Arrendetevi a Dio anche voi

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Kayla Mueller aveva 26 anni, veniva dall’Arizona, era andata in Siria con l’organizzazione internazionale umanitaria “Support to Life” ed era stata sequestrata nell’agosto del 2013.

 

«Prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42,5)

No, non si tratta di fare paragoni. Sarebbe facile prendere Kayla, la giovane volontaria trucidata dai tagliagole dell’Isis, e affiancarla ad altre volontarie, ma non si può strumentalizzare l’opera della Grazia. Perché questa splendida ragazza è una scultura celeste, un’incarnazione moderna di quelle storie che trovi nella Bibbia e che ti sembrano così lontane. Giobbe, per esempio. Sì, c’è anche lui nella drammatica vicenda di Kayla: “Sono arrivata a quel punto in cui, in tutti i sensi, mi sono arresa al nostro creatore, perché non c’è letteralmente nessun altro”.

Giobbe aveva scoperto la stessa identica cosa dopo un lungo processo intentato a Dio; amici sapientoni si ergevano a difensori dell’Accusato continuando a tempestare Giobbe di moralismi, senza che uno di essi riuscisse a illuminare il suo dolore. Sino a che Dio non è apparso e lo ha preso per mano accompagnandolo tra le meraviglie del creato. Giobbe aveva per caso consigliato Dio mentre plasmava la terra o disegnava la volta celeste? No, Giobbe non c’era mentre Dio amava e creava; Giobbe era un frammento d’amore fissato in carne ed ossa, pensieri e parole; anche se graffiato dal dolore era un prodigio creato da Dio. Nello stordimento di fronte all’opera divina Giobbe si è capito e ha conosciuto il Creatore, guarda caso lo stesso termine usato da Kayla. Lo scrive lei, “nelle tenebre mi è stata mostrata la luce e ho imparato che persino in prigione una persona può essere libera”.

Ma perché non ci abbiamo pensato prima? Anche nella creazione era successo lo stesso. Occorrono le tenebre per vedere la luce, come la prigione per comprendere e sperimentare la libertà. Come occorre l’assenza delle persone amate per capire la loro autentica importanza: “Ho avuto molte ore a cui pensare a come soltanto in vostra assenza, a 25 anni, ho finalmente capito il vostro posto nella mia vita, il dono che ciascuno di voi è per me, la persona che sarei e che non sarei se non foste parte della mia vita, la mia famiglia, il mio sostegno”.

Tenebre – luce, prigionia – libertà, assenza – presenza, in tutto questo Kayla ha sperimentato in sé il testacoda divino, il Mistero della Pasqua di Cristo che riavvolge nell’amore il filo della vita, trasformando la morte in vita. Perché è così, ed è inutile affannarsi per contestare l’evidenza di un’esperienza così travolgente. Kayla è scesa nel sepolcro e ha incontrato la vita; nel luogo dove tutto dovrebbe sbriciolarsi nella disperazione, Kayla ha conosciuto Colui che prende tutto nelle sue mani perché nulla vada disperso. E’ questa la libertà che risplende nel volto di Kayla. Non possedere più nulla e possedere tutto, perché, come le aveva detto la mamma “alla fine della fiera quello che ti resta sempre davvero è Dio”. E quando hai Dio, hai tutto senza appropriarti di nulla. Puoi amare davvero, entrando nel dolore degli altri chiedendo addirittura perdono perché credi di esserne la causa.

Puoi amare ed entrare con Dio nel testacoda decisivo, quello che trasforma la sofferenza in un grembo fecondo: “La parte di me che soffre di più mi tira anche fuori dal letto, mentre senza speranza non rimarrebbe niente”. E qui arriviamo a noi, che ci basta una piccola delusione, un’incomprensione o una frustrazione per sprofondare in crisi galattiche. Qui arriviamo ai nostri figli, ai quali basta che il partner dimentichi di rispondere a un messaggio per inchiodarli a letto. Un semplice messaggio, di quelli con cui si tempestano a vicenda stringendosi catene affettive sempre più asfissianti. Perché un solo messaggio è per loro l’unica zattera a cui attaccarsi per sopravvivere, se non si colorano d’azzurro le due spunte per indicare che l’altro l’ha letto, si affonda, trascinando giù genitori e fratelli, perfino il cane.

