Apostolic sniper

bradley

“Perché in tanti, uscendo dalle sale dove hanno visto l’ultimo film di Clint Eastwood, sono turbati ma commossi? Perché la vita è una battaglia”

Articolo pubblicato su “La Croce” del 29 gennaio 2015

Non mi prendete per pazzo, ma credetemi, la notte dopo aver visto “American sniper” ho fatto un sogno bellissimo. Di solito non me li ricordo, ma questo mi ha fatto stare così bene che la mattina mi sono svegliato con una gioia inusitata.

E si che il film abbonda di sparatorie e sangue. Ma per me è stato il grembo fecondo di un sogno di pace. Facevo il prete annunciando il Vangelo a chi non lo aveva mai ascoltato. E la Buona Notizia aveva fatto breccia in un ragazzo molto problematico tirandolo fuori dall’angoscia di vivere così frequente in Giappone dove probabilmente mi trovavo.

Avevo sparato un colpo preciso, facendo secca la menzogna demoniaca che tiene in scacco tanti giovani. Insomma, la predicazione, come un fucile di precisione, aveva salvato quel ragazzo. Ricordo nitido il suo sorriso, un evento straordinario su volti di norma spenti. Come se ne vedono a milioni nella metropolitana di Tokyo, per capirci.

Poi un buco nel ricordo, e d’improvviso mi ritrovo il ragazzo a meno di un metro che mi punta una pistola. E’ un istante, lo fisso negli occhi e lui mi spara diritto al cuore. Vi giuro, sento perfettamente il bruciore incendiarmi il petto, ma è stranamente una sensazione piacevole.

Mi accascio, ma non smetto di guardare il ragazzo e lo chiamo vicino a me. Trema come una foglia, è stupito e impaurito, ma che posso fargli, sto morendo, sono un prete e non ho armi…

Si avvicina, sembra ubriaco, si capisce che è stato un gesto inconsulto, vai a capire da quale anfratto dell’anima lo sia andato a pescare. Ora si è chinato ed è accanto a me, lo abbraccio, gli dico che gli voglio bene, e di stare tranquillo perché lo perdono con tutto il cuore che ho.

Ecco, è qui che mi sento invadere da una felicità immensa che mi stringe con un sentimento di pace e di compiutezza sconosciuto.

Qui mi sveglio e mi accorgo che quella gioia ce l’ho appiccicata addosso. Ripenso immediatamente al film che avevo visto la sera prima, e mi si apre un mondo; capisco allora perché quelle immagini non mi facevano star male. Oltre alle scene di guerra feroci e terribili che ti colpiscono come pugni nell’anima; oltre all’aspetto evidente della voragine di malvagità che inghiotte nella sua drammatica normalità chiunque sia coinvolto in un conflitto; oltre il dramma dei reduci incastrati nell’orrore vissuto dal quale non riescono a divincolarsi; più in fondo di tutto agli occhi della mia anima si snodava nel film un misterioso filo rosso che lo legava a me, alla mia vita in questa terra dove tanti giovani si suicidano o cadono sotto i colpi dell’efficienza, al mio ministero tra loro. I campi e i controcampi gestiti con genialità e abilità mi avevano attirato nel groviglio di storie e dolori nei quali il mio Comandante, dopo avermi addestrato nella comunità cristiana, mi ha inviato.

E ho cominciato a riavvolgere la pellicola sino alla scena in cui per compiere la propria missione, Chris deve uccidere prima la mamma e poi il bambino che tenevano nascosta una granata da lanciare per far saltare in aria un convoglio di soldati americani.

Perché non mi ha fatto male come avrebbe dovuto? Accidenti, sono un prete, che mi succede? Succede che qualcuno ha perduto la propria vita per predicarmi il Vangelo, e che la Chiesa mi ha preso per mano sin da quando avevo quindici anni accompagnandomi in un cammino di conversione che dura ancora.

Mi ha svezzato lei illuminando la realtà nella quale ho vissuto, e vivo, con la luce giusta. E mi ha rivelato che dentro la realtà c’è il male, seminato dal nemico di Dio e dell’uomo, il demonio.

Sì, sì, più o meno tutti i critici hanno visto nel film la lotta del bene contro il male, innescando le solite polemiche sull’America che si arroga il diritto di governare il mondo e bla bla bla… Io penso invece a qualcosa di molto diverso. All’Antico Testamento, storia realissima che non nasconde nulla degli abissi di perversione e degenerazione dell’uomo. Un Libro vivo che immortala il “Principio” per spiegare la storia che l’ha seguito. Che rivela il Paradiso per dire che il mondo non lo è e non lo diventerà mai in virtù dell’uomo e delle sue filosofie e le sue ideologie.

