I cristiani nascosti del Giappone e l’Anno Santo Straordinario

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Quest’anno in Giappone celebrate un altro aspetto della sua ricca eredità missionaria e di fede, ossia la comparsa dei “cristiani nascosti”. Anche quando tutti i missionari laici e i sacerdoti vennero espulsi dal paese, la fede della comunità cristiana non si raffreddò. Anzi, i tizzoni della fede che lo Spirito Santo accese attraverso la predicazione di quegli evangelizzatori e sostenne con la testimonianza dei martiri restarono al sicuro, grazie alla sollecitudine dei fedeli laici che conservarono la vita di preghiera e di catechesi della comunità cattolica in una situazione di grande pericolo e di persecuzione.

Questi due pilastri della storia cattolica in Giappone, l’attività missionaria e i “cristiani nascosti”, continuano a sostenere la vita della Chiesa oggi e offrono una guida per vivere la fede. In ogni tempo e in ogni luogo, la Chiesa resta una Chiesa missionaria, che si sforza di evangelizzare e di fare discepoli in tutte le nazioni, e al contempo arricchisce continuamente la fede della comunità dei credenti e instilla in loro la responsabilità di alimentare questa fede a casa e nella società.

Papa Francesco ai vescovi giapponesi in Visita ad Limina, 20 marzo 2015

Venerdì santo, 17 marzo 1865, a Nagasaki accadde qualcosa di straordinario. Nella stessa città dove il 5 febbraio del 1597 ventisei cristiani furono crocifissi, mentre in Europa nessuno sospettava che in Giappone ve ne fossero più, tre contadini del villaggio di Urakami si avvicinarono al Padre Petijean delle Missioni Estere di Parigi sul sagrato della chiesa di Oura che aveva terminato di costruire appena un mese prima, la più antica oggi in Giappone. Tremando gli chiesero se fosse sposato e se per caso lo avesse inviato il Papa di Roma. Dopo aver ascoltato le sue risposte lo pregarono di far vedere loro un’immagine della Vergine Maria. Condotti davanti a una statua di legno ancora oggi conservata nello stesso posto di allora si inchinarono con unzione e gli dissero: “watashitachi no mune, anata no mune”, che significa “il nostro intimo è il tuo intimo”, per dire “abbiamo la tua stessa fede”. Dopo di loro alcune migliaia di giapponesi del villaggio di Urakami e delle isole di Goto dove si erano rifugiati, si palesarono come cristiani.

Fu come un lampo nella notte, più di duecento anni di persecuzioni non erano riusciti a cancellare la fede cristiana dalla terra del Giappone. Gli ultimi missionari che lasciarono il Paese fecero ai cristiani la promessa che un giorno sarebbero tornati. E questi, stringendo di generazione quella promessa come una missione, hanno saputo attenderli conservando la fede. E dopo tanti anni quella promessa s’era compiuta, perché Dio è fedele, sempre.

Quegli istanti che la Chiesa che è in Giappone ha voluto ricordare solennemente istituendo la festa della Vergine di Urakami o del ritrovamento, come una freccia ha attraversato 150 anni di storia, conficcandosi in questi nostri giorni illuminati dall’annuncio di un Anno Santo Straordinario dedicato alla misericordia.

Si sa, Papa Francesco ha a cuore il Giappone, dove da giovane desiderava recarsi missionario. E di certo non gli è sfuggita la singolare coincidenza del secondo anniversario della sua elezione con il 150mo della “scoperta dei cristiani nascosti giapponesi” a Nagasaki.

A noi qui in Giappone è sembrata una Grazia speciale di Dio che rinnova lo zelo e rafforza la certezza che davvero questo Terzo Millennio sarà quello dell’Evangelizzazione dell’Asia, come profetizzò San Giovanni Paolo II.

In me e in tanti fratelli della sparuta comunità cristiana in Giappone, l’annuncio dell’Anno Santo Straordinario fatto proprio in questi giorni, ha ridestato lo stupore e l’ammirazione suscitate 150 anni fa in Vaticano e in tutto l’occidente dalla scoperta dell’esistenza di un considerevole nucleo di cristiani in Giappone nonostante la feroce persecuzione durata più di due secoli.

