George Pell: “Elia è un modello per la missione”

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Quando ti trovi davanti a lui è come stare ai piedi di una montagna. Il Cardinale Pell è un uomo altissimo, massiccio, dotato di una corporatura perfetta per accogliere e proteggere il deposito della fede che anche nel terzo millennio un successore degli apostoli è chiamato a difendere e ad annunciare.

Ho avuto occasione di incontrarlo in una celebrazione eucaristica da lui celebrata domenica scorsa. Il Vangelo raccontava l’episodio della Trasfigurazione, e con le parole della sua omelia ci ha accompagnato in cima al Tabor perché anche la nostra carne, questa di oggi immersa nella nostra società, fosse rivestita della stessa luce.

Soffermandosi sulle figure di Mosè ed Elia che appaiono accanto al Signore durante la sua trasfigurazione il Cardinale Pell ci ha offerto una chiave ermeneutica per comprendere la missione attuale della Chiesa. “Perché questi due giganti dell’Antico Testamento sono stati chiamati ad essere testimoni di quel momento così importante nella vita di Gesù e dei suoi apostoli più intimi?”.

Mosè era lì perché è stato l’uomo scelto da Dio “per accogliere in favore di ogni uomo le Tavole della Legge, il fondamento dell’Alleanza di Dio con il Popolo eletto che Cristo avrebbe compiuto nel suo Mistero Pasquale”. Mentre Elia, per il Cardinale Pell, era lì “perché è stato il grande difensore del monoteismo”.

Per assolvere a questa missione ha dovuto soffrire molto, navigando a vista, seguendo passo dopo passo le orme di Dio, spesso misteriose e incomprensibili. Elia ha addirittura rasentato l’esaurimento nervoso, entrando in una crisi esistenziale di fronte alla sua missione che lo ha fatto desiderare di morire.

Come ogni profeta ha portato nella sua carne la contraddizione che ogni profezia semina nella storia. Non poteva scappare, la sua vita era legata a doppio filo alla profezia che doveva far risplendere nella sua generazione. E il cuore di questa era la difesa e la riaffermazione senza se e senza ma del monoteismo.

Ricorderete l’episodio nel quale Elia ha ridicolizzato i Baal, gli idoli pagani. Non rispondevano ai loro sacerdoti, perché non esistevano, mentre il Dio unico e vivente ha risposto al suo profeta Elia. L’idolatria è il compimento dell’adulterio del cuore dell’uomo, che lo consegna irrimediabilmente alla schiavitù, prima spirituale e poi materiale.

Oggi non è diverso dai tempi di Elia. Leggete quell’episodio, leggete le follie con le quali, per destare i loro dei, i sacerdoti di Baal si facevano del male sino a far scorrere il proprio sangue. Leggete e sovrapponete al male che oggi l’uomo si infligge e con cui si sta autodistruggendo per adorare idoli sordi e muti. I buchi sulle membra delle siringhe che iniettano eroina, le narici bruciate dalla cocaina, i cervelli disintegrati dalla marijuana, la pelle sfregiata dai tatuaggi, la carne insultata dai piercing.

E i grembi trasformati in sepolcri di vite innocenti, la debolezza anziana e malata gettata tra gli scarti inservibili, le famiglie vittime dell’egoismo e dell’incapacità di soffrire per l’altro. L’identità unica e irripetibile di ogni persona creata maschio o femmina ad immagine di Dio, frullata nell’ideologia che la sbiadisce in mille nuove e false pseudo-identità.

Come salvare questa generazione che i nuovi Baal stanno inghiottendo con una rapidità disarmante? “Ritornando al monoteismo”, alla fede nell’unico e vero Dio. Quanto di più politicamente e religiosamente scorretto… Ma senza la Verità annunciata da Mosé e difesa da Elia questa generazione non sarà trasfigurata nella luce della Pasqua!

Nel cuore della Chiesa brucia il fuoco che è disceso dal Cielo incenerendo gli idoli pagani per far posto all’amore, l’unica risposta dell’unico Dio vero e vivo. Per questo in ogni apostolo «c’è una passione che deve crescere nella fede e che deve trasformarsi in carità che accenda come fuoco anche l’altro» (Benedetto XVI). La stessa “angoscia” sofferta da Gesù fino al “compimento del battesimo” che lo avrebbe inabissato negli inferi a liberare Adamo e ogni uomo, spinge da duemila anni gli apostoli per annunciare il Vangelo sino ai confini della terra.

