Il clericalismo uccide la gioia del Vangelo

Pope Francis in Brazil

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La gioia è una cosa estremamente seria. No, non è un ossimoro, è pura esperienza. La gioia, infatti, è la risposta di Dio alla morte. E di morte in questi giorni ne stiamo respirando fin troppa. E non è un caso, perché, anche se improvvisa, la morte non è mai una sorpresa. Lo è per chi l’ha cancellata dall’orizzonte delle possibilità. Lo è per una società che uccide dicendo di far strada alla civiltà e camuffa la morte con tragicomici neologismi.

Ma la morte esiste, perché esiste la vita ferita dal male. Ed è una montagna che resta immobile e non si scansa davanti all’incedere di più di 150 vite. E’ una roccia dura che squarcia speranze e progetti, vacanze e lavoro, gioventù, infanzia e vecchiaia. Una roccia come quella dove fu adagiato il corpo esanime di Gesù, e una pietra pesante a chiudere nelle tenebre dell’oblio quella speranza infranta.

Eppure quel profeta venuto da Nazaret aveva parlato di una strana gioia legata a un ritorno. Quando ascoltarono quelle parole i discepoli non avevano capito. Non sapevano dove sarebbe andato il loro Maestro, figuriamoci se potevano cogliere il senso di quella profezia. La gioia. E chi l’ha mai sperimentata davvero? La gioia piena di cui parlava Gesù intendo, quella che, aveva annunciato, nessuno avrebbe potuto strappare più dal cuore dei suoi discepoli. La gioia di Abramo diceva Gesù, una gioia strana sgorgante dalla speranza e da una visione. Quel vecchio patriarca, vissuto millenni prima di Lui, aveva visto il suo giorno, il giorno di Gesù-Messia, e “fu pieno di gioia”.

Di questo ha parlato ieri Papa Francesco nell’omelia che ha tenuto durante la messa a Santa Marta. La predicazione plana sempre in una storia concreta, e le coordinate di quella che stiamo vivendo sono impregnate di sangue. Non avevamo fatto in tempo a destarci dallo shock per l’attentato di Tripoli che un altro fendente ci ha colpiti, inquietante per le ipotesi filtrate in queste ore circa la dinamica del terribile incidente aereo al sud della Francia.

Succede che si muore, e non solo di vecchiaia. Si muore e basta, e non si trovano risposte. Retorica quanta ne vuoi. Analisi e congetture, a tonnellate. Ma neanche uno straccio di risposta all’inquietudine e alla paura che, anche se non lo vogliamo ammettere, ci prende tutti per la gola. Anche se la morte, servita da una scatola inanimata, si confonde tra un piatto di fettuccine e un’insalata, ci fa paura, e, sotto traccia, ci sfianca dentro, inducendoci, a poco a poco, a cambiare abitudini. Fateci caso, l’incapacità di gioire davvero e pienamente si risolve in maschere beffarde della gioia. Pasticche e alcool trangugiati in discoteche assordanti, sesso un tanto al chilo, e poi film che per far ridere irridono, satira che violenta la dignità, gossip che denudano l’anima, reality che sfiorano la morte come toreri inginocchiati a un millimetro dalla bestia ferita. Si ride per non piangere, ma si finisce con il piangere per non ridere, perché, lo sappiamo tutti, non c’è proprio niente da farci gioire.

E invece, e anche questo non è un caso, la Scrittura, intersecandosi ieri con le immagini drammatiche del disastro aereo, parlava di gioia. E di gioia ha parlato il Papa, alla Chiesa e al mondo. Perché proprio la gioia è la risposta di Dio alla morte. La gioia degli apostoli nel rivedere il loro Maestro tornare vivo dal sepolcro. Lo avevano visto deporre in quell’anfratto nella roccia, e la pietra a sigillarla. E si erano chiusi anche loro in una tomba, il cenacolo dei ricordi assicurato da una porta ben sprangata. Come tutti noi, che ci chiudiamo nel nostro ego, ad ogni notizia di morte più impauriti. Più egoisti a cercare brandelli di piacere per riscaldare la solitudine. La mia vita, il mio lavoro, la mia famiglia, i miei figli, i miei diritti, il mio piacere, il mio sentire e il mio modo di amare, il mio genere. “Io, io, io”, perché il “tu” che ho di fronte già odora di morte, la mia che mi afferrerebbe se solo mi donassi un centimetro. Lo diceva Sartre, lo vive questa società, “l’altro è l’inferno”.

