Gionata tra i martiri etiopi

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Davvero i pensieri di Dio sono lontanissimi dai nostri; veramente le sue vie distano dalle nostre quanto il Cielo dista dalla terra. Ci parla infatti dal posto e attraverso le persone che meno ti aspetti. Una notizia, tra le tante, risplende in questi giorni come un’autentica Parola di Dio per tutti noi. Si tratta della “Buona Notizia” raccontata da Giorgio Bernardelli su MissionLine, rivista del Pontificio Istituto Missioni estere (Pime). Riguarda la storia di Jamaal Rahman, uno dei 28 etiopi uccisi recentemente dall’Isis e apparsi nel video fatto girare sul web. Questo ragazzo però è una notizia nella notizia perché non era cristiano ma di famiglia musulmana. Si trovava nel gruppo dei martiri perché voleva restare al fianco di un suo amici cristiano. Questo secondo autorevoli fonti tra cui la testimonianza del tutto “insospettabile di un miliziano degli al Shabab, i fondamentalisti islamici della Somalia”. Ma perché questa amicizia capace di giungere sino alla morte è una Buona Notizia?

Perché proprio in mezzo alla barbarie più malvagia risplende l’opera soprannaturale di Dio, che firma con la sua Grazia un moderno “battesimo di sangue” per una persona che, di certo condotto da Lui, ha spinto la sua amicizia sino alla condivisione della morte con l’amico. Scriveva Cipriano di Cartagine dei catecumeni che morivano martiri senza aver ricevuto il battesimo: “escono dagli accampamenti di Dio per debellare il diavolo… e non vengono privati del sacramento, perché vengono battezzati con il gloriosissimo e supremo battesimo di sangue, riguardo al quale il Signore si riferiva quando diceva che doveva essere battezzato con una altro battesimo. Che vengano battezzati con il loro sangue, che raggiungano la perfezione santificati dalle sofferenze e che ottengano la grazia della divina promessa, lo dichiara lo stesso Signore nel Vangelo, quando parla al ladrone, che nella sua stessa passione ha fede e la professa, e gli promette che sarà con Lui in paradiso”.

Tra i 28 crocifissi vi era anche Jamaal Rahman dunque, accolto di certo in Paradiso dal Signore che aveva imparato a conoscere grazie all’amicizia con un suo discepolo. Non sappiamo se nel frattempo era diventato cristiano, perché vi sono due ipotesi circa la sua vicenda. Secondo il quotidiano online Somaliland sì, si era convertito durante il viaggio, che era diventato per lui una sorta di catecumenato sulle orme della speranza e della sofferenza. Secondo un’altra versione, invece, raccolta anch’essa in ambienti jihadisti, il musulmano Jamaal si sarebbe offerto «follemente» come ostaggio volontario ai fondamentalisti, per condividere il destino riservato all’amico cristiano con il quale stava intrapreso il viaggio. Si ipotizza che abbia pensato che facendo così avrebbe potuto salvare alcune vite, essendo lui musulmano. Ma non c’è stata alcuna pietà né per lui, considerato un apostata da cancellare, e per gli altri 27 cristiani.

Una storia che spunta dalle coste del Nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, come una chiamata a conversione per tutti noi che abbiamo sotto i nostri occhi ogni giorno il martirio di tanti cristiani che si consuma a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane. Non solo, ma la vicenda di Jamaal illumina anche le tristi notizie della schiere di profughi che, pur di lasciare il fumo acre e soffocante della guerra, si consegnano agli stessi aguzzini feroci che li derubano e a volte li uccidono; che quelli giunti illesi sulle coste nordafricane siano imbarcati su barche che sono ciascuna una scommessa d’azzardo, come una pallina di roulette fatta rotolare sul tappeto azzurro del Mediterraneo. E accade che spesso la sorte nasconda la morte per dieci, cento, mille profughi, rovesciando e affondando quelle palline, fermandole sul numero esatto di quella dannata coordinata geografica.

Succede questo e molto altro e in Italia come si risponde? No, no, lasciate perdere i vertici con i partner europei, i funerali, le dichiarazioni più o meno di circostanza; lasciate stare anche le proposte sensate e i tentativi di arginare e trovare una soluzione a tante tragedie. Come si risponde concretamente, impegnando cioè mente, cuore e forze? Come si risponde culturalmente e antropologicamente? Con l’approvazione del divorzio breve.

Vi rendete conto? Di fronte all’insorgere di una forza dirompente che ci minaccia il Parlamento, con maggioranza bulgara e trasversale, saluta con entusiasmo l’approvazione di una legge che, oltre ad erodere alla base la famiglia, lancia un messaggio devastante alle nuove generazioni. Perché il danno più grande del divorzio breve è innanzitutto antropologico e culturale. Non è più considerata un bene da proteggere e curare legislativamente e con aiuti concreti ai coniugi l’indissolubilità del matrimonio, ma il suo opposto. Da ora, con una superficialità che ha dell’incredibile, la legge in Italia proteggerà e fomenterà l’instabilità dei rapporti, il tutto ovviamente in vista del bene dei cittadini.

Ormai più nessun argine giuridico, nessun bastione culturale, nessun fondamento antropologico difenderà i rapporti tra le persone dalle insidie della divisione. E’ come se, infilando la testa sotto terra per non vedere, ci si fosse consegnati mani e piedi, testa e cuore al principe della divisione, il “diavolo” appunto. La firma che suggellerà l’entrata in vigore della legge sarà quella posta in calce a un armistizio senza condizioni all’ineluttabilità delle difficoltà. E’ impossibile reggere l’urto con la diversità dell’altro, non c’è altra soluzione che scappare, seppellendo sotto un manto d’ipocrisia la fatica dell’amore autentico.