E’ come se l’esperienza di quei cristiani si venisse a saldare con la nostra, attraverso il fuoco della misericordia acceso con zelo appassionato da Papa Francesco. E non è difficile rintracciare oggi, in questo scorcio della storia, le orme luminose dei testimoni giapponesi che ci hanno preceduto. Anche noi siamo ferocemente perseguitati, e non solo in quei frammenti di mondo dove l’odio fanatico dei tagliagole cerca cristiani da uccidere. A occidente come ad oriente la persecuzione è tanto violenta quanto subdola e mascherata.

Persecuzione, che significa, non dimentichiamolo, il segno sempre riconosciuto dalla Chiesa che è giunto il momento di spingere la testimonianza di Cristo sino al sacrificio della propria vita. Persecuzione che è come una luce che fa risplendere il volto più bello della Chiesa, quello dei suoi martiri che offrono la propria vita per amore.

Così era stato anche in Giappone dopo gli esiti favorevoli dell’evangelizzazione della seconda metà del XVI secolo. Con l’ascesa e il consolidamento del potere di Toyotomi Hideyoshi ci fu un’escalation di leggi che restringevano la libertà dei cristiani sino a diventare aperta persecuzione. I cristiani e il loro Vangelo erano ormai una minaccia per il cosiddetto “bakuhan taisei”, ovvero il complesso sistema di equilibri sociali e religiosi attraverso il quale si reggeva il dominio dello “shogunato”. Il potere, come al solito, non poteva sopportare che un pugno di uomini radicati nella fede in Cristo Signore della storia, mettesse in dubbio la sua autorità assoluta.

E così, nel 1614, lo shogun Tokugawa Hidetata emanò un editto con il quale ordinava la distruzione delle chiese e l’immediata espulsione a Macao e a Manila dei missionari stranieri e dei cristiani giapponesi, senza distinzione di rango. La persecuzione dei cristiani fu il preludio all’emanazione di una serie di leggi conosciute come “sakokurei”, ovvero ordinanze del “sakoku”, per mezzo delle quali il Giappone si impermeabilizzò da ogni influenza e relazione con il suo esterno, eccezion fatta per i traffici marittimi con Cina e Olanda. All’interno di queste leggi vi erano quelle che ribadivano il bando alla religione cristiana. E’ interessante notare come la proibizione della fede cristiana sia legata a quella di unioni tra giapponesi e stranieri, all’espulsione delle famiglie miste e poi dei portoghesi e degli spagnoli, mentre una serie di regole severe e restrittive per il commercio estero stringeva intorno al Giappone una rete impenetrabile lo isolava da mondo circostante. Chiudendosi a Cristo, il Giappone si chiudeva anche alle relazioni con qualunque straniero, tirando bruscamente il freno al suo stesso sviluppo. Senza la luce del Vangelo, la diversità non poteva che incutere timore. Come accade anche a noi, o no? Quando ci separiamo da Lui non tagliamo anche con il fratello? Ma è roba vecchia, è successo così anche ad Adamo con Eva…

Durissime furono le misure volte ad estirpare il cristianesimo dal suolo giapponese. A partire dal 1638, ad esempio, si estese in tutto il Paese un perverso sistema di taglie sui cristiani ancora annidati in Giappone. Un premio era promesso a chi li avesse denunciati, sino ad istituire due anni dopo una specie di inquisizione per ricercare e denunciare i cristiani, detta “Kirishitan shumon aratame yuku”. Allo scopo si diffuse l’obbligo dell’”efumi”, che consisteva nel far calpestare ai sospetti cristiani immagini di Gesù e della Vergine Maria scolpite su basette metalliche. Infine, nel 1659 fu fatto obbligo ad ogni famiglia di registrarsi presso un tempio buddista.

In quel momento i cristiani erano tra i centocinquanta e i trecentomila, a fronte di una popolazione che si aggirava sui venticinque milioni, una percentuale molto più alta di quella attuale. Ma ormai stavano percorrendo una Via Crucis che li avrebbe accompagnati a lungo. Una parte abiurò, mentre una parte consistente restò fedele a Cristo, subendo per Lui e per gli stessi connazionali il martirio.

Ma un’altra parte si dette alla clandestinità lasciandosi guidare dallo Spirito Santo per escogitare forme e modi per conservare e trasmettere la fede alle seguenti generazioni. Due secoli, capite? Duecento lunghi anni nelle catacombe, senza sacerdoti e quindi senza i due fondamentali sacramenti dell’eucarestia e della confessione. Si organizzarono in piccole comunità guidate da un responsabile che aveva cura di tenere un minimo di calendario liturgico. A volte alcune ostie consacrate decenni prima dagli ultimi missionari passavano di casa in casa dove le piccole comunità si riunivano per essere esposte all’adorazione degli eroici cristiani.

