Lo splendore del Re ha vinto le tenebre

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“Si fece buio su tutta la terra”. Il buio che oggi, Sabato Santo in ogni angolo di mondo, avvolge la vita di tutti. Colpiscono alcuni titoli di questi giorni: “massacro di cristiani nell’indifferenza dell’Occidente”. Già, l’indifferenza, che è la traduzione di “buio” nel linguaggio contemporaneo. L’indifferenza al martirio non è altro che il sentimento più comune di questa generazione sperduta come un gregge senza pastore.

Al netto de “La Croce” e altri organi di informazione di area cattolica, non è stato accolto nell’indifferenza generale il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili? Stessa sorte non è capitata all’approvazione al Senato della legge sul divorzio breve? E l’introduzione della pillola abortiva dei cinque giorni dopo non è scivolata nell’indifferenza? Indifferenza che inghiotte l’estendersi di quella che San Giovanni Paolo II chiamava “cultura della morte”, concetto che Papa Francesco ha specificato indicando quella contemporanea come una società fondata sulla “cultura dello scarto”.

In Giappone si è soliti cremare i defunti immediatamente dopo il funerale. Al termine della cremazione, i parenti sono invitati in una sala dove, con molta delicatezza, un funzionario illustra loro il “successo” dell’operazione. Il defunto, infatti, a differenza che in altri paesi, non è completamente ridotto in cenere, ma restano delle ossa, ormai trasformate e diventate di colore biancastro. Una parte di queste vengono deposte dai familiari nell’urna, cominciando dai piedi sino alla calotta cranica, cercando in qualche modo di “ricostruire” le fattezze del loro estinto. Una volta terminata l’operazione le ossa rimanenti insieme alle ceneri, che costituiscono la gran parte dei resti del defunto, vengono semplicemente spazzati via e gettati tra i rifiuti. “Scartati” appunto.

E’ un immagine forte, lo comprendo, ma rende bene, spero scuotendoci almeno un po’, lo scenario della società nella quale sta per planare la Pasqua di questo 2015. Alcuni, i più sensibili, cercano di salvare almeno una memoria dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. I più, induriti nell’indifferenza, spazzano via i suoi resti appena dissolti dalle ideologie, che, lo sappiamo, sono il linguaggio accattivante che il nemico dell’umanità usa per sedurla e poi gettarla nella fornace ardente del fallimento.

Per questo oggi è “buio su tutta la terra”. “Tutta”, non ci sono dubbi, e significa che è buio anche dentro di noi. Forse in una parte nascosta, che per rimuovere o non pensarci abbiamo celato perfino a noi stessi. O forse il buio è ben presente, oggi, nella nostra vita. Una malattia appena scoperta? Quella di tuo figlio che non si riesce a curare? Il tuo matrimonio che sembra essersi infilato in una crisi che non vede sbocchi? Il licenziamento o il lavoro che non riesci a trovare? Ognuno sa quali tenebre avvolgano la propria vita, e di sicuro conosce anche la tentazione sottile dell’indifferenza, che sarebbe meglio chiamare cinismo. L’accidia insomma, nella quale addormentarsi per non soffrire ancora, e di più.

Ma stamattina, c’è una domanda alla quale proprio oggi non possiamo non rispondere. Nulla di speciale, semplicemente: “che cosa hai da fare stasera?”. Lo speciale sta in chi ci rivolge questa domanda. Non è tuo marito, che forse è secoli che non te la fa. Non sono gli amici, è troppo presto. Non sono i tuoi genitori, che stanno ancora discutendo su cosa fare a Pasquetta e a stasera non ci hanno neanche pensato. Allora, chi è? E’ Lui, è Cristo, lo Sposo innamorato di ciascuno di noi. E’ l’unico che ha veramente a cuore la nostra vita perché è l’unico che conosce sino in fondo ogni suo frammento. L’unico che non “scarta” nulla di noi, anzi; l’unico che, per salvarci dalla morte, ha saputo rintracciare le nostre zone più buie, quelle già conquistate dal principe della morte.