E sai perché? Perché tutte le parole che gli diciamo li riempiono di niente. Sono incolori e insapori, come il “politicamente corretto” che ci lava il cervello. Dici di no? Beh, può essere, ci sta che i figli si ribellino e non ci accettino. Ma non basta. Kayla è per tutti un dono di Dio che non possiamo lasciarci scappare. Sono persuaso, infatti, che questa lettera Kayla l’abbia scritta a tutti i genitori, ai preti e alle suore, agli insegnanti d’ogni grado, a chiunque abbia responsabilità educative. Quindi anche agli allenatori e ai catechisti, ai politici e agli intellettuali.

A me di sicuro, che sono solo un prete inviato agli estremi confini della terra. A me che sono sempre a contatto con ragazzi come Kayla, e con adulti e anziani, che fa esattamente lo stesso. A me innanzitutto, che sono ogni giorno davanti a me stesso. E oggi Kayla mi ha scritto una frase che mi si è conficcata dentro come un interrogativo ineludibile: “grazie a Dio e alle vostre preghiere mi sono sentita teneramente cullata in questa caduta libera”. Parole da schiantare, senza possibilità di difendersi. C’è tutta l’esperienza più autentica che un uomo possa fare. E io? Sto pregando per chi sta cadendo e resiste all’opera di Dio? Sto annunciando che solo nell’umiliazione si incontra Dio che, come ha sperimentato la Vergine Maria, la “guarda” con tenerezza e la riempie del suo amore?

Senza ipocrisie, chi di noi non insegna subdolamente che bisogna salire velocemente i gradini della società, e sforzarsi per diventare migliori (senza quasi mai spiegare che cosa questo significhi concretamente). Perfino la madre di Giovanni e Giacomo, i figli del tuono, si accostò un giorno a Gesù per chiedergli di issare i suoi due figli alla sua destra e alla sua sinistra. Troni e primi posti, i migliori sempre, per godersi bene lo spettacolo della vita. E invece Dio ha fatto Kayla felice e “grata” “cullandola” in una “caduta libera”. Non c’è alcun dubbio, la Grazia l’ha toccata e rapita nello sguardo divino, l’unico che riesce a guardare la vita dal verso giusto. Che è sempre contrario a quello che ci indica la sapienza mondana, infettata dall’orgoglio che ha accecato Adamo ed Eva.

Eccolo dunque il tesoro prezioso che la sua lettera ci consegna: lasciare che Dio “culli” con amore le persone nella “caduta”, perché è quello che Cristo ha ripetuto mille volte ai suoi discepoli: “chi si esalta sarà abbassato, e chi si umilia sarà esaltato”! Kayla ci dice che è proprio così, e che è l’unico cammino che conduce alla libertà e alla gratitudine. Kayla ci dice di non temere per le prigioni che aspettano i nostri figli; in fondo anche loro, magari sbagliando completamente i modi e i luoghi, partono ogni giorno volontari per teatri di guerra. A scuola, tra gli amici, con il fidanzato, e poi al lavoro, nel matrimonio, c’è sempre qualcuno da salvare. E ci vuole molto tempo, come le “molte lunghe ore” che Kayla ha passato in carcere, perché comprendano che sono loro ad aver bisogno d’essere salvati dal proprio orgoglio e dal disprezzo di sé stessi che esso origina.

E ci vuole la nostra pazienza, come scriveva Kayla ai propri genitori: “Per favore, siate pazienti, offrite il vostro dolore a Dio”. Tutti, infatti, abbiamo bisogno di pregare molto e di crescere nella fede per amare e rispettare la Croce dei nostri figli offrendo a Dio il nostro e il loro dolore; fede adulta per servire la sua opera in ciascuno, accompagnandoli con tenerezza e misericordia nella “caduta libera” del loro uomo vecchio. Fa male, eccome, assistere ai loro fallimenti, ma stiamo bene attenti, gli affetti morbosi ci rendono incapaci di soffrire per amore.

Educare è innanzitutto trasmettere la fede, con la testimonianza della nostra vita e con le parole autentiche che ne scaturiscono. Perché la fede non diventerà mai carne, cioè pensieri, scelte e gesti nei nostri figli, se non indichiamo loro il cammino in discesa verso le acque della misericordia dove possono annegare i peccati e rivestirsi di Cristo. Solo in Lui saranno davvero adulti, cioè liberi anche nelle prigioni delle situazioni difficili e di dolore, come Kayla. Che per questo è come se oggi ci stringesse nella sua speranza dicendoci “Prego ogni giorno perché vi arrendiate a Dio anche voi”.