E invece per i cristiani l’altro è Cristo. Non odora di morte ma di vita, e vita eterna. Perché i cristiani, diceva ieri Papa Francesco, sono il popolo della gioia: “la gioia della fede, la gioia del Vangelo è la pietra di paragone della fede di una persona: senza gioia quella persona non è un vero credente”. Ciò significa che la grande missione della Chiesa in questa generazione, in questi giorni che colano sangue, e molto sangue innocente, è far risplendere la gioia che ha un nome e un volto: Gesù Cristo risorto dalla morte. I cristiani, e con loro i pastori, i catechisti , e i teologi, i canonisti, i predicatori, hanno una missione sola: annunciare e testimoniare che ogni giorno, anche questo sfregiato dallo schianto di quell’aereo, è “il giorno di Cristo”, il giorno della sua vittoria sulla morte. I cristiani non fanno finta di gioire, non si accontentano di qualche gratificazione per mettere uno smile sul loro “stato” per scrivere “è contento”. I cristiani guardano la storia e, dentro, vedono Cristo risorto.

Già, ma come? Come Abramo ha detto il Papa, che ha creduto contro ogni speranza. Che ha ascoltato una Parola da Dio e ci si è appoggiato, nonostante fosse vecchio e gli venisse da ridere alla promessa di un figlio: “Abramo rise, dice la Bibbia in seguito: ma come, a cento anni un figlio?”. Sì, “aveva generato Ismaele a ottantasette anni, ma a cento anni un figlio è troppo, non si può capire!”. Eppure, “quel sorriso, quel riso è stato l’inizio della gioia di Abramo”. Un sorriso di semplicità: «Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia» che, ha sottolineato il Papa, “credo sia proprio il messaggio nella Chiesa oggi”.

Abramo, infatti, in quella morte che portava dentro, ha visto il “giorno della risurrezione”, e per questo ha sperimentato il potere di Dio che fa possibile l’impossibile. Abramo ha visto la vita nella morte, come gli apostoli hanno visto il Signore risorto passare attraverso la porta che li aveva chiusi nella loro morte. Questo è l’annuncio da far risuonare in ogni periferia esistenziale, dove l’odore di morte si porta via la speranza, e con essa la gioia. Il mondo, che per gioire si inventa matrimoni impossibili a dispetto dell’evidenza della natura, e bombarda embrioni, cioè vite umane, nella speranza che almeno uno riesca a diventare carne e ossa, e affitta il grembo delle donne per ottenere l’impossibile, il mondo che per gioire si getta cieco e stolto in voragini infinite di dolore, questo mondo ha bisogno della gioia dei cristiani.

Ha urgente bisogno di uomini e donne, famiglie, sacerdoti e suore che vedano il giorno di Cristo ed esultino, anche in un letto d’ospedale, anche se licenziati o in cerca di lavoro, anche in mezzo alle difficoltà. Persone che vedano la risurrezione anche nella notizia che ti è morto un figlio in un incidente aereo. Follia? Sì, è follia solo per chi ancora non ha sperimentato il perdono dei peccati, che è il frutto della risurrezione di Cristo. Chi è stato perdonato non muore più, perché è stato liberato dalla schiavitù al peccato, che è la causa della morte, interiore prima e fisica poi. E chi è risuscitato dalla morte cammina in una vita nuova con occhi finalmente dischiusi sulla Verità, e sa vedere oltre la morte l’alba della Pasqua.

