’opera spesso nascosta della Grazia che prepara ogni uomo all’incontro con Cristo.

E se si incendierà la persecuzione, beh sarà il segno dell’autenticità della nostra testimonianza. Non si perseguita l’irrilevanza, sarebbe una follia, no? Non solo, ma sarà anche la profezia che il seme gettato a Piazza San Giovanni darà frutto a suo tempo, come lo ha dato il sangue di ogni martire nella storia. E chissà che, come accade in tante parti del mondo, anche l’Italia non abbia bisogno di “martiri” per scampare alla distruzione dei “nuovi barbari” che stanno arrivando. Chi ha difeso l’Europa dall’avanzata dei “vecchi barbari”, inducendoli a cambiare vita e assumere usi e costumi degni della persona umana? I monaci e i cristiani disseminati in piccole comunità sul territorio europeo. Essi non solo hanno fermato l’avanzata dei violenti, ma hanno loro insegnato, con l’annuncio e la testimonianza di una vita che rispondeva ai bisogni più profondi dell’uomo, ad abbracciare il cristianesimo, e con esso anche gli aspetti più nobili della cultura greco-romana. Un precedente che ci fa ben sperare, vero?

Spinti allora dall’amore che ci ha raggiunti, siamo inviati, istante dopo istante, a “rivolgere il saluto” a tutti, che per un ebreo è sempre “shalom! Pace!”, il saluto di Cristo risorto, la sintesi dell’annuncio. Per questo, la “strada” di ogni apostolo non può essere che quella percorsa da Colui che li ha inviati e del quale sono ambasciatori, la via della Croce che schiude il cammino alla resurrezione. Siamo cioè inviati senza portare con noi alcuna sicurezza fondata sugli espedienti mondani per catturare consenso, ma solo la Parola da annunciare e che ha salvato noi per primi. La missione sorge, infatti, dalla gratitudine per la gratuità con la quale abbiamo ricevuto tutto dal Signore. Per questo la manifestazione non sarà contro nessuno. Figurati, è l’amore che ci muove! E per questo la manifestazione del 20 giugno non è un vanto ma un dovere per chi ha sperimentato Sappiamo bene per esperienza, infatti, che “la morale cristiana”, cioè la vita nuova in Cristo che risplende anche nei coniugi fedeli e nelle loro famiglie aperte alla vita, “è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me” (Papa Francesco).

Così a Piazza San Giovanni seguiremo “la strada della Chiesa” che “è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio”. “Monete, sandali, bisacce” non fanno parte del nostro bagaglio, come fu per Davide dinanzi a Golia: solo cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta nelle cinque piaghe del Signore che fonda e salva ogni giorno le nostre famiglie. In essa vi è il potere di curare e guarire che ci accompagna, per schiudere il Cielo attraverso la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne che si compie in noi, mostrando così a tutti la vita più forte della morte.

Andiamo allora con i segni che testimoniano il potere del Vangelo. Ogni famiglia infatti è una parola viva che si fa Vangelo per chi ci guarderà e ascolterà. Non c’è un minuto da perdere per “uscire” dal proprio “particulare” e testimoniare che la famiglia è composta da un “maschio” e una “femmina” che diventano marito e moglie; che i figli non si comprano, e non sono un prodotto di laboratorio per soddisfare i propri desideri; che nessuna donna può essere scambiata per un forno… Basta la luce della nostra gioia che dirada le tenebre dell’insoddisfazione; bastano gli occhi dei nostri figli, illuminati dal colore di quelli della mamma che lo tiene in braccio, e disegnati come quelli di papà che la tiene per mano; con quegli occhi che, senza bisogno di parole, annunciano a tutti l’indiscutibile verità messa oggi in discussione, facendo risplendere la certezza della propria origine deposta nel cuore, presente per illuminare la crescita e lo sviluppo, e proprio perché ferita da peccati e difetti, aperta alla pienezza che solo Dio può dare.

Articolo pubblicato su “La Croce” dell’11 giugno 2015

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