Singolare che questa legge sia salutata con entusiasmo come un primo passo per la legalizzazione di altri diritti civili da tempo bombardati dall’aviazione del pensiero unico. Singolare perché si vorrebbe accompagnare alla legge sul divorzio breve quella sull’omofobia. Ma come, da una parte ci si arrende di fronte all’irrompere delle diversità accettando la sconfitta contro un nemico di gran lunga più forte, dall’altra si vorrebbe punire chi la diversità la considera senza frullarla in una marmellata senza identità? Da una parte la legge decreta la forza invincibile della diversità, dall’altra vorrebbe obbligare tutti ad accettarla senza ragionare?

Si tratta della tragica schizofrenia culturale e antropologica di questa società, che mieterà schiere di vittime innocenti tra le future generazioni, proprio come quelle che affogano a pochi metri dal nostro naso.

Così, mentre al di là del Mediterraneo un’onda incipiente di violenza e fondamentalismo religioso che fonda la propria forza proprio nell’irriducibile diversità dei fedeli dagli infedeli schiuma onde di mare in tempesta che puntano minacciose diritte le nostre coste, al di qua, allegri e spensierati come il comandante del Titanic che stava affondando, i legislatori hanno pensato bene di legalizzare l’effimero.

Purtroppo la storia sembra non aver insegnato nulla. Se ti senti minacciato che fai? Rinserri le fila stringendoti su alcuni punti fermi e solidi per farne delle roccaforti da difendere con i denti, o no? Perché si sa, niente è più vulnerabile di un esercito diviso. Ebbene in Italia si è stati capaci di decidere, senza dibattito e confronto a nessun livello, che proprio ora era arrivato il momento di legalizzare la divisione e lo sfilacciamento del tessuto sociale. Perché non pensate che la legge sul divorzio breve riguardi solo le coppie in crisi. No, essa inietta subdolamente il veleno dell’insicurezza e della sfiducia, del sospetto e dell’accidia in ogni genere di relazione. Insieme a quella tra gli sposi, che è il fondamento di tutte, sono coinvolte l’amicizia e il fidanzamento, il rapporto tra genitori e figli e tra professori e studenti, tra colleghi di lavoro e compagni di squadra. E’ una valanga pronta a seppellire nella tomba del cinismo l’attrazione che muove le persone le une verso le altre, il senso primo ed ultimo di ogni esistenza. Tutti nasciamo da una relazione consapevole e libera, che spinge i coniugi ad unirsi per generare un’altra vita. Ci si cerca attratti dalla bellezza e dal desiderio di donarsi, e costruire insieme qualcosa di bello e che duri. Per caso due soci hanno fondato una semplice “srl” nella prospettiva di lasciarsi un giorno e vederla fallire?

Eppure in Italia abbiamo detto che l’amore non può durare, offrendo preventivamente la possibilità di spezzare il legame familiare in un briciolo di tempo, senza poterci ripensare. Ma non ci ha ripensato Jamaal, la sua amicizia è stata per sempre, sino alla morte. Come quella di Gionata per Davide, una delle pagine più belle dell’Antico Testamento. Jamaal come l’amico fedele, unito indissolubilmente alla sorte di chi amava. Jamaal, l’amico che ci parla dall’altra parte del Mediterraneo, e sono parole imporporate dallo stesso sangue di Cristo, come sottolineava Cipriano di Cartagine. Non è vero che l’amore debba finire, anzi. Se vi è una compagnia di fratelli che camminano seguendo le orme dell’Amico che ha dato la vita per i propri amici nessuna difficoltà, neanche il rischio della vita, può avere ragione dell’amore. Perché in ogni suo balbettio è presente la forza indomita dell’amore di Cristo, che ha vinto la morte e il peccato, la vera causa di ogni divisione.

“Oggi sarai con me in Paradiso” ha sussurrato a Jamaal Gesù “crocifisso” nell’amico che aveva voluto seguire. Oggi ciascuno di noi può entrare nella vita nuova dell’amore che supera ogni difficoltà, perché Cristo è presente e vivo e agisce misteriosamente in chi gli apre anche solo una fessura del suo cuore. Jamaal forse è morto musulmano, come tanti oggi vivono lontani dalla Chiesa, e non sanno che Cristo può compiere il loro desiderio di amare davvero fino alla fine il proprio coniuge, o l’amico, o il collega. Ma è morto unito al suo amico, versando insieme il proprio sangue, ed era il sangue di Cristo. Così Dio ci ha voluto parlare attraverso Jamaal, dicendoci che, nonostante leggi stolte e folli, Lui continua a diffondere misteriosamente la sua Grazia e il suo amore su ogni desiderio di pienezza degli uomini.

E lo fa attraverso i cristiani, amici di Cristo che offrono la loro amicizia a tutti. Tanti Jamaal ci stanno aspettando, forse il marito che ha tradito spezzando il vincolo di fiducia e facendo soffrire i figli. Non sarà un divorzio breve a salvarli e a salvare i due coniugi, ma l’amore di Cristo effuso sui cristiani, che attira i lontani, anche i musulmani, in un’amicizia capace di entrare nelle difficoltà con la forza del perdono. Perché è un amore irresistibile, lo stesso che ha legato Gionata a Davide sino al sacrificio di sé per l’amico, come quello che ha spinto Jamaal ad accogliere lo stesso martirio del suo amico cristiano, e così, battezzato nel sangue, ha visto schiudersi per entrambi le porte del paradiso.

Articolo pubblicato su “La Croce”

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