A venti anni dalla sua pubblicazione l’Evangelium Vitae illumina la Chiesa e il mondo

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Giusto una settimana fa mi trovavo al capezzale di una carissima sorella giapponese che stava generosamente lottando per difendere la vita. Mi si avvicinano i fratelli di sangue, entrambi non cristiani, e mi chiedono come comportarsi. Loro le farebbero somministrare dei calmanti che però potrebbero causare repentinamente la sua morte. Sanno che Clara è cristiana, l’hanno vista partecipare alle liturgie con zelo e fedeltà ed uscirne ogni volta rigenerata. La rispettano e ammirano, per questo, vogliono sapere come, in questi casi, si comportano i cristiani.

Grazie a Dio anche io sono un figlio della Chiesa che ama e difende la vita annunciandola piena in Cristo risorto, cresciuto sotto i pontificati di Papi santi: Paolo VI che ci ha lasciato l’Humanae Vitae e Giovanni Paolo II che, oltre alle innumerevole e meravigliose catechesi ci ha donato l’Evangelium Vitae, della quale proprio il prossimo 25 marzo ricorrerà il 20mo anniversario della pubblicazione. Senza dimenticare la sterminata produzione di Benedetto XVI, prima come teologo e cardinale e poi come pontefice, una luce che non ha mai smesso di illuminare il mio cammino. E infine lo zelo appassionato con cui Papa Francesco non perde occasione per annunciare in una società sbandata e nemica della vita, la sua irriducibilità a pura merce di scambio.

Non finirò di ringraziare Dio per avermi accolto e formato in una Chiesa che mai come in questi decenni ha tenuta alta la bandiera della vita, con un magistero sicuro circa la sua sacralità e intangibilità dal concepimento al suo compimento naturale. Prima ancora di studiarlo in seminario ho potuto gustarlo in tutta la sua ricchezza, bellezza e fecondità nella comunità cristiana, in tante persone che, per Grazia e sostenuti dalle cure amorevoli della Chiesa, lo hanno incarnato davanti ai miei occhi.

Anziani che hanno saputo vivere gli ultimi anni della loro vita con la dignità dei figli di Dio perché accompagnati dalla comunione reale ed evidente della comunità cristiana che non li ha mai lasciati soli; malati terminali affrontare la morte come santi, offrendo le proprie sofferenze per amore, e con amore circondati dai parenti e dai fratelli nella fede; giovani coppie aprirsi alla vita e accogliere i figli che Dio aveva pensato per loro, senza escludere i più deboli, quelli che, come ripete Papa Francesco, il mondo “scarta” senza pietà.

Non è stato dunque un caso poter annunciare il magistero della Chiesa sulla vita umana che ho visto non solo possibile, ma perfettamente adeguato all’autentica realizzazione della persona umana, a quei due giapponesi disorientati e strattonati dal dolore. La luce posta sul candelabro dai papi e da quei pastori che li hanno seguiti fedelmente giungeva “naturalmente” sino agli estremi confini della terra come un’incarnazione, e quindi anche come una retta inculturazione, del Vangelo della vita affidato alla Chiesa.

Il Magistero, infatti, non è una somma di principi astratti, ma il frutto del Mistero Pasquale di Cristo fatto carne nei cristiani. E Clara che stava per morire era, per i suoi fratelli, il testimone più credibile della autenticità dell’Evangelium Vitae. Pur immersa in una lunga agonia era come afferrata dal Cielo, che arrivava a quel corpo rimpicciolito e debole attraverso la presenza costante dei suoi fratelli cristiani, quelli con cui aveva percorso il suo cammino nella fede. Proprio questa presenza, ne sono certo, ha sigillato nel cuore dei suoi parenti l’adesione all’insegnamento della Chiesa. Hanno visto l’amore e si sono fidati, perché è l’unico linguaggio comprensibile ad ogni uomo.

Clara soffriva, ma non era solo carne lacerata dalla malattia. Era parte di un corpo più grande che amava, e questo forniva la garanzia che quella sofferenza non era vana. Anzi, a poco a poco, dopo aver deciso di non fare nulla e attendere la morte naturale, anche i suoi fratelli si sono abbandonati a quel mistero che stava rendendo il momento più doloroso un dolce parto d’amore. Avreste dovuto vedere i loro occhi stupiti e colmi di pace nel momento in cui Clara si è addormentata; e poi la serenità con la quale, insieme alla piccola comunità cristiana di Takamatsu, l’anno accompagnata nel funerale. Un autentico miracolo di San Giovanni Paolo II compiuto attraverso la sua Enciclica Humanae Vitae, accolta e vissuta da due pagani come una sorprendente verità, perché è vero che solo dall’amore il mondo può riconoscere i discepoli di Gesù, e quindi anche Lui e il Padre che lo ha inviato.

L’Evangelium Viate, infatti, è, innanzitutto, l’Enciclica dell’amore, senza il quale non si riuscirebbe a comprenderla in tutta la sua ricchezza, e molto meno a viverla. Essa segue la Veritatis Splendor alla quale, secondo l’allora Cardinal Ratzinger, essa è legata proprio dal tema dell’amore nella sua forma più perfetta, e cioè il martirio: “Se non c’è più nulla per cui valga la pena morire, allora anche la vita diventa vuota. Solo se c’è il bene assoluto per il quale vale la pena morire e il male eterno che non diventa mai bene, l’uomo è confermato nella sua dignità e noi siamo protetti dalla dittatura delle ideologie”.

