La gioia della famiglia cristiana per annunciare la bellezza della verità ai “nuovi sadducei”

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Mentre ieri celebravo l’eucarestia il Vangelo mi è venuto incontro come un dono di Dio, davvero una Buona Notizia che sigilla e conferma la decisione di celebrare un nuovo Family Day. Le parole di Gesù, infatti, attualissime, ci consolano e ci spingono in uno zelo rinnovato per la salvezza di ogni uomo, salvezza che passa attraverso la salvezza della famiglia naturale, Papà, mamma e figli. Mai come in questo tempo, infatti, tanti “sadducei” vengono a noi per interrogarci sulla nostra fede, sulla fede della Chiesa che, proprio sulla resurrezione di Gesù Cristo e dell’uomo con Lui, fonda la sua dottrina sul matrimonio. Non a caso per interrogare Gesù i sadducei lo pongono di fronte al matrimonio sul terreno della Scrittura. E’ importante capire il senso della disputa, perché illumina quella che tutti siamo chiamati ad affrontare in questa generazione. Nel brano in questione, i sadducei insidiano Gesù prendendo a pretesto il brano della Scrittura nel quale appare la Legge del Levirato, un tentativo giuridico di salvaguardare l’asse ereditario di un uomo morto senza figli. Se uno restava senza discendenza, suo fratello avrebbe dovuto sposare sua moglie perché gli generasse il figlio che ereditasse la sua terra a suo nome, e così quel “nome non si estinguesse in Israele”.

E’ interessante notare che i sadducei erano una classe sacerdotale di estrazione aristocratico – borghese molto conservatrice. Accettavano solo il Pentateuco, e rifiutavano la Tradizione orale; non trovandosi nella Torah passi che affermino esplicitamente l’esistenza dell’uomo dopo la morte, negavano la resurrezione: “La dottrina dei Sadducei fa perire l’anima col corpo e non riconosce altre norme all’infuori della legge” (Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 18,16). Legge, potere, denaro, il profilo dei sadducei è molto simile a quello di coloro che, nell’attualità, pur definendosi progressisti e aperti alle novità che sorgono dalla società civile, sono al contrario i più grandi conservatori, perché schiacciati disperatamente sulla terra che calpestano e per questo ostinatamente chiusi alla novità autentica che viene dal Cielo. Per questo potremmo definire come i “nuovi sadducei” tutti coloro che patrocinano il riconoscimento culturale e giuridico del matrimonio omosessuale.

Purtroppo è quasi inutile discutere con chi ha deciso che l’acqua non è bagnata solo perché non è scritto esplicitamente in alcuna legge! E’ inutile perché questo atteggiamento è figlio del rifiuto di un’autorità estranea e superiore all’uomo. Rifiutano le parole della Tradizione e del Magistero della Chiesa perché, essendosi chiusi alla possibilità della resurrezione, non le riconoscono alcuna autorità; come fecero i sadducei con Gesù, fedeli esclusivamente alla lettera della Legge.

Ma se ti chiudi allo Spirito che solo può dare vita alla lettera, succede che finisci con non capire più nulla neanche della Legge che hai posto a fondamento della tua vita. Ed è proprio quello che Gesù rimprovera ai sadducei: “voi siete in grande errore, dal momento che non conoscete le Scritture, né il potere di Dio”. L’esempio dei sette mariti morti senza figli lo dimostra, perché denota in essi una visione di fondo idolatrica del matrimonio e della sessualità, che la risposta di Gesù svela e smentisce: “quando” i sette mariti “risusciteranno dai morti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nel Cielo”. E ciò è coerente con la Scrittura, nella quale è assente qualunque visione divinizzante della sessualità perché ciò che è divino è l’impronta del Creatore nell’uomo creato a sua immagine e somiglianza proprio come “maschio e femmina”. Né il maschio e né la femmina in quanto tali sono divini; non sono in sé un assoluto di fronte al quale prostrarsi in adorazione, assecondandone cioè qualunque inclinazione. Divina è la relazione tra i due che li porta a trascendersi l’uno nella diversità dell’altra; divino è l’amore che si realizza anche attraverso il corpo e la sessualità in un dono mutuo e senza riserve.

