Ma la Chiesa non ne ha mai parlato così

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“La prostituzione è un male, e come tale va proibita e non regolata” (Don Benzi)

 

Carissimo Veneziani, perché con questa storia dei quartieri a luci rosse proposti dal sindaco Marino hai voluto tirare in ballo noi preti e tutta la comunità di Santa Romana Chiesa? Hai scritto molte cose interessanti, a volte anche tu in controtendenza rispetto ai falsi miti del progresso, quindi perché stavolta ti sei lasciato andare come neanche nelle taverne o nei film stroncachiesa che ci dobbiamo sorbire una volta e l’altra pure? No, non entro nel merito storico della questione. E’ andata più o meno come scrivi tu.

Anche grazie al carissimo amico Pio Cerocchi che ha scritto un articolo molto interessante sulla questione, veniamo a sapere, ad esempio che il Pastor, il più grande storico dei Papi e cattolico, “nella sua monumentale “Storia dei Papi” ci fa questo racconto: “Esse (le cortegiane) non vennero cacciate da Pio V, ma dovevasi porre fine al loro pubblico disordine con ciò che fu loro assegnato un quartiere fuor di mano presso Ripetta, che non potevano abbandonare né di giorno né di notte sotto pena di pubblica fustigazione (…) La segregazione delle incorreggibili fu resa ancor più rigida nell’autunno del 1569 costrunendosi al loro quartiere mura e porte come al Ghetto”.

Non c’è nulla da nascondere, la Chiesa è intessuta di uomini che cercano nella storia le orme del loro Signore, e spesso sbandano, con retta o cattiva intenzione. Comunque erano altri tempi, quando il Papa era un re, e questo vorrà pur dire qualcosa, con esigenze di governo ed errori annessi. E se per caso, dietro alle scelte dei Papi ci fosse stata anche l’attenzione alle persone, al di là delle frustate e dei ghetti? E’ molto difficile rientrare in quella come in ogni altra stagione della storia e comprenderne sensibilità, umori e criteri. Per questo credo che sia inaccettabile, da te, il modo di prendere la storia e disegnarci un fumetto alla Charlie Hebdo. Già me la immagino la vignetta: una prostituta che fa la lasciva con un cardinale, o con il Papa, perché no?, e sotto la didascalia che prende in prestito le parole del tuo articolo: “mejo ‘na mignotta che n’amante”, by “cazzolicesimo”.

Eh no, qui mi sembra che i conti non tornino. E’ come se io prendessi a pretesto, che so? il trisavolo di Giuseppe il macellaio, noto assassino operante nei vicoli notturni di Roma, per dire in giro che sarebbe meglio non andare a comprare la carne dal suo pronipote, perché sai com’è, con quei precedenti, magari gli scappa il coltellaccio sulla gola dei clienti troppo esigenti. Insomma, non è proprio così che si affrontano le questioni, non ti pare? Capisco il gusto per l’ironia, di cui sei maestro, ma fare della storia una prostituta per suffragare le proprie idee, questo mi sembra sia il metodo proprio delle dittature che anche tu detesti. Dittatura del politicamente corretto in questo caso, altra cosetta che tu non sopporti.

I “preti” e “santa romanesca Chiesa” (volevi intendere quella parte che non ha abbandonato la proverbiale ironia dei romani, o no?) non si “lamentano” con Marino, ma del peccato! Don Benzi, che qualcosa da dirci sull’argomento ce l’avrebbe pure, era solito chiedere alle ragazze “quanto soffri?”, invece del solito “quanto costi?” con cui sono salutate dai poveracci che le avvicinano. Perché il peccato fa soffrire e tiene schiave le persone, le prostitute da un lato, gli avventori dall’altro. E i papponi pure, ma questi con catene più grosse ancora. I preti, speriamo tutti, lo sanno bene e per questo dicono, insieme alla Chiesa intera, che il problema della prostituzione non si risolve spazzolando una strada, ma cambiando il cuore. Accogliendo le schiave della concupiscenza maschile e dell’avidità altrui, come faceva don Benzi e fanno i suoi discepoli; e inserendole in una comunità dove possano risuscitare e ridiventare persone. Di questo però non si parla, perché la prostituzione è come la pornografia su internet: macchine da soldi, e dove ci sono loro passaporto diplomatico per tutto e tutti…

