La terra insanguinata del Sol levante

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Oggi vengo alla collina dei Martiri per testimoniare il primato dell’amore nel mondo. In questo santo luogo gente di ogni condizione diede prova che l’amore è più forte della morte. Essi incarnarono l’essenza del messaggio cristiano, lo spirito delle Beatitudini, così che chiunque rivolga lo sguardo su di loro possa essere ispirato a lasciar modellare la sua vita dall’amore disinteressato di Dio e dall’amore del prossimo.

Oggi, Io, Giovanni Paolo II, vengo a Nishizaka per pregare affinché questo monumento possa parlare all’uomo moderno come le croci su questa collina parlarono a coloro che furono i testimoni oculari secoli fa.

Possa questo monumento parlare al mondo per sempre, dell’amore, parlare di Cristo.

San Giovanni Paolo II

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Non c’è che dire, sto in una botte di ferro. Paura? Qui in Giappone non si sa neppure cosa sia. Così almeno pare stando al settimanale britannico The Economist che ha recentemente pubblicato il “Safe cities index”, una classifica delle 50 città più sicure del mondo redatta in base a quaranta indicatori, divisi in quattro gruppi di qualità tematiche: sicurezza digitale, sanità, infrastrutture, sicurezza personale. Ai primi tre posti due città giapponesi: Tokyo al comando della classifica e Osaka al terzo posto. Insomma, due squadre pronte per la Champions League della sicurezza.

Beh, in effetti, per chi ci viene da turista, o per chi ci scivola su cucendo rapporti commerciali, il Giappone deve apparire proprio così, sicuro, e pulito, ordinato, un campione dell’efficienza. Ma se cambiamo i parametri la musica cambia, e di molto. Se per sicurezza intendiamo un sistema sociale che protegge con successo la libertà personale allora altro che Champions League, il Giappone intero è destinato a retrocedere tra i dilettanti…

Bisogna andare nelle scuole, negli uffici, infiltrarsi nella ragnatela delle relazioni sociali. Occorre guardare negli occhi i ragazzi, gli adulti, gli anziani. Solo così si può intuire la realtà che si cela dietro la forma, inaccessibile frontiera che separa l’honne dal tatemae, l’autentico dall’apparente.

E’ grazie ad essa, infatti, che buona parte dei giapponesi si sente davvero sicura. Chiusi i sentimenti, le idee e le intuizioni nel rifugio antiatomico del loro intimo, si sentono protetti proprio dall’uniformità stabilita dalle regole che governano le relazioni, dalla famiglia alla società. Se è tutto già stabilito non c’è davvero da temere. Non i propri errori, perché di proprio non c’è nulla. Non la propria personalità, perché sin dall’asilo è schiacciata nel pensare comune indotto dall’educazione.

Ma per chi ci vive incastrato, questa barriera protettiva che produce risultati economici e garantisce una società senza rilevanti sbavature è come un laccio che ti soffoca piano piano. Te ne accorgi nelle lunghe traversate in metropolitana, proprio a Tokyo, medaglia d’oro della sicurezza. Se tra tanti occhi chiusi dalla stanchezza hai la fortuna di scorgerne due ancora aperti e non inchiodati sul display di uno smartphone, lo capirai.

Gli occhi dei giapponesi, infatti, hanno visto la durezza dell’educazione impartita, la cauterizzazione di qualunque sentimento, persino quelli materni e paterni. Hanno visto l’ineluttabilità degli ostacoli frapposti tra i progetti e la loro realizzazione, esami scolastici e concorsi come lame di ghigliottina a tranciare i sogni dei più deboli.

Hanno visto l’abisso delle gerarchie sociali schiudersi sotto i piedi come fossati a difendere castelli, e regolare così le relazioni in una fitta e ferrea ragnatela di obblighi e divieti, sino a plasmare il linguaggio e gli sguardi; hanno visto i propri nomi sciogliersi come in un acido, quello del titolo di studio, della mansione lavorativa, della posizione sociale, e perdere così identità, carattere, e personalità; hanno visto traslochi e sradicamenti sin dal tempo della scuola, perché il Giappone, prima della famiglia e dell’amicizia, è l’unica e vera appartenenza.

Hanno visto amici suicidarsi sotto il peso dell’insostenibile pressione volta al risultato e all’efficienza; hanno visto teorie di manager e semplici impiegati barcollare zuppi d’alcool sui marciapiedi dei fine settimana, estremi tentativi per togliersi di dosso ansie, frustrazioni e vessazioni; hanno visto divertimenti obbligati, attività sportive telecomandate, e si sono scoperti come burattini dentro lo schermo di una playstation, e qualcun altro a muover gambe e braccia rincorrendo onore e successo per dar lustro e guadagno alla scuola o alla ditta.