Quando il corpo e la sua connotazione di genere divengono un assoluto sganciato dall’unico Assoluto che è Dio, entrambi diventano tempio dell’idolatria nel quale esercitare il culto al proprio ego con un effetto deflagrante. Si uniscono allora due “io” assoluti che usano del corpo per affermare se stessi, scambiando l’amore con la soddisfazione di un piacere che impedisce ad ogni livello la fecondità.

E non è un caso che i sadducei tocchino proprio il tasto della sterilità. La Legge del Levirato tentava, infatti, di aprire una porta sul futuro di una coppia sterile. Ma si trattava di un tentativo di impedire che la maledizione della sterilità giungesse sulla famiglia cancellandola dal popolo, che al tempo di Gesù era stata quasi del tutto accantonata. Vediamo: se non c’era discendenza occorreva in qualche modo aggirare il problema. Ma proprio il modo istituzionalizzato nella Legge del Levirato mandava all’aria l’idea della risurrezione e di una vita dopo la morte. Così, ironicamente, i sadducei affermavano che i sette fratelli sarebbero stati mariti di quella donna solo in funzione della riproduzione qui sulla terra, perché non poteva esistere una risurrezione che avrebbero visto la sventurata divisa tra sette coniugi.

Ed è molto simile a ciò che accade oggi: la natura ci dice che non possiamo avere figli, ma se la legge ce lo permettesse potremmo aggirare il problema. Ma è chiaro, perché sia approvata una legge che permetta ad esempio a una donna di dare in affitto il proprio utero, occorre prima far sparire dal radar qualsiasi possibilità che esista la resurrezione. Occorre cioè prima ridicolizzare la fede della Chiesa, estrometterla dal dibattito, e così tacitare ogni possibile contestazione all’impianto culturale della legge che si vuole far approvare. E’ ovvio che essa, come il ragionamento dei sadducei, poggerà su un castello di sabbia. Mettere il bavaglio alla Chiesa, infatti, non cambia di una virgola la sostanza e la verità delle cose!

Quando la sessualità è separata dall’aspetto relazionale del dono totale di se stessi all’altro diviene una triste maschera di se stessa e diviene sterile. Non può essere aperto alla vita e fecondo un rapporto fondato sul proprio “io”, sia che si tratti di coppie eterosessuali che di quelle omosessuali. Ma mentre nelle prime si tratta di cadute dalle quali ci si può rialzare per ricominciare a vivere una relazione compiuta nell’amore aperto alla vita, nelle seconde si tratta di una chiusura previa, di un muro invalicabile che relega la relazione al di qua del suo compimento. Si potrà parlare di affetti e sentimenti, ma mai dell’amore che incarna il soffio vitale dello Spirito Santo che già nella Trinità, immagine primigenia della famiglia, lega nell’unità Persone diverse senza confonderle.

La Chiesa è nata nel grembo della risurrezione di Cristo, e per questo non può tacere; e se tacerà, grideranno le pietre… Essa, infatti, è testimone della sua vittoria sulla morte che, per esperienza dei suoi figli, sa di essere la conseguenza del peccato. Perché si può credere alla risurrezione solo se si parte dalla semplicissima constatazione dei limiti umani, della fragilità dei suoi sentimenti, della vulnerabilità dei loro desideri e delle loro promesse, della ferita che ogni carne porta incisa e che, non rimarginata, fiotta sangue di fronte a ogni difficoltà, sofferenza, tradimento. Solo chi ha accettato di non essere dio, di non avere cioè tra le mani la bacchetta magica che lo renderebbe onnipotente e capace di soddisfare ogni suo desiderio e inclinazione, può compiere l’atto più ragionevole che ci sia: inginocchiarsi umilmente e chiedere all’Autore della vita quella perduta sanguinando sul ciglio dei propri fallimenti.