Esperienza che di sicuro non hanno fatto i clericali, quelli che nella Chiesa, pur con posizioni di responsabilità pastorali e docenti, sono come i dottori della legge che “non capivano la gioia della promessa, la gioia della speranza; non capivano la gioia dell’alleanza. Non capivano”. Non capire significa non aver sperimentato. Lo studio, il seminario, i dottorati non bastano. Anzi, e lo ripeteva sempre San Francesco, nascondono il pericolo della superbia. Come quelli che nel Vangelo credono di sapere e non sanno, di capire e non capiscono, di vedere e non vedono. Sì, tutti nella Chiesa, possiamo avere dinanzi Cristo nella Scrittura, nella liturgia, nei sacramenti, e non vederlo, non conoscerlo e non capirlo.

Perché è necessario passare attraverso la porta stretta dell’umiltà, che è riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono. Chi non riconosce d’essere morto in un giudizio, in una calunnia, nell’avarizia, nell’invidia, nella gelosia, nella concupiscenza o nella vanagloria non può supplicare il perdono. Resta nei propri peccati, come diceva Gesù, e non vede Cristo togliere la pietra e tirarlo fuori dal sepolcro. Non può vedere la risurrezione nella morte, perché non l’ha mai sperimentata.

Per questo non sa annunciarla, e si attacca ai moralismi, ai legalismi, cercando sicurezza “solo in un sistema di dottrine che precisa ogni giorno in più che nessuno le tocchi”. E così fa della Chiesa una caserma dove formare cadetti dell’ipocrisia. E dove c’è ipocrisia, cioè una spaccatura tra la fede e la vita, c’è il vuoto, e l’arroganza e la superbia che scaccia chi non si conforma a quel vuoto rivestito di prescrizioni. E accade come ai dottori della legge “quando hanno capito che non avevano ragione e gli rimaneva solo la strada di prendere le pietre per lapidare Gesù. Il loro cuore era pietrificato”. Pietre su Gesù, che si incarna negli ultimi della terra. Quante persone sono state allontanate dalla Chiesa dal clericalismo! A quanti poveri, peccatori, deboli, incoerenti sono state chiese le porte dell’ospedale da campo, e lasciate morire fuori! Perché il clericalismo è oggi il cancro più pericoloso per la Chiesa. E per estirparlo, lo Spirito Santo ha provveduto proprio donando alla Chiesa Papa Francesco, che ci ammonisce di non essere come quei dottori della legge che «avevano perso la fede: erano dottori della legge, ma senza fede! Di più: avevano perso la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo”.

Il clericale, che si nutre di codici senza discernere dove sta soffiando lo Spirito Santo, vive nel mondo della “casistica”, “un mondo astratto, senza amore, senza fede, senza speranza, senza fiducia, un mondo senza Dio”. “Per questo non possono gioire», e quindi lasciano il mondo nella sua morte. Come diceva l’allora Cardinal Bergoglio: “coloro si fanno lontani dal  nostro Dio che si avvicina alla nostra carne… quelli che hanno preso la vicinanza di Dio e l’hanno distillata nelle loro tradizioni, ne hanno fatto un’idea, un puro precetto e hanno allontano Dio dalla gente. Sono loro che hanno clericalizzato  – per usare una parola che si capisca – la Chiesa del Signore. La riempiono di precetti, con dolore lo dico, e se sembra una denuncia o un’offesa, mi perdonino… Questi sono gli ipocriti di oggi. Quelli che allontanano il popolo di Dio dalla salvezza”.

Tutti rischiamo di essere “cristiani senza gioia”, ed “è triste”, perché “la gioia non c’è quando non c’è la fede”. Per questo, proprio in questi ultimi giorni che ci separano dalla Pasqua, il Papa ci invita a guardare “questa bella icona: Abramo che era davanti a Dio, che si prostrò con il viso a terra: sentì questa promessa e aprì il cuore alla speranza e fu pieno di gioia”. Abramo è il padre della fede, Abramo è la fede, perché, pur confondendosi, ha imparato a credere camminando ogni giorno appoggiato alla Parola di Dio. Come siamo chiamati a fare anche noi, per vedere Cristo in ogni evento, e rivelarlo a chi ci è accanto.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 27 marzo 2015

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