La carne è una brutta bestia se lasciata nelle mani della Bestia. Può fare cose atroci, tra le quali andare a comprarsi il piacere. Se, infatti, non hai scoperto che vali infinitamente perché il tuo corpo è tempio di Dio, finirai con il disprezzarti infinitamente, trascinando nel disprezzo chiunque ti sta accanto. Per questo, e per molto altro, caro Marcello ti sbagli, perché la Chiesa oggi è già l’ultima a lamentarsi, visto che con Papa Francesco è la prima che segue il cammino della conversione; ma anche la prima, e spesso l’unica, che si infila nelle periferie esistenziali dei poveri e dei piccoli della terra, tra i quali ci sono anche le prostitute. La Chiesa sa che, incontrando Cristo e convertendosi a Lui, precederanno i farisei nel Regno dei Cieli…

Forse non conosci alcune splendide parole di Benedetto XVI rivolte ai teologi, e quindi anche ai preti che parlano di Dio. Illuminavano il pericolo della prostituzione per tutti noi, di quella della parola e dell’anima, dalla quale può nascere anche quella della carne.   Citando la Prima Lettera di San Pietro, diceva: “«Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis». L’obbedienza alla verità dovrebbe “castificare” la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinione comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell’anima. La “castità” a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità. E penso che questa sia la virtù fondamentale del teologo, questa disciplina anche dura dell’obbedienza alla verità che ci fa collaboratori della verità, bocca della verità, perché non parliamo noi in questo fiume di parole di oggi, ma realmente purificati e resi casti dall’obbedienza alla verità, la verità parli in noi” (6 novembre 2006). Ecco, credo che su queste parole saremo d’accordo…

Articolo pubblicato su “La Croce” del 13 febbraio 2015

 

Questo il “cucù” di Veneziani:

Le lucciole a Roma? Le hanno portate i papi

È curiosa l’idea che Ignazio Marino si è fatto di Roma e del suo compito di sindaco. Nessuno dei problemi veri che vive Roma lo sfiora realmente: in compenso si occupa d’incalzare governo e Parlamento sui gay e le prostitute.

Incurante della Cassazione, dei prefetti e delle leggi, il sindaco de Roma insiste a occuparsi della sfera sessual-affettiva dei romani anziché di quella civica e urbana. E lottizza la città destinando alcune aree a sorbirsi i rom, con relativo aumento di furti, e altre a subire il racket di prostitute. È un modo generoso di mandare una città a puttane. L’idea ha spaccato l’opinione pubblica e ha diviso al loro interno sinistra e destra. In tema di puttane però, lasciate che io spezzi una lancia in favore del sindaco marziano: il modello di riferimento per la zona a luci rosse non è Amburgo, Amsterdam o Bangkok, ma è la Roma dei Papi.

Al tempo del Papa re c’era infatti a Roma una quantità impressionante di prostitute, c’erano accorsati lupanari e strade apposite (una ha ancora il nome di un tempo, via delle zoccolette). Perché la prostituzione era considerata dai cattolici di mondo una valvola di sfogo per l’esuberanza maschile (cardinali inclusi) e per salvaguardare la durata dei matrimoni. Mejo ‘na mignotta che n’amante diceva la morale papalina – bollata come cazzolicesimo, da licet, è permesso – e discendeva nientemeno che da S. Agostino e S. Tommaso. Insomma del quartiere a luci rosse o Mignottown possono lamentarsi tutti, a partire dai residenti, meno i preti e santa romanesca chiesa.

 

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