Perché l’uomo è un esule che ha perduto la patria. Da quando ha deciso di tagliare con Dio gli manca l’unico necessario per essere felice. Non sa nemmeno più cosa sia, ma è costretto a mendicarlo, sporcandosi di brutto nel fango delle concupiscenze, che continua a scambiare per desideri giusti e legittimi.

Ma nell’Antico Testamento, insieme alla storia sudicia del mondo, appare quella di un manipolo di disperati scelti da Dio per scuotere gli uomini dal sonno di ragione e cuore, destandoli alla memoria del “Principio” nel quale tutti sono stati pensati e creati.

Un popolo eletto, ma certo non per essere il giocattolo preferito di Dio. L’elezione è una missione, da difendere con i denti. Israele era stato messo da parte e colmato di grazie e favori per essere un segno dell’amore di Dio per ogni uomo. La Terra che Lui aveva promesso era il frammento di Paradiso che avrebbe donato loro come una profezia di speranza per ogni generazione.

Per questo, liberati gratuitamente, vi dovevano entrare puri e puri conservarsi in essa. Niente compromessi con i popoli pagani, neanche un grammo del loro oro doveva arricchirli, neanche una mucca dei loro armenti doveva essere presa come bottino. Conquistandole, avrebbero dovuto passare a fil di spada le città pagane e nemiche, senza risparmiare nessuno.

Ci scandalizza forse, ma la Chiesa ci illumina anche questo: si trattava della radicalità dell’amore che non tollera marmellate che lo mischino con il male. Era la Verità che non può essere macchiata dalla menzogna. Era Dio che voleva proteggere la sua misericordia dal buonismo sempre in agguato, perché raggiungesse, autentica, ogni uomo.

Era la profezia del combattimento ingaggiato da Cristo con il demonio, millimetro dopo millimetro, strappandogli terreno, liberando prigionieri, e culminata sulla Croce. Qui, come Chris appostato sui tetti, Gesù ha centrato in pieno il cecchino nemico che incuteva terrore con i suoi colpi.

No, non sono impazzito, la vita è seria, non si scherza con il demonio. La Croce non è stata una passeggiata, era il prezzo altissimo pagato da Cristo per amare e salvare i suoi amici, e con essi ogni uomo.

Il male esiste, non è un’idea; è il demonio, un nemico astuto e subdolo, appostato dove non possiamo vederlo, capace di colpirci chirurgicamente proprio mentre tentiamo di fare il bene.

Per questo con lui non si scende a patti, si mira e si spara, punto. Ecco perché non mi ha fatto male – un male politicamente corretto diciamo – vedere Chris il cecchino freddare non senza angoscia quella madre e il suo bambino. Risuonava in me l’ordine perentorio di Dio di non prostituirsi con il mondo, di non firmare armistizi con il male, di non fare alleanze con gli idoli. La posta in palio è troppo alta, per questo è necessario passare a fil di spada ogni inganno del demonio. Non è salvo chi continua a tradire e a giocare su due tavoli… O Dio o Mammona, nessuna relazione tra Cristo e Belial (il demonio) diceva San Paolo.

E tu, sai discernere dove sta agendo il demonio nella tua vita? Accetti che si travesta al punto di apparire nella figura esile di un bambino? Credi che il male si nasconda anche in quello che ti fa più tenerezza? Sei persuaso che la vita supponga una lotta dura contro il demonio, come scriveva San Paolo ai cristiani di Efeso (cap. 6)?

Forse no, siamo troppo ciechi per riconoscerlo. Forse la nostra non è ancora una fede adulta, capace di “odiare” padre e madre, figlio e figlia, e perfino la propria vita pur di seguire il Signore. La fede di chi ha conosciuto l’amore di Dio e non lo baratta con nulla, perché senza non può più vivere.

Forse nessuno ci ha mai annunciato davvero il Vangelo, e per questo non ci interessa essere suoi discepoli. Ma sì, a messa ci andiamo per carità, facciamo anche elemosine e qualche opera buona, ma non mi dire che siamo in guerra. L’Apocalisse che? Il combattimento escatologico, scusa che c’entra con me?

Non ti sei ancora accorto che il demonio è furioso perché sa che gli resta poco tempo e sta muovendo guerra a chi porta in sé la testimonianza di Gesù, nella sua famiglia, nel suo ministero? Non ti sei reso conto che il demonio vuol far cadere tutti noi discepoli di Cristo per inghiottire il mondo?