Hanno visto perdere a poco a poco la partita della vita, le personalità, i sentimenti, il dolore disciolti nel grigio militare d’una società a comando; hanno visto i propri giorni già scritti nel manuale di istruzioni che annota e comprende ogni possibilità, compresa quella del fallimento e l’inesorabile parola fine a chiudere, come una lapide, ogni cammino.

Hanno visto centinaia di migliaia di ragazzine vendersi ai maschi che desiderano carne fresca; hanno visto le perversioni più turpi, e le studentesse in divisa e minigonna vertiginosa esaltate quali campioni di femminilità, la donna bambina con voce tremula che ti accoglie nei negozi, negli uffici, nei ristoranti e dai telefoni dei call center. Hanno visto sciami di ragazzi eclissarsi nelle proprie stanze e non uscirvi più, il viso incollato allo schermo del Pc a gettare giovinezza e speranze in un’esistenza imprigionata in tre metri quadri. Hanno visto menti rarefatte raccolte da pasticche ansiolitiche che uccidono l’anima.

Gli occhi dei giapponesi sono intrisi di tutto questo, ti guardano senza sperare nulla; religione e grandeur di stagionate campagne di conquista per afferrare Asia e mondo, hanno condotto il popolo all’uniformazione di doveri e bisogni forgiando un’innaturale astenia dei sentimenti. Sono concesse le lacrime, solo se composte e ordinate, come un tentativo di non venire risucchiati dal dolore e dalla morte.

Perché la morte bussa anche qui, come in ogni altra parte del mondo, ed è sempre un punto di domanda sbattuto in faccia all’esistenza. L’interrogativo resta lì, irrisolto, in barba ai tentativi di esorcizzarlo e sfuggirlo. Magari con la sua esaltazione, ovvero il suicidio presentato come un riscatto, estetica diabolica per ricoprire una vita diventata spazzatura.

Lo so perché ci vivo da più di vent’anni, di fronte alla morte il Giappone non è diverso da qualunque altro posto del mondo. Non ci si abitua alla morte, mai. La ricerca e la prevenzione, l’ordine e la disciplina, l’efficienza e l’organizzazione sono come un’aspirina offerta ad un malato di cancro.

La morte fisica certo, quella tragica che seminano i terremoti e gli tsunami, ma anche quella interiore, la peggiore, che arriva attraverso una gravidanza che svela un feto malformato, una malattia inguaribile, una depressione fulminante. O che fa visita con il tradimento del compagno, un licenziamento, un esame fallito. La morte è un sostantivo che descrive un fatto, qualunque sia la forma nella quale si presenti. Di fronte ad essa si misura la sostanza di un uomo.

Un osservatore distratto, fosse anche un etnologo preparato o un reporter smaliziato, può restare colpito e affascinato di fronte alle immagini di un popolo che sembra saper reagire con ordine e disciplina anche di fronte al terremoto. Ma quello che si vede in superficie è piuttosto il frutto di un’assenza. In Giappone manca qualcosa, lo avverti ovunque, basta scendere i gradini dell’intimità, basta varcare la soglia della forma, e ti ritrovi come sospeso tra un’ansia e un vuoto che non sa rispondervi.

E’ una mancanza che si fa nostalgia, quella più tagliente, perché non riesci a capire di che, o di chi. Al Giappone manca ancora Cristo, e troppi neanche lo immaginano. Se ti guardi attorno quasi non ci sono tracce di cristianesimo. Ecco, gli occhi dei giapponesi non hanno visto Cristo. Non tutti, ma quasi tutti. E un Paese che non ha visto Cristo, è una pianta che non ha mai visto il sole: se resiste, le foglie si ingialliscono, i colori sbiadiscono, lo sviluppo è abortito.

Così appare oggi il Giappone. Si corre ovunque, strisce multicolori disegnate sulle strade, sui marciapiedi, sui corridoi di banche e ospedali ti guidano senza sorprese alla meta, ma non è mai quella giusta. Ci si sfiata tra un casello e un altro della vita, ma nessun cartello, nessun segnale ad indicare il Cielo. E quegli occhi che, da bambini, appena dischiusi brillavano curiosità, e speranza e desideri, sono ormai spenti, e le palpebre come serrande semichiuse quando sono i giorni di lutto.