Certo ci furono delle crepe nella dottrina, ma il nucleo della fede restò intatto. Se così non fosse stato, come si spiegano i numerosi martiri che seguirono la famosa “scoperta dei Kakure Kirishitan, i cristiani nascosti” di quel venerdì santo del 1865? Al netto dei sincretismi che riscontrarono i missionari, quel manipolo di eroi avevano dentro una fede così forte da potersi giocare la vita pur di non rinnegarla. Nel momento della “scoperta” infatti, vigevano le stesse misure persecutorie di due secoli prima. E i cristiani venuti alla luce vi incapparono. Furono internati in campi di rieducazione sparsi nel Giappone e molti pagarono con la vita la loro fedeltà a Cristo. Lui li aveva stretti a sé durante tanti anni, Lui era lì con loro a testimoniare al mondo la sua vittoria su ogni potere e principato, perché anche in Giappone, nulla e nessuno è più forte del suo amore crocifisso incarnato nei cristiani.

Ma come hanno potuto resistere tanti anni? Come hanno potuto trasmettere la fede in mezzo a tante difficoltà? Grazie alla comunità e alla famiglia, che furono il grembo dove la fede, pur balbettante e incerta, è stata custodita come il tesoro più prezioso. Grazie alla comunione con i fratelli salvati dal sangue di Cristo che San Francesco Saverio aveva annunciato in Chiesa e madre.

L’esperienza di questi cristiani è per noi oggi un dono e una luce profetica. La Provvidenza ha fatto incontrare la loro fedeltà con la sollecitudine pastorale di Papa Francesco. L’annuncio dell’Anno Santo Straordinario dedicato alla Misericordia non poteva avere per i giapponesi e i missionari di questa generazione messaggeri più credibili che loro, i cristiani nascosti.

Ci indicano il cammino da percorrere in mezzo alle persecuzioni che anche in Giappone non mancano, pur presentandosi in modi diversi che dalle lame di una spada o dalle parole della cultura occidentale. Dopo tanti anni posso dire che vivere da cristiani in Giappone è umanamente impossibile. Gli orari di lavoro e di studio sono massacranti, l’educazione ti spinge a non perdere il tempo con la religione, ma a dedicarsi anima e corpo al bene della società, che significa, di nuovo, lavoro, lavoro, lavoro.

Solo se le persone incontreranno nella famiglia e nella comunità cristiane dei luoghi di misericordia potranno crescere nella fede e vivere come figli di Dio, nuotando controcorrente come i salmoni che risalgono i fiumi. Come fu per i cristiani nascosti, ci attendono anni difficili. Ci salverà la misericordia di Dio che assorbe nel perdono i peccati e le debolezze donando in cambio la vita nuova di Cristo risorto.

E’ la mia esperienza di ormai venticinque anni di missione in questo Paese che cerca insistentemente di offrire ai giapponesi luoghi e forme di aggregazione, tentando di saldare in un comune ideale persone diverse, riuscendo però solo a mitigare la profonda solitudine dell’uomo che non conosce Cristo con i pur ottimi risultati economici e un eccellente sistema sociale di servizi e assistenza.

Ma l’uomo, giapponese o africano che sia, ha bisogno d’altro per vivere in pienezza ed essere strappato all’ineluttabilità del dolore e della morte. Ha bisogno di Cristo, che sulla Croce ha disteso le braccia rivelando una misericordia infinitamente più grande di quella che pure il buddismo e i giapponesi conoscono. Perché “la fine del dolore” non è “il nirvana”, il “mu”, il vuoto, ma l’amore che solo Cristo vivo nella comunità e nelle famiglia cristiana può trasmettere al cuore dell’uomo. Attendiamo per questo con trepidazione questo Anno Santo Straordinario, preparandoci nel modo che i primi missionari e le prime generazioni cristiane giapponesi ci hanno lasciato in eredità: camminando nella fede per crescere in essa e difenderla a qualunque prezzo, per annunciare il vangelo ad ogni giapponese testimoniando Cristo nell’amore autentico che ci unisce in comunità e famiglie cristiane.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 20 marzo 2015

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