Non sono gli apostoli quelli che, come nel film, vanno di casa in casa per stanare il nemico? Non è la Chiesa che esce nelle periferie cinta nello zelo che bussa alla vita di ogni uomo per liberarlo? Ebbene proprio loro, proprio la comunità cristiana è sotto tiro, da duemila anni.

Ma forse molti di noi si sono chiusi nell’egoismo, barattando l’amore di Dio che innesca lo zelo con una tranquilla religiosità di maniera.

Per questo, guardando chi ci è accanto che sta per divorziare o per abortire, leggendo le notizie drammatiche che ci raccontano come vogliono indottrinare i nostri figli, a noi non succede come è accaduto a Chris quando ha visto le immagini degli attentati terroristici. Non abbiamo a cuore il destino eterno di nessuno perché noi per primi abbiamo smesso di credere al Cielo. Attraverso i media e i libri di scuola, la cultura e le favole delle conquiste civili ci hanno catechizzato così bene da farci scambiare il bene con il male, e di farci star bene dentro questa polpetta avvelenata.

Viviamo nel relativismo, il nome nuovo e beffardo di questo mondo. In esso il bene ha tanti vestiti quanti sono gli uomini sulla terra, ergo non esiste. La verità? Guai ad affermare che ve ne sia una immutabile e alla quale tutti dobbiamo inchinarci. E per noi va bene così, tanto non abbiamo nulla da difendere, perché in fondo ci siamo abituati a non avere patria.

Invece Chris ci fissa dal suo mirino per colpire la menzogna che ci sta uccidendo. Abbiamo una patria, eccome. E’ il Cielo, il destino comune di ogni uomo. E se siamo nella Chiesa significa che possiamo sperimentarne le primizie per annunciare a tutti che esso esiste. Padri, madri, preti e vescovi, abbiamo una missione da compiere, la stessa di Chris, non scandalizzatevi. E molto della sua vicenda è parte della nostra vita, quella degli “Apostolic sniper”. Almeno così ho visto io.

Anche il suo partire per il fronte e il tornare a casa, è l’eco di tante missioni difficili e del riposo gustato con i fratelli della mia comunità, la famiglia che Dio mi ha donato. Non mi è estraneo neanche l’impatto inevitabile sull’interrogativo cruciale circa l’utilità di tanto spargimento di sangue, per Chris una guerra nella guerra, tanto personale e intima da non riuscire a tradursi in parole e sfuggire ogni discussione, ma così esplicita nei suoi attimi di solitudine e stampata nello sguardo che accompagna la risposta secca data allo psichiatra con cui afferma di poter affrontare Dio senza rimpianti.

Non è facile scendere ogni giorno nell’arena del mondo con la sola stoltezza della Parola crocifissa, pensi e ripensi alla tua missione, alla vita di chi hai di fronte, alla sua disperata ostinazione e solo Dio può dettarti le parole da sparare, i silenzi con cui attendere, i momenti in cui ritirarti, anche se la carne appiccicata alla mente ti dice di restar lì, che non hai fatto tutto quello che avresti potuto e dovuto, che non puoi lasciare che l’altro si perda. Non è facile abbandonarsi senza riserve a Colui che ama le persone infinitamente più di te, hai ancora dentro le scorie dell’orgoglio che ti fa presumere d’essere come Lui.

Per questo la guerra di Chris è molto di più dei suoi record di pallottole andate a segno. E’ soprattutto quelle che non ha sparato, la morte che non è riuscito ad evitare, ai compagni e a se stesso. La sua guerra è la vita di ogni apostolo, il cui valore non dipende dalle molte parole sparate o dai molti inganni schivati, dai pochi successi o dai tanti fallimenti, ma dall’essere lì dove Dio ci mette, per aprire la porta e accompagnare gli uomini in Cielo.

Certo con armi ben diverse, quelle che ha usato Gesù per salvarci: l’amore e la misericordia mai separate dalla verità e dalla giustizia. Le mitragliatrici dello Spirito Santo che ardono di zelo per annunciare il Vangelo. Le armi della Croce insomma, perché se siamo suoi discepoli non potremo che seguirne le orme fino in fondo, sino a dare la propria vita per amore, l’unico proiettile capace di centrare il cecchino che punta malvagio la felicità di ogni uomo. Come misteriosamente è accaduto anche a Chris, ucciso proprio da un ragazzo al quale aveva fatto del bene. Come è accaduto a me nel sogno, sperando che la piccola gioia che mi ha regalato diventi grande e incorruttibile quando potrò offrire la mia vita reale per amore di coloro che il Signore mi invia a proteggere e condurre sani e salvi alla Patria.

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