L’amore, dunque, che si compie nel martirio di chi, in vari modi, offre la propria vita, fonda la moralità degli atteggiamenti nei confronti della stessa vita. Sono persuaso che chi ha conosciuto e sperimentato l’amore di Dio sentirà risuonare come vere le parole della Evangelium Vitae, come l’unica risposta autentica e attendibile ai grandi drammi della società contemporanea. Chi vive nell’amore accende il televisore, apre un giornale e, pur turbato, saprà come rispondere alle questioni, spesso subdole, poste in gioco, frutto dell’escalation di aberrazioni e stravolgimenti della natura e della vita umana.

La questione fondamentale dinanzi alla quale oggi ancor più che venti anni fa ci troviamo, infatti, è essenzialmente antropologica. E proprio l’insegnamento chiaro e kerygmatico di San Giovanni Paolo II espresso nell’Evangelium Vitae ne rivela il carattere profetico e programmatico, valido ancor più oggi che quando è stata pubblicata. Non a caso il Pontificio Consiglio per la Famiglia, per celebrarne il ventennale, ha preparato un evento di preghiera che si svolgerà il prossimo 24 marzo presso la Basilica di Santa Maria Maggiore con cui esprimere la gratitudine per i copiosi frutti che l’Enciclica ha prodotto nella pastorale della vita.

Si tratterà di una veglia divisa in tre parti: durante la prima, che inizierà alle 17, vi sarà un momento di riflessione a partire dalle decorazioni artistiche della Basilica che hanno relazione con il tema della vita. Alle 18 inizierà la seconda parte incentrata sulla recita del rosario meditato su passi del Vangelo inerenti alla vita, al cui interno vi saranno delle brevi testimonianze. Alle 19 la terza parte vedrà il momento culminante della celebrazione eucaristica presieduta dal presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, mons. Vincenzo Paglia che, a proposito di questo evento, ha sottolineato come “la ricorrenza dell’Enciclica e di questa veglia che la ricorda nella vigilia dell’Annunciazione è particolarmente significativa perché si rende manifesta l’intima connessione tra il mistero della vita e l’esperienza familiare, fatta di affetti e socialità. Difendere la vita significa allora partecipare all’alleanza stessa tra Dio, l’uomo e la donna”.

Torniamo così all’antropologia tanto cara a San Giovanni Paolo II, che, secondo il Cardinal Ratzinger, nell’Evangelium Vitae, “vede nell’uomo, in ogni uomo, piccolo o grande, debole o forte che sia, utile o inutile che possa apparire, l’immagine di Dio; Cristo, lo stesso Figlio di Dio è morto per ogni uomo. Questo conferisce a ogni singolo uomo un valore infinito, una dignità assolutamente intangibile. Proprio perché nell’uomo c’è di più del mero bios anche la sua vita biologica diventa infinitamente preziosa. Non è disposizione di chicchessia, poiché è rivestita della dignità di Dio. Non ci sono conseguenze, per quanto nobili, che possano giustificare esperimenti sull’uomo”.

Dà i brividi la lungimiranza del Papa Santo! Come non pensare all’utero in affitto, ai figli “a la carte”, alle mostruosità genetiche che spuntano come funghi velenosi dai laboratori di ogni angolo del globo. Come non pensare alle cronache di questi giorni, nei quali anche il presunto “nobile fine” si è squagliato come neve al sole; all’erotismo imposto ai bambini della scuola a quattrocento metri da casa nostra per esempio. Non è vita la loro? E non è calpestata la sua sacralità, non è sfregiata la sua dignità? Non ha dato Cristo la sua vita per i bambini costretti a crescere con due genitori dello stesso sesso senza poter conoscere la propria origine? Non è ferita la loro vita dallo smisurato orgoglio di un mondo che sembra pensare, parlare, agire, scrivere e legiferare come mosso da un joystick di una infernale console?

Per questo, come scriveva il Cardinal Ratzinger, già vent’anni fa, quella dell’Evangelium Vitae “era una parola necessaria”. Soprattutto perché, “nell’ignoranza metafisica nella quale ci troviamo e che diventa al contempo atrofia morale, la fede si dimostra come l’umano che salva”. Nell’Enciclica, infatti, San Giovanni Paolo II appare “come il portaparola della fede che difende l’uomo contro una morale apparente che minaccia di schiacciarlo”.

L’antropologia e l’amore sono dunque le due lenti attraverso le quali leggere l’Enciclica. Approfittiamo di questo ventennale per riprenderla in mano e rileggerla, ci farà bene, come una boccata d’ossigeno in mezzo a tanta aria inquinata. Farà bene alla nostra fede, per diventare noi stessi gli annunciatori di quella che difende l’uomo, per gettare una luce di verità nell’agone contemporaneo. Per dissolvere con la testimonianza ancorata nel Magistero le menzogne sull’aborto, sull’eutanasia e su ogni altro tema caldo che rischia di frantumare l’umanità. E, soprattutto, per amare e in esso chiamare e accogliere anche chi non comprende ed è impigliato nel pensiero unico dei falsi miti di progresso, perché per noi, i cristiani, anche la loro vita, pur spesa per ciò che non condividiamo, è preziosa e sacra.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 22 febbraio 2015

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