Ma l’uomo, qualunque uomo, non può vivere senza speranza. Quando essa è sottratta la vita si fa morte, e ogni affare, di cuore come di lavoro e studio, diviene un incerto strascicarsi sui bordi della vita. Come i tanti che incontri di sera e di notte sui treni che traghettano i lavoratori alle loro case. Puntuali da spaccare il secondo rovesciano manichini d’uomo da sdraiare in un letto per riposare un attimo e ricominciare domani.

Ma Dio non ha dimenticato questo popolo, perché Dio ama ogni uomo di un amore geloso. Lo affermo con certezza, perché pur dentro un’umana insignificanza, ho visto e vedo ogni giorno i semi del Vangelo crescere e dare frutti che sanno di vita eterna. I cristiani in Giappone sono meno di un granello di sabbia su una spiaggia affacciata sul Pacifico. Molti di loro hanno dimenticato l’indirizzo della parrocchia, e ci tornano solo accompagnati dalle pompe funebri.

Eppure sotto la cenere arde la brace, un piccolissimo resto scoppiettante di zelo. Invisibile figurati, i numeri che si usano nelle statistiche non riescono a raschiarne la presenza dalle profondità della storia. Ma sono lì, e io li vedo vivere cristianamente in mezzo al paganesimo, issare la speranza tra le macerie della disperata routine. Mostrano Cristo nella loro carne per annunciarlo vivo e capace di dare senso ad ogni dolore, anche a quello più assurdo. Le famiglie italiane e spagnole che sono qui in missione, unite ai fratelli giapponesi nelle piccole comunità cristiane, annunciano il Vangelo testimoniando l’amore che supera ogni barriera.

Esso, infatti, ha una sola coniugazione, buona per ogni lingua, per ogni cultura, per ogni uomo: donare la vita, cioè carne e sangue concretissimi, sino alla fine. Incarnazione, che è molto più dell’inculturazione. E’ l’amore che ti fa lasciare il tuo Paese e sbarcare su un altro pianeta, e restarci per sempre come un ospite. L’amore che ti fa entrare ogni giorno nella precarietà, e aprirti alla vita dove tutti gli hanno chiuso la porta in faccia; e generare figli secondo la volontà di Dio, segni reali che Cristo è risorto. L’amore che ti fa tutto a tutti, condividendo i dolori e le ansie, le difficoltà e le frustrazioni, per deporre in ogni angolo di vita un frammento di Paradiso.

Allora, l’unica domanda da porci, identica a quella che si impone anche in Europa come in ogni altra parte del mondo, è: come potrà credere un giapponese se non vedrà Cristo vivo nei cristiani? Come potrà aprirsi alla speranza se non vedrà che esiste la possibilità di vivere in un modo diverso, libero dagli inganni mondani e culturali? Come potrà aprire gli occhi e conoscere la libertà dei figli di Dio se non avrà accanto un uomo come lui, che non sfugge alle responsabilità ma vi entra con uno spirito diverso, con amore e non perché “shikataganai”, perché non c’è altro da fare?

Il Giappone, come ogni nazione, ha bisogno dunque di martiri, testimoni della vita celeste come quelli che hanno versato, a migliaia, il sangue anche qui in Giappone. Oggi ricordiamo i più famosi, i 26 che hanno disteso le braccia sulla croce piantata su una collina di Nagasaki. Non erano passati neanche cinquant’anni dal giorno in cui San Francesco Saverio sbarcò al sud del Giappone.

La testimonianza dei missionari e il cambio radicale di vita dei primi neofiti avevano fatto crescere la comunità cristiana che, si sa, per il solo fatto di esserci è un “segno di contraddizione”. Uniti ai loro pastori e catechisti, i cristiani giapponesi, liberati dalla seduzione del peccato e dell’idolatria, cominciavano a dare fastidio al potere. Un film già visto, girato nella Roma Imperiale come negli stati oppressi dalla dittatura del comunismo e dal fanatismo religioso. Come nelle nostre nazioni sedotte dai “falsi miti del progresso”, che in nome della civiltà perseguitano a milioni vite che non hanno nemmeno visto la luce, le più indifese, i “piccoli” nei quali si identifica Gesù.

La vita nuova di Cristo, lo possiamo leggere nell’Apocalisse, è infatti la preda preferita del “grande drago”. Il demonio deve far guerra a quelli che possiedono la testimonianza di Gesù, pena la sua sconfitta. Ma, nonostante la Croce di Cristo lo abbia smascherato e gettato fuori, sono duemila anni che si ostina a crocifiggere i cristiani, e a perdere… E’ accaduto a Nagasaki, e noi tutti siamo i frutti del loro sangue. Era l’inizio del 1597, li avevano catturati e condotti a Miyako, l’attuale Kyoto dove gli fu tagliato un pezzo dell’orecchio sinistro.