Quando però una sua interpretazione sentimentale e orgogliosa induce ad adattarlo alle culture e alle mode, si spegne la profezia: “Il perenne annuncio missionario della Chiesa viene oggi messo in pericolo da teorie di tipo relativistico. Le radici di queste affermazioni sono da ricercarsi in alcuni presupposti: la convinzione della inafferrabilità e inesprimibilità della verità divina, nemmeno da parte della rivelazione cristiana; l’atteggiamento relativistico nei confronti della verità, per cui ciò che è vero per alcuni non lo sarebbe per altri; la contrapposizione radicale che si pone tra mentalità logica occidentale e mentalità simbolica orientale; il soggettivismo di chi, considerando la ragione come unica fonte di conoscenza, diventa «incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 5).

E così si «discredita il cristianesimo» e si inganna il mondo, offrendogli solo una triste edizione rivisitata di ciò che è già suo e non ha potuto salvarlo: “I vostri volti non sono volti di salvati, per questo io non crederò mai al vostro Signore” (J. P. Sartre). Sono i volti di un genitore, un educatore, un prete, una fidanzata, un amico quando accettano un compromesso che sbiadiscono la presenza viva dell’unico Dio.

Tradiscono l’amore consegnando l’altro alla menzogna e al peccato. Troppo spesso in nome del dialogo che vorrebbe comporre le tensioni ci si inchina all’anticristo! Spesso la divisione viene confusa con la discomunione e si cade nel tranello teso dall’angelo rivestito di falsa luce: mentre i demoni agiscono indisturbati nell’ombra, una malintesa accoglienza e un dialogo fumoso rapiscono energie e discernimento. Anche nella Chiesa, anche in famiglia, ovunque.

Se un padre, laddove appare – magari nascosta da sofismi sottili – una divisione con il figlio circa la volontà di Dio e l’adesione a Cristo, si lascia ingannare e inizia un dialogo teso a smussare e a frammentare la verità, avrà consegnato suo figlio al demonio e alla mentalità del mondo. L’immagine buonista e sentimentale secondo la quale il Signore debba ricucire sempre tutto e a qualunque prezzo ci rende tiepidi e lascia campo aperto ad eresie striscianti, scismi incipienti, divisioni autentiche e laceranti: esse restano come germi infetti coperti da compromessi travestiti di pace e benessere.

Il grigio, infatti, non è il colore dei cristiani… Il fuoco di Cristo che trasfigura l’esistenza nella carne brucia nell’amore e nella Verità per evitare di ricorrere alle toppe che farebbero un danno maggiore! La difesa del monoteismo è, per il Cardinale Pell, l’argine e l’avamposto della Nuova Evangelizzazione, il grembo fecondo di una rinnovata missione della Chiesa e dei cristiani in questo agone contemporaneo.

Un monoteismo radicato nella rivelazione di Dio a Israele e accolta, compiuta in Cristo, dalla Chiesa. La fede che cresce in essa, infatti, illumina la storia e offre gli strumenti per discernere quanto sta avvenendo accanto a noi. Una profonda conoscenza di Dio intessuta nell’amore smaschera la menzogna di un Dio che per affermarsi esige sottomissione e guerra santa. La misericordia che svela l’unico Dio capace di perdonare e ricreare persone distrutte per riportarle alla loro autentica dignità spinge i cristiani a guardare agli eventi con occhi nuovi e profetici, come quelli di Elia.

“La grazia a buon prezzo è il nemico mortale della nostra Chiesa” (D. Bonhoeffer): il buon prezzo della ragionevolezza dei tiepidi, schiavi della carne «incapace di sollevare lo sguardo verso l’alto per osare di raggiungere la verità dell’essere». Il fuoco acceso da Cristo sulla Croce invece, è quello che, come fece il profeta Elia, riduce in cenere la tiepidezza e i suoi Baal, rivelando la loro menzogna e testimoniando la paradossale ragionevolezza di chi osa credere in Lui: “Deve essere, infatti, fermamente creduta l’affermazione che nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato si dà la rivelazione della pienezza della verità divina. E questa è il motivo fondamentale per cui la Chiesa è per sua natura missionaria. Essa non può non proclamare il vangelo, cioè la pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso. Solo la rivelazione di Gesù Cristo «immette nella nostra storia una verità universale e ultima, che provoca la mente dell’uomo a non fermarsi mai» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 5). “Si può e si deve dire che Gesù Cristo ha un significato e un valore per il genere umano e la sua storia, singolare e unico, a lui solo proprio, esclusivo, universale, assoluto. Gesù è, infatti, il Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. Il Signore è il fine della storia umana, “il punto focale dei desideri della storia e della civiltà”, il centro del genere umano, la gioia d’ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti… È proprio questa singolarità unica di Cristo che a lui conferisce un significato assoluto e universale, per cui, mentre è nella storia, è il centro e il fine della stessa storia: Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine” (Dominus Iesus).

