La Parola di Dio, antidoto al cinismo

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“Amo’ hai portato er tabblet?”; “Si a mamma, buttala via la lasagna che sicuro è annata a male”; “A Re’, a Maggica s’è sgonfiata come ‘na rota che zompa sopra ‘n chiodo”. “Eh no Carlo, se non moltiplichi il portafoglio clienti dove credi di andare; guarda, io in cinque anni ne ho fatti il triplo; a quelli de la multinasional le interesa solo i sghei, cos te vol se devi pur chiuder un ocio…”. Rullaggio prima del decollo da Roma direzione Nord, tra squilli di cellulare, dita fluttuanti sui display, per il resto sono queste le parole captate nella cabina. L’Isis? Lontana anni luce, altro che a duecentocinquanta chilometri dalle coste italiane. La discussione sulle unioni civili e sulla omofobia? Non pervenute.

Certo è solo un aereo, eppure è uno spaccato del Paese tutto sommato attendibile. Si parte e ti sembra davvero di sorvolarli i problemi, mentre la storia scorre un chilometro sotto di te, e le cose ti appaiono così piccole e lontane, quando non sono nascoste dalle nubi dell’irrilevanza.

Si percepisce chiara l’indifferenza di fondo sulle questioni decisive che la storia ci pone. Certo al netto delle chiacchiere d’ordinanza tutte rigorosamente vestite nel completo grigio del politicamente corretto stile inclusivo, dialogante, tollerante e integrativo; o al netto delle parole, anch’esse d’ordinanza, indossate come un maglione girocollo stile anticonformista, tutto smitragliate, tolleranza zero, ordine e pulizia.

Non sono attendibili neanche le statistiche e i sondaggi, i tecnici ti incontrano mentre cammini per strada o stai uscendo dal macellaio, ti piantano tre domande tipo quiz televisivo, e tu spari senza pensarci quello che galleggia in superfice a cuore e cervello. Ma rispondere non significa aver preso coscienza della realtà. Men che meno aver elaborato un’analisi e abbozzato un giudizio per discernere la questione e rintracciare in essa le proprie coordinate.

La superficiale indifferenza della maggioranza la leggi sui volti, la senti nella musica delle parole. Specie per chi, come me, atterra dopo tanto in Italia, è forte e chiara la sensazione d’essere giunti su un gigantesco Aventino. Non piace la storia, e per protestare contro il suo irrompere ineludibile, non c’è altra opzione che sfuggirla, magari ricoprendo l’indifferenza con una t-shirt tipo “Je suis Hebdo”.

Aventino all’amatriciana certo, mica scelta politica, discutibile ed errata, ma pur sempre frutto di lotta e sacrificio per non sfuggire al dramma delle responsabilità. No, qui l’Aventino è appena fuori porta, con le teglie di pasta e i fiaschi di vino, che tanto in campagna le bombe mica le tireranno.

Come sulla nave da crociera alla cui inaugurazione mi hanno invitato. Non smettevo di pensare le stesse cose balenatemi sull’aereo, o in treno o in metropolitana. Ho immaginato cosa deve essere stato il dramma del Titanic. Mentre dentro si continuava a mangiare e a ballare, fuori accadeva l’urto fatale. Bastò la punta di un iceberg, sottolineo la punta e non con la montagna intera di ghiaccio, per squarciare la fiancata e far imbarcare acqua sino a che il simbolo dell’invincibile progresso umano non si inabissasse come un sassolino in uno stagno.

La nave in cui sono salito, una delle più grandi mai costruite, è un’altra metafora dell’ambiente nel quale siamo immersi. Ci potresti vivere senza vedere mai né il sole né il mare. Corridoi, bar, ristoranti, teatri, piscine, cabine, negozi, casinò, fitness club, il tutto senza soluzione di continuità, come un imbuto che raccoglie la coscienza ingrossata dai dubbi e dal dolore senza risposta per colarla fuori dimagrita al punto che non la senti più.

Lì fuori, a duecento metri da te cambia la storia, e tu lasci che il vuoto e la paura ti assorbano nel cinismo. E’ questa la più grande insidia di questo tempo, infinitamente più pericolosa dei più efferati tra i fanatici dello Stato Islamico, più subdola della peggiore tra le ideologie nemiche dell’uomo e della vita. Il cinismo dal volto umano e rassicurante che partecipa ai riti collettivi di smacchiamento delle coscienze, marce di indignazione, fiaccole e candele per non dimenticare.