Pubblicato su La Croce del 12 febbraio 2015

 

Ecco la lettera di Kayla: 

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A tutti voi, se avete ricevuto questa lettera significa che sono ancora prigioniera ma che i miei compagni di cella (a partire dal 2 novembre 2014) sono stati liberati. Ho chiesto loro di contattarvi e darvi questa lettera. È dura trovare qualcosa da dire. Sono in un posto sicuro e sto bene (ho persino messo su peso); sono stata trattata con rispetto e la massima gentilezza. Volevo scrivervi una lettera fatta come si deve ma non so quando se ne andranno i miei compagni, se tra giorni o tra mesi, quindi potrei non avere molto tempo; inoltre riesco a scrivere solo un paragrafo alla volta perché soltanto pensare a voi mi fa piangere.

Se si può dire che ho “sofferto”, in tutta questa esperienza, è solo per la consapevolezza della sofferenza a cui vi ho costretti; non vi chiederò mai di perdonarmi, dato che non merito perdono. La mamma mi ha sempre detto che alla fine della fiera quello che ti resta sempre davvero è Dio. Sono arrivata a quel punto in cui, in tutti i sensi, mi sono arresa al nostro creatore, perché non c’è letteralmente nessun altro… e grazie a Dio e alle vostre preghiere mi sono sentita teneramente cullata in questa caduta libera. Nelle tenebre mi è stata mostrata la luce e ho imparato che persino in prigione una persona può essere libera.

Mi sento grata. Ho capito che c’è del buono in ogni situazione, a volte dobbiamo solo cercarlo. Prego ogni giorno che se non altro abbiate sentito un certo senso di vicinanza con me e che vi arrendiate a Dio anche voi, e che abbiate formato un vincolo d’affetto e sostegno tra di voi… Mi mancate tutti, come se ci tenessero separati forzatamente da dieci anni. Ho avuto molte lunghe ore per pensare, per pensare a tutte le cose che farò con Lex, alla nostra prima gita di famiglia in campeggio, al primo incontro all’aeroporto. Ho avuto molte ore a cui pensare a come soltanto in vostra assenza, a 25 anni, ho finalmente capito il vostro posto nella mia vita, il dono che ciascuno di voi è per me, la persona che sarei e che non sarei se non foste parte della mia vita, la mia famiglia, il mio sostegno. IO NON voglio che i negoziati per la mia liberazione siano un vostro dovere, se c’è qualsiasi alternativa coglietela, anche se richiede più tempo. Questa cosa non sarebbe mai dovuta diventare un peso per voi. Ho chiesto a queste donne di aiutarvi, per favore cercate il loro consiglio.

Se non lo avete ancora fatto, [omissis] può contattare [omissis] che ha un certo tipo di esperienza con queste persone. Nessuno di noi poteva avere idea che ci sarebbe voluto così tanto tempo, ma sappiate che anch’io sto combattendo nei modi in cui mi è possibile e che ho ancora molta forza per lottare. Non mi sono spezzata, non mi arrenderò, non importa quanto tempo ci vorrà. Ho scritto una canzone mesi fa che dice: “La parte di me che soffre di più mi tira anche fuori dal letto, mentre senza speranza non rimarrebbe niente”. Il pensiero della vostra sofferenza è la fonte della mia, allo stesso tempo la speranza della nostra riunione è la fonte della mia forza.

Per favore, siate pazienti, offrite il vostro dolore a Dio. So che volete che resti forte. È esattamente quel che sto facendo. Non abbiate paura per me, continuate a pregare come faccio io, e se Dio vorrà presto saremo di nuovo insieme.

Con tutta me stessa,
Kayla

 

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3 pensieri riguardo “Arrendetevi a Dio anche voi

  1. Grazie per averlo pubblicato !!! Queste vite vissute sono più esaltanti di un terremoto. Io veramente non riesco, ma tenterò. Grazie! Sr.M.Geltrude.

  2. Sono sempre più convinta che l’incontro con Dio avvenga nella sofferenza. Da questo incontro scaturisce la fede e questa fede ci accompagna per sempre……ulteriore dimostrazione che è davvero Dio colui che avevamo incontrato. Grazie Kayla.

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