Nella Chiesa, infatti, in virtù del potere del Dio unico, appaiono famiglie nuove, amicizie nuove, fidanzamenti nuovi. Tutto è santo e libero perché tutto è vissuto nell’unità che solo Dio può offrire all’esistenza dell’uomo. E unità significa pace, riconciliazione, speranza, mitezza, zelo e “parresia”. Il “fuoco” che la Chiesa sempre riaccende sino agli estremi confini della terra ci fa liberi di osare, per amore, la fedeltà alla Verità.

Occorre osare di fronte al capoufficio rischiando il posto di lavoro, pur di testimoniare la verità universale e ultima che abbiamo sperimentato nell’incontro con Dio. Osare la notte quando, unendosi al coniuge, siamo chiamati ad offrire i nostri corpi alla sua volontà, per aprirci alla fecondità e alla vita, accogliendo il terzo, quinto o decimo figlio, e così riaffermare nel mezzo d una società frammentata e per questo infeconda, il significato assoluto e universale che Dio ha nella nostra storia come in quella del mondo.

Occorre osare la castità ed il rispetto nel fidanzamento per annunciare la verità dell’amore indiviso a Dio che si realizza restando uniti a Cristo crocifisso, l’unico autentico che, nel sacrificio, rivela il dono più grande, puro, disinteressato; osare nell’educazione, lottando con i compromessi affettivi, non temendo il rifiuto e la ribellione, perché i figli o gli studenti o i cristiani affidati siano ogni giorno di più conformati e uniti a Cristo, pienezza delle loro aspirazioni.

Osare la stolta arrendevolezza della Croce, il non resistere al male che non è in contraddizione con l’affermazione senza smagliature della verità. Perché la Verità è sempre crocifissa, o non sarà Verità. La testimonianza, infatti, è sempre l’offerta gratuita e gioiosa della propria vita per amore dell’altro divenuto nemico. Il dogma che abbraccia e infonde vita ad ogni altro dogma è la Croce, l’unico luogo che afferma, senza tema d’essere smentito, la gratuità e l’universalità dell’amore di Dio.

Solo questo amore è credibile e avrà la meglio sull’idolatria che sfalda la cultura occidentale e le aberrazioni religiose dei tagliagole islamici, nel senso che solo chi ama il nemico sino a dare la vita per lui conferisce anche al dogma, ai valori e ai principi morali irrinunciabili e non negoziabili, l’autorevolezza dell’autenticità.

L’amore, infatti, li rivela “in presa diretta” come accadde ad Elia, proprio mentre si realizzano nei cristiani, come connaturali all’uomo, come gli unici che si addicono alla persona, di qualunque razza e cultura. Solo l’amore riesce a far decodificare il grido nascosto nelle mille grida di dolore dell’umanità, riconoscendo in esso il bisogno di un’accoglienza e di un perdono che superino i limiti del moralismo clericale e del legalismo ideologico, perché “l’astuto avversario, quando si vede scacciato dal cuore dei buoni, cerca quanti sono molto amati da loro, e parla per mezzo di essi con parole carezzevoli: affinché, penetrato il cuore con la forza dell’amore, la spada della sua persuasione irrompa facilmente nelle fortificazioni della rettitudine interiore” (S. Gregorio Magno).

Cristo ci ha attirati in un esodo che ci fa passare dalla schiavitù alla libertà e alla parresia; da rapporti schiacciati sugli accomodamenti di ogni giorno che spesso diventano peccati e schiavitù, a rapporti liberi di amore vero. La morte e il peccato sono rimasti infilzati sulla Croce, non sui nostri sentimenti buonisti.

La Legge Naturale, rivelata e trasfigurata sul Sinai nel Decalogo affidato a Mosè, è inscritta nel cuore di ogni uomo, e non vi è condizionamento capace di cancellarla sino in fondo; ma è altrettanto vero che, usando della libertà, gli uomini l’abbiano infranta. Tu ed io, non meno di un pagano o di un politeista, di un ateo o di un agnostico. Per questo, la Legge Naturale risplenderà solo in coloro che sono stati rigenerati da Cristo che ha compiuto sino in fondo la Legge sulla Croce, e per questo vivranno in ogni istante lo “Shemà”, l’amore all’unico Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze.