E di nuovo, oggi, vuole entrarvi con noi. Per questo ci chiede che cosa abbiamo da fare stasera, se per caso abbiamo già pianificato qualcosa più importante che risorgere con Lui dalla morte per entrare nella vita che non muore. Può essere che l’indifferenza abbia colto qualcuno di noi al punto di farlo sorvolare sulla “notte delle notti”. Può essere che, per non pensare al buio del sepolcro, alcuni abbiano accantonato la speranza. Ma può darsi che molti di noi, sino ad oggi, in nessuna notte di Pasqua abbiano visto “la stella del mattino”, quella “che non conosce tramonto”. Un po’ di consolazione quella sì per carità, per la bellezza delle architetture e la dolcezza dei canti; magari anche un briciolo di forza insperata per affrontare le difficoltà, grazie all’ascolto della Parola di Dio proclamata e il potere dei sacramenti. Ma di un cambio radicale, di un’autentica resurrezione, di una vita nuova capace di andare oltre la morte che la storia di ogni giorno ci presenta, della vita sovrabbondante di Cristo che ti fa distendere le braccia sulla croce per offrirti gratuitamente all’altro, di tutto questo nulla. E stiamo ancora, dopo tanti anni, “scartando” pezzi preziosi del puzzle che compone la nostra vita.

Ma si può spiegare perché ancora non siamo così felici da desiderare il Cielo più di ogni altra cosa, più dell’amore della moglie o del marito, più della salute e della riuscita dei figli, più della gita di Pasquetta e delle vacanze in estate, più del lavoro e dello stipendio, più delle cose più banali e di quelle importanti. Perché non desideriamo di stare con Cristo e non vediamo ancora il giorno della nostra morte come il nostro “dies natalis”, il più importante, il più bello, l’unico davvero da sperare che sia il più vicino, come una fidanzata innamorata aspetta il giorno in cui sposerà il suo fidanzato, o come una moglie che ama davvero suo marito partito in guerra, aspetta il giorno del suo ritorno.

Si può spiegare perché la morte ci fa ancora così paura, quella fisica certo, e tra tante sofferenze, ma anche, e soprattutto, quella in agguato nelle parole di chi ci è più vicino, nell’ingiustizia preparata per noi in ufficio, nelle tasse inique che si papperanno proprio quel tesoretto accumulato con tanta fatica, nel dolorino intercostale che potrebbe nascondere i sintomi di un cancro fulminante ai polmoni. E la morte che si è fatta cultura e sta scartando i nostri figli perché cristiani, esattamente come scarta, da una parte all’altra del mondo, tante vite solo perché appartengono ai “crociati”, a persone cioè, bambini, giovani e anziani, segnate dalla Croce di Cristo. La morte che sembra preparare un futuro inquietante per le nuove generazioni, nelle quali sarà discriminato chi segue le orme della Verità…

Temiamo ancora la morte, mentre un cristiano è stato liberato dalla sua paura. Nella Lettera agli Ebrei leggiamo infatti che “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche” Gesù “ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2, 14-15). Se dunque abbiamo ancora paura della morte significa che non siamo liberi, cioè cristiani… No, non scandalizzatevi, lo ha ripetuto il Papa, parlando dei “non cristiani battezzati, ai quali la secolarizzazione, la mondanità e tante altre cose hanno fatto dimenticare la fede”. Per un po’ di tutto questo non possiamo perdonare quel torto, non riusciamo ad aprirci alla vita, e scappiamo ad ogni avvisaglia di morte.

E siamo ancora schiavi della paura della morte perché, sino ad oggi, abbiamo sbagliato porta per entrare nella Veglia Pasquale. Non ci siamo entrati da quella del nostro sepolcro, dove Cristo è stato deposto nella notte della sua Pasqua. Non abbiamo accettato fino in fondo che le tenebre che avvolgono il mondo erano le nostre. Insomma, non abbiamo ancora disceso i gradini dell’umiltà che, nei fonti antichi, conducevano i catecumeni alle acque del battesimo, posto non a caso nel cuore della Veglia Pasquale. Per noi, che il battesimo lo abbiamo già ricevuto, significa che ancora non abbiamo camminato abbastanza nella conversione, che inizia sempre dallo scoprire se stessi e dall’accettarlo. Altrimenti come spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestire il nuovo?

Ma oggi può essere diverso. Oggi è diverso, per tutti noi! Potremo rinnovare come mai fatto nella nostra vita le promesse battesimali. Oggi, infatti, ci attende un fuoco alla porta della nostra chiesa, immagine della vita nuova che ci è promessa. A quel fuoco potremo accendere lo stoppino della nostra candela, ed entrare alla luce di Cristo nel buio del nostro sepolcro, sin dove nessuno è mai entrato, come ha registrato Giovanni nel suo racconto della Passione. Potremo scendervi seguendo Lui che vi è entrato senza paura, per puro amore di ciascuno di noi e di ogni uomo. Sapeva che era il suo, e che nessun altro avrebbe potuto esservi deposto. Quei peccati poteva prenderli solo Lui, perché solo Lui li poteva cancellare nel suo corpo offerto sulla Croce per noi.