Ma oggi non è proprio aria, anzi. La cultura ha chiuso ogni finestra sul Cielo, non resta che la terra dove dimenarsi per scimmiottare la libertà e l’amore perduti. La scienza è una schiava dei desideri spesso deliranti dell’uomo che ha distrutto nella menzogna il freno deposto nel suo intimo. Tutto sembra lecito, perché qui sotto, davanti a me, non ci sono che altri poveri uomini che cercano di divincolarsi dai propri limiti cambiando il nome alle cose e alla realtà, nell’illusione che così finiscano di costituire un impedimento alle proprie inclinazioni. C’è qualcuno tra i “nuovi sadducei” disposto a guardare in alto, in cerca di una Parola che interpreti oggettivamente la vita? C’è qualcuno che abbia il coraggio di osare e aprire la finestra per vedere se, per caso, non esista un Dio in Cielo più forte della morte che schiaccia ogni uomo nella tomba? Qualcuno che abbia l’audacia di schiudere appena gli occhi del cuore e della mente per aprirsi alla possibilità che quel Dio, da quella posizione privilegiata al di là dei limiti umani, sia capace di affermare, senza il pericolo di essere smentito, la Verità sull’uomo?

Ecco, la Chiesa è chiamata in questa generazione a cercare questi eroi stanchi di gettare la vita tra le catene ideologiche dei “nuovi sadducei”. Non solo, ha il dovere di annunciare il Vangelo della vita eterna per destare in tutti il desiderio della libertà autentica; per disseppellire dal cuore delle persone il seme divino che il Creatore ha deposto quando, nel fango da cui ha tratto l’uomo, lo ha reso sua immagine e somiglianza deponendo in lui il suo alito di vita. Per questo si è deciso di celebrare un nuovo Family Day, per amore di ogni persona intrappolata nel pensiero unico e per offrire a ogni “nuovo sadduceo” la bellezza della risurrezione di Cristo che risplende nella famiglie che su di essa sono fondate e da essa sono state salvate.

Non sarà facile, lo sappiamo. Ma non c’è altra via che la testimonianza gioiosa della vita sovrabbondante da cui scaturiscono il perdono e la pazienza, l’apertura alla vita vittoriosa sulla paura e sull’egoismo. Non abbiamo altro che ciò che aveva la Chiesa primitiva di fronte ai pagani e che li attirava nel desiderio di vivere come i cristiani: “vogliamo avere una famiglia come la vostra, che dobbiamo fare?”. E’ questa la domanda che le famiglie cristiane sono inviate a suscitare nei tanti che stanno smarrendo e perderanno il senso e la gioia della famiglia secondo la volontà creatrice di Dio. A quelli che Chesterton chiamava i “vecchi barbari” di ritorno: essi, scriveva, “mettono a posto ogni cosa con parole morte, mentre “l’Uomo è trasformato in uno sciocco che non sa chi è il suo signore”. Si riconoscono “dalla rovina e dal buio che portano; da masse di uomini devoti al Nulla, diventati schiavi senza un padrone, da un cieco e remissivo mondo idiota; dalla vittoria dell’ignavia e della superstizione, dalla presenza di peccatori che negano l’esistenza del peccato; da questa rovina silenziosa, dalla vita considerata una pozza di fango, dall’onta scesa su Dio e sull’uomo, dalla morte e dalla vita rese un nulla”. E proprio per questo oggi, le parole morte di chi si vergogna di Dio fatto uomo per strappare la vita dalla morte stanno “rendendo un nulla” anche e soprattutto il matrimonio.

Ma anche in questa generazione noi stiamo sperimentando che proprio dal “nulla” al quale lo vuole ridurre il demonio inducendoci con il peccato a scappare dalla fatica dell’amore, il matrimonio è il luogo dove risplende la gloria della risurrezione. La risurrezione, infatti, si fa realtà quando possiamo vivere nel roveto ardente che è la nostra storia, uguale a quella che fu di “Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, e ivi sperimentare la presenza concretissima di Dio, l’intima prossimità di Gesù. Lui non spiega la resurrezione, e così è chiamata a fare la Chiesa. A mostrare cioè nell’evidenza dei fatti e delle persone il potere di Cristo sulla morte che si realizza attraverso l’esperienza del perdono dei peccati.