Ma che cosa? E ricordare chi, e perché? Si ricorda a scuola la dignità di ogni persona perché unica e irripetibile, oppure la dimentichiamo illudendoci di affermarla nel suo orientamento sessuale? Perché anche questo, tra gli altri, è un passo in più nel cinismo, forse il più difficile da smascherare. Elegante e serio, stempera le differenze e le peculiarità in un ipocrita e freddo abbraccio universale che nessun volto sa riconoscere, e nessun nome pronunciare.

La punta di un iceberg ha già sfregiato il nostro orgoglio, e non ce ne rendiamo conto. La chiglia invincibile delle ideologie dei falsi miti di progresso si sta già frantumando, mentre la barca di questa Europa seduta sull’anima sta già imbarcando acqua. Ma ci si preoccupa della “crescita”, si ciarla di “consumi”.

Davvero crediamo di affrontare la furia del cortocircuito tra l’estremismo religioso e quello razionalista dell’agnosticismo neo-illuminista consumando il presente nell’illusione di crescere senza radici? No, siamo appena entrati nella Quaresima e domenica all’Angelus il Papa ci ha presentato la realtà per quella che è: un deserto! E c’è un solo modo per affrontare da “vittoriosi” la realtà: entrarvi con Cristo, senza sfuggirla. Essere, con Lui, i pionieri del reale per aprire a questa generazione un cammino sicuro tra le sue insidie.

Il “deserto”, infatti, “è una prova da cui il Signore esce vittorioso e che lo prepara ad annunciare il Vangelo del Regno di Dio. Egli, in quei quaranta giorni di solitudine, affrontò Satana “corpo a corpo”, smascherò le sue tentazioni e lo vinse. E in Lui abbiamo vinto tutti, ma a noi tocca proteggere nel nostro quotidiano questa vittoria” (Papa Francesco, Angelus del 22 febbraio 2015).

Ecco dunque come si vive: affrontando “corpo a corpo” le menzogne del demonio. Lo dobbiamo per noi e per i nostri figli, per il mondo intero. La storia ci sta imponendo sfide molto serie alle quali sapremo rispondere solo illuminati e accompagnati dalla Chiesa che “ci dà la prospettiva e il senso di questo tempo, che è un tempo di combattimento – nella Quaresima si deve combattere – un tempo di combattimento spirituale contro lo spirito del male. E mentre attraversiamo il “deserto” quaresimale, noi teniamo lo sguardo rivolto alla Pasqua, che è la vittoria definitiva di Gesù contro il Maligno, contro il peccato e contro la morte”.

In questi giorni guardavo le persone chiedendomi come tirarle fuori da questo imbuto che li fa scivolare nell’indifferenza del cinismo che soffoca relazioni e attività. Come parlare a chi ci è accanto, oggi e non si rende conto della minaccia incombente? Combattendo per “rimetterci decisamente sulla strada di Gesù, la strada che conduce alla vita e che passa attraverso il deserto”. Vivere sino in fondo la storia che ci è data, ciascuno nel suo ambito, famiglia, scuola, lavoro, amici; assumendo ogni giorno la lotta che ci aspetta, nella solitudine, nella malattia, nella precarietà economica, con le difficoltà nelle relazioni, insomma prendendo la Croce, per dirla con la parola che conosciamo meglio.

Perché è vero anche oggi che solo la Croce di Cristo può sconfiggere il maligno che “ci parla nel deserto”, opponendo la “Parola di Dio” e le sue declinazioni nell’ambito della famiglia come della sessualità, del lavoro come della persona, libertà e verità come un argine d’amore all’irrompere del male. Ascoltare, celebrare e vivere la Parola di Dio è l’antidoto al cinismo che il Papa ci indica come cammino quaresimale, immagine della vita terrena di ogni cristiano. Entrare dunque senza paura “nel deserto” dove “possiamo scendere in profondità, dove si gioca veramente il nostro destino, la vita o la morte”. Il nostro e quello del mondo intero, al quale potremo “annunciare il Vangelo del Regno di Dio” solo se lo avremo sperimentato vero nella nostra vita deposta nel deserto trasformato in giardino rigoglioso dalla risurrezione di Cristo.

 

Articolo apparso su “La Croce” del 24 febbraio 2015

 

 

 

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