E lì, dove il mondo crede impossibile la vita e la gioia, nella debolezza estrema, nei fallimenti, nelle ingiustizie patite e inferte, in quel luogo oscuro che per sfuggirlo ci inventiamo ogni follia, e per silenziare poi il grido della coscienza ne chiediamo il riconoscimento legale; proprio lì, dove nell’oscurità si nascondono aborto ed eutanasia, famiglie patchwork e finte famiglie, e tutti i nostri peccati, scopriremo che è arrivata la Chiesa, il Corpo di Cristo deposto nel sepolcro dell’umanità.

Ma stanotte è diversa da tutte le altre notti. Per questo nel luogo delle nostre paure ci sentiremo accolti dal canto dell’Exultet che ci annuncerà quello che forse non abbiamo osato sperare, che molti hanno smesso o rifiutano di credere, che troppi ancora non conoscono: “Lo splendore del Re ha vinto le tenebre, le tenebre del mondo!”.

Sì lo splendore di Cristo ha trasformato il sepolcro in un grembo fecondo di vita! La luce della sua Pasqua ha diradato le tenebre di menzogna che, come un laccio, il demonio ha gettato sul mondo. Cristo è risorto davvero, come aveva detto ai suoi discepoli. Come la Chiesa ci ha detto tante volte, Cristo ha vinto la morte, riducendo con la sua morte all’impotenza il demonio che della morte ha il potere. Con la sua morte che ha raggiunto la nostra morte, per destarci con Lui alla Vita che non muore.

Lo annunciano le letture che ascolteremo durante la celebrazione. Come una luce sempre più potente esse diraderanno la spessa coltre di inganni che ci hanno tenuti schivi nella paura: luce di vita nella Creazione, quando Dio ha compiuto il miracolo della vita laddove c’era solo buio e caos. Tutto ha creato perché la sua opera molto buona e molto bella godesse della sua intimità nella quale non v’è traccia di corruzione e dolore.

Alba di vita sui primi passi della storia di Salvezza con cui Dio ha cercato l’uomo ribelle condannato all’esilio nell’oscurità del mondo, chiuso come un sepolcro buio dietro le porte sprangate del Paradiso. Luce nella notte di Abramo, nostro padre, che, come racconta il Targum Neophiti, sul Moria dell’obbedienza perfetta con il suo figlio Isacco ha illuminato profeticamente il cammino di tutti i suoi figli: “venite e vedete la fede sulla terra, il Padre che sacrifica il suo figlio e il figlio carissimo che gli offre la sua gola”.

E poi luce di libertà che illumina l’aurora della prima Pasqua, come una promessa per tutti noi: il faraone, immagine del demonio, e il suo esercito sbaragliato e precipitato nel mare, incapace di raggiungere il popolo santo sul cammino verso la terra promessa. Guarderemo anche noi il mare, ascolteremo la promessa, e cominceremo a sperimentarla compiuta nella nostra vita: “quei nemici non li rivedrete mai più!”. Quel giudizio nei confronti di tuo marito non rivedrai mai più! Potrai donarti a lui senza riserve e vedrai la luce del perdono generare una nuova vita nella tua famiglia.

E poi ancora luce di profezie meravigliose che si compiranno questa notte, notte di nozze con il Signore, nella Nuova ed Eterna Alleanza sigillata nel suo sangue. Sino al Gloria e all’Alleluia che romperanno il silenzio di questo tempo, immagine del silenzio del sepolcro nel quale per troppo tempo siamo rimasti sepolti. Quel canto farà tremare le navate, perché dirà le parole che non siamo ancora riusciti a dire a nessuno; le parole che i nostri ragazzi balbettano goffamente nei loro messaggi fitti di abbreviazioni: la parole dello Sposo che, finalmente, alla fine della notte, ha trovato la Sposa: “Ti amo!”

Ci ama il Signore, di amore eterno, più forte d’ogni peccato e di ogni morte. Ce lo sta dicendo con quella pietra rovesciata, che tante volte ci siamo chiesti, nell’abisso dell’angoscia, chi sarebbe stato capace di rotolarla e tirarci via da lì dentro. Proprio come, di fronte all’impazzimento planetario, ci stiamo chiedendo “chi ci rotolerà la pietra” che ha chiuso l’umanità nel sepolcro della solitudine? Chi rotolerà la pietra che chiude nella prigione dell’inganno la vita di tanti che si illudono di trovare felicità nel diventare il genere che sente d’essere in quel momento? Chi rotolerà la pietra dietro la quale la droga, l’alcool, il prestigio, il denaro, il potere, il sesso offrono morte colorata di piacere?