La resurrezione è la liberazione dalla schiavitù che ci costringe a peccare impedendoci di amare l’altro così com’è, diverso e spesso incomprensibile. L’amore pieno tra due universi quali sono quello maschile e femminile, è la prova più credibile e sperimentabile della risurrezione. Forse abbiamo ancora tempo di dirlo apertamente senza rischiare di andare in carcere. Ricordo alcune frasi del Professor Veronesi: “due gay si dicono: amo te perché mi sei vicino nel pensiero; il tuo pensiero, la tua sensibilità e i sentimenti sono più vicini ai miei”. L’altro è così trasformato in un clone di me stesso: quanto più vicino, tanto più amato; quanto meno differenze, tanto più amore; la ferita inferta dall’alterità, quella aperta sulla costola di Adamo per dare la vita ad Eva, sarebbe per questo la porta all’infelicità e al fallimento dell’amore.

Ma la ferita che definisce l’altro sesso costituito moglie o marito, con le sue incognite, con il carico di precarietà e inafferrabilità che porta in dote, è lo spazio dischiuso al rispetto e al dono di sé. E spesso l’altro, nella sua femminilità così diversa dalla mascolinità e viceversa, è come un tumore. Ti afferra la carne, si infila tra le cellule, occupa i tuoi spazi. Ti fa debole, inerme, piccolo. Quando l’altro lo è sino al limite delle sue possibilità, quando cioè l’altro è l’uomo per la donna e la donna per l’uomo, ti spinge verso l’impossibile, all’amore gratuito, a dimenticare te stesso e i tuoi schemi. E questo significa dolore, ovvero l’amore segnato da una ferita.

E qui il cerchio si chiude: l’ amore che si sporge quel tanto che basta per incontrare la copia di me stesso, dei miei interessi e dei miei desideri, è l’immagine di una vita senza malattie. La lotta prometeica ai tumori di certa scienza che illude la gente, eutanasia, selezione embrionale, eugenetica e nozze omosessuali sono parenti stretti, e la pratica dell’utero in affitto per permettere alle coppie gay di avere figli ne è la cifra più evidente. Sono gemelli figliati dall’unica menzogna che ha chiuso il Cielo. E allora ecco le parodie del paradiso, porzioni di piacere su misura, perché senza un destino di felicità dinanzi non si può vivere. Il Cielo allora è trasformato in un trionfo del proprio ego, unica possibilità rimasta a chi ha cancellato il peccato, e con esso la ferita del male inferta dal demonio. Il dolore, ogni dolore, cola da questa ferita primigenia, dall’invidia del demonio (cfr. Sap. 2,24). Per questo, di fronte alla sconfitta di una cura come di un matrimonio, l’unica  via di uscita è togliere di mezzo il problema…

