Non basta l’analisi geopolitica. E’ tempo dell’ecumenismo del sangue

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Quest’anno la Quaresima bussa alle nostre porte con le minacce dell’Isis. Ma a guardare bene, sulle porte che ci separano dalla storia cola il sangue dei molti fratelli “assassinati per il solo fatto di essere cristiani”, come ha detto Papa Francesco riferendosi ai ventuno copti sgozzati in Libia dai miliziani dello Stato Islamico. Attraverso questo sangue Dio ci sta parlando ormai da molto tempo.

Non è diverso da quello dei martiri che da duemila anni ha imporporato la terra dei cinque continenti. Ma oggi è un indizio chiaro della volontà di Dio che dobbiamo saper cogliere, se davvero vogliamo guardare agli eventi con gli occhi profetici che solo la fede può donare. Altrimenti rischiamo di impantanarci nelle fredde analisi geopolitiche, importanti per carità, ma che hanno i limiti della prospettiva semplicemente umana, troppo orizzontale per indicarci il cammino da percorrere.

Di che indizio si tratta? Ce lo ha svelato più volte Papa Francesco, e lo ha ribadito anche ieri incontrando i rappresentati della chiesa riformata di Scozia: “Dicevano solamente ‘Gesù aiutami’. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, coopti, luterani non importa. Sono cristiani. E il sangue è lo stesso. Il sangue testimonia Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di testimoniare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’uno con l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che sta incoraggiando l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani”.

Di fronte alle minacce e alle azioni di cieca e folle violenza dei fondamentalisti Dio ci sta lasciando una traccia da seguire, una concreta indicazione per tutti noi di cosa significhi convertirsi.

Dicendo che il sangue dei cristiani “è una testimonianza che grida” Papa Francesco sta attualizzando il cuore del discorso tenuto da Benedetto XVI a Ratisbona, nel quale faceva suo il pensiero dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo: “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo il logos, ovvero secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. Si potrebbe dire che oggi più che mai il “logos” ferito a morte “grida” come una profezia.

Un grido che ci chiama a lasciarci coinvolgere dall’ecumenismo del sangue, l’unica risposta plausibile all’efferatezza dei fondamentalisti. Nell’ultima cena Gesù indicava con chiarezza i due segni attraverso i quali i cristiani sarebbero stati riconosciuti come sui discepoli: l’amore e l’unità. E non certo per sfilare sulle passarelle della moda religiosa e dar lustro al marchio cristiano. L’amore e l’unità sono gli unici segni credibili della risurrezione di Gesù Cristo nella storia.

Un amore soprannaturale che si fa carne capace di offrirsi al male dei nemici per caricarlo su di sé e disintegrarlo nel perdono. E l’unità che svela il potere di Cristo di abbattere qualunque barriera di razza, cultura e condizione sociale. Il sangue dei martiri cristiani degli ultimi cinquant’anni sino ai ventuno fratelli copti uccisi in Libia segnano una svolta decisiva: “Quelli che per odio della fede uccidono i cristiani – diceva Papa Francesco alla plenaria del Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani – non domandano se sono ortodossi o cattolici. Li perseguitano semplicemente perché sono cristiani”.

L’ “ecumenismo del sangue” è dunque l’indizio della volontà di Dio per ogni cristiano, il segno profetico con cui illuminare l’oscura notte che sembra avvolgere l’umanità. Non ne sono immuni neanche i giapponesi, lo abbiamo visto. Non lo è l’Australia, come non lo sono l’Africa e le Americhe.

Stringiamoci dunque ai nostri fratelli, entrando con loro nel martirio che ci attende ogni giorno a scuola, al lavoro, ovunque. Non è forse il sangue che ci verrà chiesto, ma la testimonianza della fede adulta che si fa in noi opere di vita eterna. L’ecumenismo del sangue ci chiama dunque a crescere ogni giorno nella fede perché risplenda in noi la testimonianza che Dio ha preparato per ciascuno: aprirsi coraggiosamente alla vita, perdonare i torti subiti, accogliere oltre i nostri schemi il fratello così com’è, con i suoi difetti e le sue nevrosi.

Possiamo starne certi, questo ecumenismo del sangue fa dei cristiani il corpo benedetto di Cristo nella storia, l’unico che romperà l’assedio del male, da qualunque parte esso arrivi. Come sta accadendo in Egitto dove, pur con le riserve per la violenza che nessun cristiano auspica, il Presidente Abdel Fattah al Sisi ha reagito con fermezza alle efferatezze dei miliziani di Abu Bakr al Baghdadi. Eppure proprio il martirio dei cristiani ha suscitato una reazione che vogliamo interpretare come un primo vagito della “ragione” che ponga un limite alla follia con cui, secondo l’Imam Al Tayeb, “questi tiranni corrompono e fanno la guerra ad Allah e al suo messaggero”.

 

Articolo pubblicato su “La Croce” del 17 febbraio 2015

 

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