Così grondanti di sangue furono fatti salire a gruppi di tre su delle carrette e condotti come malfattori per le vie della città. Li precedeva una guardia che esibiva un cartello con la motivazione della loro condanna: “Perché costoro, venuti dalle Filippine con titolo di ambasciatori, si trattenevano in Miyako predicando la legge dei cristiani, che io proibii gli anni passati rigorosamente, e hanno fabbricato la chiesa e fatto scortesie, comando che siano crocifissi a Nagasaki insieme con i giapponesi che si convertirono alla loro legge”. 

Sorprendentemente gli abitanti di Kyoto mostrarono simpatia per loro, ammirati dalla loro attitudine. Pregavano uniti, e nei loro volti risplendeva un’insolita serenità. C’erano anche tre bambini e che facevano? Cantavano! Sì, cantavano i canti che avevano loro insegnato i missionari.

Immaginate la scena, sovrapponetela all’istantanea del Giappone attuale che vi ho offerto e scoprirete che cos’è la missione della Chiesa in questo avamposto del mondo sviluppato. Immaginate bambini che cantano gioiosi lodando Dio in mezzo agli amici che non conoscono la gratitudine perché non vedono mai il volto del padre a cui consegnarla. Pensate ai preti e al loro gregge, come i 26 martiri uniti sul carro della Chiesa in una piccola comunità che celebra e ascolta la Parola, offrire alle città giapponesi (sicure secondo il mondo ma fragili nello spirito) i segni della fede adulta, ovvero l’amore e l’unità.

Pensate ai cristiani che camminano nelle strade e annunciano con gesti e parole negli uffici e nelle scuole, negli ospedali e nei supermercati che Cristo è risorto, attirando e coinvolgendo i giapponesi nel loro stesso cammino verso il Cielo. Pensateli e pensate a noi, perché anche la nostra missione è come il viaggio dei martiri da un capo all’altro del Giappone, una processione di speranza, il corteo trionfale sulle orme di Cristo che ha distrutto la morte. Ventisei giorni a piedi tra pioggia e neve, una via crucis tra i loro connazionali, ma soprattutto un Vangelo vivente che sollecitava in tutti commozione e slanci di generosità.

Perché il giudizio delle Nazioni si giocherà proprio sui piccoli atti di carità offerti dai pagani ai “piccoli che sono di Cristo”. Quanti si sono salvati e ora godono del Paradiso solo perché hanno dato un bicchier d’acqua a quei ventisei ultimi della società! Come accade anche oggi dove i cristiani sono maltrattati e perseguitati dai governi, ma anche nella storia di ogni giorno, dove sono accompagnati all’ultimo posto, sulla Croce. E alle nostre famiglie, alle quali si accostano tanti per aiutarle nelle situazioni complicate, forse per un breve attimo, un sussurro di carità che schiude loro il 

Essa fu per San Paolo Miki, il “pulpito più onorifico che mai avesse avuto”. Su di essa, “per prima cosa dichiarò ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il Vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c’è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all’imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano».

E tu, ed io, che facciamo di fronte alla Croce che la storia ci presenta? Ci inchiniamo a baciarla come fecero i 26 appena giunti sulla collina del martirio a Nagasaki, riconoscendo in essa l’altare preparato da Dio per testimoniare a tutti il suo amore? Oppure scappiamo, forse senza immaginare che proprio la malattia, la calunnia, il rifiuto, il tradimento sono il legno preparato per noi sul quale sono incisi i nomi da salvare? L’amore ai nemici, infatti, è l’unica chiave che apre il Cielo, perché mostra sulla terra l’impossibile che si fa possibile.

Siamo deboli, è vero, ma nella debolezza si svela pienamente il potere di Cristo. In te e in me, come in Ludovico, il più piccolo dei 26 martiri. Un bambino che sulla Croce irradiava gioia muovendosi con tutto il corpo. Quella “perfetta letizia” attirò l’attenzione di tutti i presenti, e fu l’annuncio più credibile del Vangelo. La stessa letizia che io vedo nei fratelli che sono qui in missione con me, la stessa preparata per ogni cristiano che si lascia sedurre dall’amore di Cristo.

Articolo pubblicato su La Croce del 6 febbraio 2015

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