Eppure è proprio la ferita il luogo del riscatto: “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia” (Rom. 5,20). Quella ferita originale di cui tutti sperimentiamo il dolore, si è aperta un pomeriggio di duemila anni fa nelle mani, nei piedi e nel costato di Gesù, sospingendolo nell’abisso della morte. Ma da quell’antro oscuro è risorto, mostrando quelle ferite trasfigurate e radianti di luce. In esse vi è ogni nostra ferita. E da quel giorno di vittoria e resurrezione sono divenute il pertugio attraverso il quale la vita nuova ed eterna può colmare le nostre povere vite gravide di corruzione. Da quel giorno la Croce è divenuta la porta del Cielo, l’accesso misterioso alla felicità autentica. Perché solo l’amore crocifisso è amore vero, dono fecondo e libero, amore puro che sgorga dalla misericordia sperimentata e ridonata. Accogliere cioè e amare il marito o la moglie esattamente come essi sono, senza volerli possedere, proprio come fossimo “angeli nel Cielo”, ma donando all’altro la vita che zampilla dalla sorgente inesauribile dell’amore risorto. Raggiungere l’altro all’estremo opposto dell’orizzonte, senza chiedere e senza esigere. Restare crocifissi con Cristo nei dolori che umiliano un corpo che vorrebbe correre e vivere in pienezza, come in una liturgia che abbraccia l’universo e che offre ogni lacrima per un destino più grande. Amare e dare la vita, aprirsi alla fecondità che Dio ha pensato per ciascuno, sul talamo nuziale come sul letto della malattia. E figli, di carne e di fede, figli nati per la vita eterna. Ecco perché, il 20 giugno, saremo a Roma noi e i nostri figli generati in Cristo nel seno della Chiesa che ci ha fatti risorgere con Lui.

Non possiamo tenere nascosta la nostra storia, ma dobbiamo annunciare a tutti che “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe” è il nostro Dio, di Mario e Francesca, di Claudio e Giulia, ed è “un Dio dei vivi e non dei morti”. Per noi prima viene la vita compiuta nell’amore e poi le leggi studiate, elaborate e approvate per difenderla. Non è la legge, infatti, che determina una realtà; occorre piuttosto deporre nella legge i contenuti antropologici che difendano la verità oggettiva, l’unica che potrà difendere la famiglia e l’educazione dagli attentati ideologici dei “falsi miti del progresso”. I sofismi dei “vecchi e nuovi sadducei” non portano a nulla se non a legittimare con una serie di “se” irreali e di probabilità fantasiose, un’ideologia senza fondamenti antropologici seri. Chi, infatti, “non conosce le Scritture, né la potenza di Dio”, non può accettare un fondamento oggettivo e veritiero per i suoi comportamenti diverso da quello partorito dalla sua mente. La legge naturale è per lui un’offesa alla sua intelligenza, alla sua libertà e ai suoi diritti. Ma è perché, appunto, “non conosce” la resurrezione di Cristo, non l’ha sperimentata nella propria vita. Per questo, e non per altro, i “nuovi sadducei” con le leggi che vorrebbero far approvare e l’educazione che vorrebbero impartire ai nostri figli, “sono in grande errore”.

E’ grande, infatti, l’errore di non credere alla possibilità di sperimentare, già oggi, la resurrezione in un amore che conduce a donarsi senza riserve all’altro, nella fecondità che dà compimento alla concreta e oggettiva fisiologia di maschio e femmina. Questa fecondità è una vitalità che nessun uomo può dare a se stesso, perché l’amore che vince il male, l’egoismo e il peccato, è un dono che i cristiani ricevono per annunciarlo agli altri. Per questo con una grande libertà difendiamo il matrimonio naturale tra maschio e femmina e l’educazione dei nostri figli anche per il bene di ogni uomo che ci combatte, per la società! La nostra libertà di scendere in una piazza con gioia e senza slogan a prenderci forse insulti e ironie, è il frutto che scaturisce dall’esperienza di essere parte della famiglia dei figli vivi del Dio dei vivi. Non è per noi stessi, come non lo è in nome di una dottrina tra le altre, perché i cristiani non hanno assoluti da difendere ideologicamente, se vogliamo neanche il matrimonio è un assoluto, ma per noi è un passo meraviglioso nella storia, profezia di quello eterno tra la Nuova Gerusalemme che ci accoglierà e l’Agnello vincitore sulla morte. I cristiani annunciano la verità che si incarna nella loro storia, e per questo il 20 giugno a Roma sarà celebrato l’amore di Dio per ogni uomo, senza discriminazioni, perché tutti possano accoglierlo e vivere così realizzando la volontà di Dio nell’amore autentico, proteggendo le generazioni future dal lievito dell’ipocrisia che vorrebbe sedurli e strapparli al loro destino eterno.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 4 giugno 2015

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