Il monoteismo di cui ci ha parlato il Cardinale Pell è dunque l’antidoto all’apostasia di questa società. Il monoteismo riscoperto dai cristiani che in esso fondano ogni istante della propria vita. Ciò significa partecipare della vita divina, come uomini trasfigurati che portano il fuoco e la luce della Pasqua laddove la carne è disprezzata, nella vecchia Europa come nelle terre insanguinate dal fondamentalismo islamico e di altre religioni ostili all’uomo e alla sua libertà.

I cristiani, infatti, entrano nel regno dei morti di questa generazione, si aggirano negli inferi e toccano, destano e si caricano dei relitti umani che vi si trovano. Amano senza condizioni chi ha abortito, ucciso, rubato, adulterato; si consegnano a tutti gratuitamente, nello stesso modo in cui sono stati amati. In quegli inferi depongono un raggio di speranza, un lampo della luce di Pasqua, la testimonianza credibile della vittoria di Cristo sulla morte e del conseguente perdono di ogni peccato.

Non solo, proprio nel buio disperato di chi si disprezza al punto di non saper più vivere secondo natura, la Chiesa osa offrire la possibilità di una vita nuova, la stessa vita di Cristo, quella che scorre nelle sue vene: la vita soprannaturale che include, compie e sublima la legge naturale; il rispetto gioioso di ogni principio non negoziabile, l’affermazione perentoria e incontestabile della vita incastonata nella vita di chi la sta perdendo per puro amore.

Quale migliore e più credibile e autentica affermazione “pro life” che quella di chi, per difendere la vita che non muore nella carne destinata a morire, offre la propria di vita, nella certezza di conservarla per l’eternità grazie alla resurrezione di Cristo? Quale maggiore difesa della vita nascente nel seno di una madre che quella di chi accoglie nel suo seno di misericordia madre e figlio, educando e accompagnando con il latte della misericordia e il “pastorale” della Croce?

La Verità dell’amore unico del Dio unico salva la vita dissipata di chi è ingannato dalla menzogna dell’ideologia dominante, che fa uno spezzatino insapore e infecondo della vita, della ragione, della sessualità e della stessa persona umana.

Soprattutto delle donne, vergini, spose e madri, oggetto dell’attacco più feroce del demonio: sono esse a dover essere accolte oggi sotto il manto della misericordia di Dio, dove possano gridare, piangere, reclamare, per incontrare la gioia del loro compimento in quanto donne che il mondo le ha sottratto. Solo nell’unico Dio che sa dare valore e unità a tutto l’essere esse potranno ritrovare il fondamento della loro femminilità, nella sponsalità e nella maternità, finalmente libere dalla schizofrenia interiore che le distrugge.

Sintonizzandoci sulla figura del Profeta Elia e sulla centralità del monotesimo il Cardinale Pell ci ha destato allo zelo per ogni pecora perduta di questa generazione, osando sino a rischiare di vedersi rifiutati anche dalle persone più vicine. Come accadde ad Edith Stein, che, proprio nella camera a gas del suo “doppio” martirio, come ebrea e come cristiana, ha visto trasfigurata la sua vita. Nell’amore che la consumava attirava e salvava anche ciò che aveva dovuto abbandonare: “Cara madre superiora, mi permetta di offrirmi in sacrificio di espiazione per la vera pace: perché il regno dell’anticristo sprofondi, se possibile senza un nuovo conflitto mondiale, e che un nuovo ordine s’impianti”.

Chi vive in Cristo la fedeltà all’unico Dio, in Lui sarà perseguitato; dal suo uomo vecchio per cominciare e poi dal mondo che non accetta d’essere contraddetto e smascherato nelle sue divisioni. La vita di un cristiano sarà una profezia che rivelerà la Verità, l’unica che salva facendo libere le persone. Gesù Cristo infatti non è un Segretario Onu, né tanto meno un gestore di fitness club o di uno di quei centri di pseudo-spiritualità dove ritrovare se stessi. Con Lui si è catapultati dritti dritti dentro le arene di ogni giorno, e leoni e tigri sono lì ad aspettarci.

Ma è proprio questa la vita più piena, buona e vera che fa scaturire il canto di ogni cristiano divorato dai suoi carnefici, il canto nuovo dei martiri di ogni parte del mondo, in Siria, in Iraq, in Africa, in Asia come nel tuo ufficio. Il Signore ci chiama ad essere crocifissi con Lui perché ogni uomo riceva la vita vedendo in noi il volto dell’unico Dio che smaschera gli idoli di questo mondo.

 

Articolo pubblicato su “La Croce” del 4 marzo 2015

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