Ma stanotte quella pietra ci fisserà e ci chiamerà. E’ una pietra, ma ci sembrerà viva. Guarderemo alle finestre e scopriremo che proprio in quel momento starà albeggiando; sì guarda bene, è apparsa la stella del mattino, quella che non conosce tramonto. La notte non ha l’ultima parola, “le prime luci” di questo giorno speciale sfioreranno i nostri occhi, perché vedano quello che non hanno mai visto. Fisseremo la nostra vita, e il sepolcro dove sino a poco fa giacevamo esanimi. E la pietra, dov’è la pietra? E la tomba? E’ spalancata, luminosa. Ci accosteremo, e la scopriremo vuota. Le bende, il sudario, gli abiti della morte che abbiamo indossato sono lì, ripiegati, come una pagina del passato, ma noi, no, non siamo più lì dentro. Che succede, è sparito il rancore. Era vero, quel nemico che mi ha inchiodato al giudizio non c’è più, non lo vedo più dentro di me, c’è solo una luce intensa che accende il cuore di un sentimento nuovo. E’ misericordia, è pazienza, è amore!

Sì è l’amore che ha invaso il nostro cuore perché il peccato e la morte che gli avevano usurpato il posto non ci sono più. Ascolteremo le parole che la Chiesa annuncia da duemila anni sino agli estremi confini della terra conficcarsi dentro di noi come una cosa viva: “Non è qui, è risorto! Andate in Galilea, là lo vedrete!”. Ecco dunque il perché della trasformazione radicale che tutti ci attende. Cristo è risorto dal sepolcro, e ci attende questa notte nel nostro sepolcro per trascinare anche noi nella sua vittoria! Cristo è risorto per liberarci dalla paura della morte e chiamarci a seguirlo in Galilea.

Perché la Pasqua non è solo per chi, per Grazia, stanotte la vivrà così. La Pasqua è per ogni uomo che, mentre celebreremo la Veglia, starà gettando la sua vita nella spazzatura. La Pasqua è la stazione di partenza di un treno che punta diritto alla Galilea. La Pasqua è per noi l’inizio di una vita nuova da rivelare e annunciare la mondo.

La Galilea dei gentili, infatti, è ogni periferia di questa terra così lontana dal Paradiso. E’ dove l’Isis semina morte, dove le ideologie perverse seminano inganni. E’ dove giace l’uomo di questa generazione, cieco come uno che non ha mai visto l’amore nella sua vita. E’ dove Gesù ci precede per illuminarlo con il suo amore fatto carne in noi. Perché chi taglia le gole, in fondo, accecato dal fanatismo che non riesce a dargli la pace e la letizia che desidera nel suo intimo, spera inconsciamente di vedere la vera fede sulla terra, un cristiano che offre loro il suo collo! Chi perseguita la Chiesa è perché non ha gioia dentro, è morto e non sa fare altro che seminare morte intorno a se, l’unico modo per tamponare una ferita che non smette di sanguinare. Così come accade a chiunque incontrerai domani, magari tornando dalla celebrazione che ha cambiato la tua vita. Ma l’avrà cambiata davvero, non sarai più te e vivere, ma Cristo in te. E allora saprai offrire la tua vita sino alla fine, come un martire della vita che non ha fine, come un testimone autentico di Cristo risorto dalla morte.

Il mondo non ha bisogno di un cristianesimo scaldacuori, di una religione tra le tante, per di più autoreferenziale, come ripete papa Francesco. Il mondo ha bisogno dei cristiani che, infinitamente felici per aver sperimentato l’amore di Dio nella Pasqua di Cristo che li ha stanati nel buio e li ha risuscitati con Lui, non desiderano e non sperano altro che amare nel suo stesso amore. Di cristiani che non possono far altro che amare e donarsi, e perdonare, senza scartare nulla, di nessuno. Di cristiani che in ogni istante sanno riconoscere la pasqua che li attende, dove scendere con Cristo nei sepolcri dell’altro, e lì morire per lui e donargli così la vita di Cristo. Di cristiani che vivono ogni giorno la notte delle notti, ovunque, per chiunque. Solo così la notte di questa Pasqua sarà uno spettacolo che la stragrande maggioranza degli uomini non ha ancora visto, quello dello “splendore del Re che vince le tenebre del mondo” salvandolo dalla rovina.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 4 aprile 2014 

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