“Maschio e femmina li creò”. Le parole di Papa Francesco risuonano e si compiono nella missione

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Quando si dice le coincidenze. Che non sono mai frutto del caso, ma tracciano sulle coordinate della storia l’invisibile dito di Dio. Due fatti si intersecano con la catechesi del Papa di ieri. Il primo: secondo una ricerca condotta dalla Duke University segnalata dall’Huffington Post, “chi divorzia rischia maggiormente l’infarto rispetto a un coetaneo che porta ancora la fede al dito”. Il campione di 15. 827 persone “ha evidenziato come a soffrire maggiormente il trauma da separazione siano le donne, con una probabilità di infarto maggiore del 24% rispetto a chi condivide ancora lo stesso letto col marito… Più clementi i numeri con gli uomini, con un aumento del rischio di infarto del 10% dopo il primo divorzio”.

Ma non solo: sostenendo che si tratta di “un rischio comparabile a quello della pressione alta quando si ha il diabete”, i ricercatori individuano come causa principale dell’infarto lo stress psicologico, “uno stress costante sul sistema immunitario”. Il divorzio comporta dunque un reale sconvolgimento della natura, fa ammalare i coniugi, proprio come ha detto Papa Francesco, chiedendosi “se la crisi di fiducia collettiva in Dio, che ci fa tanto male, ci fa ammalare di rassegnazione all’incredulità e al cinismo, non sia anche connessa alla crisi dell’alleanza tra uomo e donna”.

Il rischio di infarto dei coniugi che si separano è lo stesso della nostra società che ha divorziato da Dio, popolata da milioni di infartuati incapaci di specchiarsi nell’immagine di Dio. “La comunione con Dio si riflette”, infatti, “nella comunione della coppia umana e la perdita della fiducia nel Padre celeste genera divisione e conflitto tra uomo e donna”. Così, il primo infarto, la “crisi collettiva” di fede, genera il secondo; e infarto significa cuore spaccato, incapace di pompare sangue; ovvero, un cuore ferito che non sa amare. E chi non ama è morto.

Troppi non sanno più di essere il “capolavoro” di Dio, creato a sua immagine, “maschio e femmina”. E qui ecco la seconda coincidenza. Proprio ieri, più o meno nella stessa ora in cui il Papa stava parlando, con una coppia in missione con me in Giappone stavamo annunciando le sue stesse parole a due giovani in procinto di sposarsi. Non sono cristiani, ed è pochissimo che si sono avvicinati al Vangelo attirati dalla testimonianza della famiglia. Perdonatemi il lirismo, ma mette i brividi pensare che, negli stessi momenti, a migliaia di chilometri di distanza, in una cittadina di una nazione pagana, Dio stava rispondendo al monito del Papa che sottolineava “la grande responsabilità della Chiesa, di tutti i credenti, e anzitutto delle famiglie credenti, per riscoprire la bellezza del disegno creatore che inscrive l’immagine di Dio anche nell’alleanza tra l’uomo e la donna”.

Per iniziare abbiamo chiesto ai ragazzi perché volevano sposarsi. Entrambi hanno detto che sentivano il desiderio di fare qualcosa per il bene dell’altro: lui di fare partecipe lei del suo lavoro, del suo tempo, di se stesso; lei di proteggere lui, di stargli accanto per offrire se stessa come un rifugio. Proclamato poi il racconto della creazione, abbiamo sottolineato come proprio in quel loro desiderio di donarsi risplendeva “l’immagine e la somiglianza con Dio”, dicendogli che la Parola della Genesi non è riservata ai cristiani.

E’ vero che “il legame matrimoniale e familiare è una cosa seria per tutti, non solo per i credenti”. Anche tra i pagani che non conoscono Cristo e l’insegnamento della Chiesa, appare evidente come “solo nell’uomo e nella donna la differenza sessuale porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio”. Nelle parole con cui Waki e Saki si raccontavano traspariva l’anelito alla comunione tra uomo e donna: balzava agli occhi, evidente, la “differenza” tra i due che, lungi dal separarli, li attira in un desiderio spontaneo di completarsi. Pur nel balbettio insicuro dei loro sentimenti, è apparsa l’immagine impressa da Dio nella sua creatura, anche perché non sono stati contaminati dalla “cultura moderna e contemporanea” che “ha introdotto molti dubbi e molto scetticismo” sulle “differenze tra maschio e femmina”.

Immaginiamo che la teoria del gender li avesse ingannati, a scuola o con i media. Sarebbe stato “frustrato” il loro desiderio di donarsi a quella “femmina” e a quel “maschio”. Avrebbero fatto “un passo indietro” rispetto all’altissima vocazione per la quale Dio li ha creati, come chi “cancella la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. Sarebbero morti di infarto prima ancora di iniziare a rischiare se stessi nel matrimonio: perché “senza l’arricchimento reciproco in questa relazione – nel pensiero e nell’azione, negli affetti e nel lavoro, anche nella fede – i due non possono nemmeno capire fino in fondo che cosa significa essere uomo e donna”.

Ma, invece della teoria del Gender, hanno incontrato Cristo nella testimonianza e nell’annuncio del vangelo della sua Chiesa, unica prevenzione efficace per l’infarto da divorzio. In essa, partendo dalle “basi umane” comuni a tutti “sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita”. Così le coppie potranno “cercare insieme tra loro e con Dio l’armonia e la bellezza dell’alleanza tra uomo e donna”. Come questi due ragazzi giapponesi, che “senza dubbio la troveranno”, come ci ha profetizzato Papa Francesco.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 16 aprile 2015

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