Il Natale in una promessa

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In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.

 

 

E’ quasi Natale. Tra poco ci riuniremo, pregheremo, mangeremo, festeggeremo. Ma forse in quei momenti non ricorderemo che cosa vi sia dietro al presepe intorno al quale ci emozioneremo e attingeremo pace e gioia. Se quelle statuine son lì, a catturare l’attenzione dei bambini e dei grandi, è perché Maria, nove mesi prima di duemila anni fa ricevette un annuncio. Ma sì che lo sappiamo, l’annuncio dell’arcangelo Gabriele. Esatto, di quello parliamo, e ne sappiamo tantissimo. Ma forse non immaginiamo, concretamente, cosa avrebbe provocato quell’annuncio.

Maria era “vergine” e “promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe”. A noi forse dice poco, ma in Israele il tempo di fidanzamento era importantissimo. Vi si gettavano le basi della vita futura. Abituati come siamo al sentimento e alla passione, parole come trattative, contratto, denaro ci sembrano stonare nel contesto dell’amore tra due ragazzi. E invece, in Israele, erano molto più importanti dei sentimenti.

Per cogliere la portata dell’annunciazione, non possiamo applicare i nostri criteri e le nostre abitudini. Sicuramente Giuseppe e Maria si amavano, ma non bastava. Anzi, forse non era stato nemmeno amore all’inizio; neanche per loro, come per la maggior parte delle coppie in Israele. Amore come lo intendiamo noi, quello che ti prende prima alla pancia, e ti sembra di averci dentro una scavatrice. E poi ti mette sottosopra il cuore e la mente, e piano piano spariscono dal radar le persone e le cose, e il tempo si dilata che nessun orologio può più contenerlo.

Per tutti in Israele era chiaro che prima e a fondamento di ogni sentimento vi fosse un disegno di Dio. L’amore, l’agape sarebbe scaturito da questo, garanzia della sua autenticità e indissolubilità. Sposarsi all’interno della comunità ebraica, infatti, era una “mitzvah”, un comandamento. La tradizione giudaica chiama il matrimonio «qiddushìn – santificazione» perché attraverso di esso è santificato il Nome di Dio. La santità è un attributo di Dio, il totalmente Altro e per questo perfettamente separato dalla corruzione. Come il Tempio, che custodisce la Presenza di Dio, è Santo, anche il matrimonio è considerato come un tempio nel quale risplende la santità di Dio.

Il matrimonio è dunque un riflesso del Cielo, e in esso gli sposi possono riavvicinarsi alla condizione originale, quella pensata da Dio quando ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina. Essi, infatti, sono avvolti dalla benedizione di Dio che, attraverso di loro, custodisce la vita e il suo moltiplicarsi. Il matrimonio è dunque la prima e fondamentale risposta di Dio al peccato dell’uomo. Se questo ha aggredito proprio la relazione tra gli sposi, è lì che Dio doveva dare inizio alla storia della salvezza.

Ricordate Abramo? Non aveva figli, era il segno della maledizione conseguente al peccato. E proprio lì, sulla soglia della storia della salvezza, scende Dio, tra Abramo e Sara, per compiere l’impossibile, lo stesso che annuncia l’Angelo a Maria. Non è impossibile essere liberati dal peccato! Ecco il cuore dell’annuncio di Gabriele: “Gesù – che significa Dio salva – sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”. La santità abiterà finalmente nella carne! E ciò avverrà attraverso Maria, per questo promessa sposa di Giuseppe. Maria era vergine proprio perché promessa sposa di Giuseppe. Questo la rendeva donna, vergine per essere feconda, nell’amore per l’unico sposo e per accogliere, gestare e dare alla luce la vita che Dio le avrebbe affidato.

In questo ella sapeva di realizzare il riflesso della volontà d’amore con cui Dio aveva creato l’uomo, maschio e femmina. Per questo non era strano per Maria ciò che per la nostra mentalità inzuppata di femminismo suona a costrizione, come un attentato all’autodeterminazione della donna, tipico di una società maschilista e patriarcale. Niente di più falso. Basterebbe vedere i frutti della mentalità odierna dominata dalla passione e dal diritto a qualsiasi sentimento che chiamiamo amore; i frutti nelle donne, sfregiate nella loro verginità, demolite nella loro chiamata ad essere spose e madri. Maria, invece, immagine perfetta della donna secondo la volontà di Dio, stava vivendo il suo fidanzamento come ogni ragazza di Israele.

A quel tempo il matrimonio era diviso in tre parti. La prima consisteva nell’accordo, “shiddukhin”. A questo seguiva il fidanzamento, “erusin” o “kidushin”. Poi, dopo circa un anno o due, si svolgeva la cerimonia nuziale, chiamata “nisuin” o “huppah”.  Lo “shiddukhin” iniziava con la scelta della sposa. All’età di 13 anni, le ragazze ebree ricevevano la proposta di matrimonio. Ma dietro vi erano i padri, che normalmente sceglievano per i figli. Al tempo di Gesù, vi erano comunque due occasioni nelle quali i ragazzi avevano la possibilità di scegliere la moglie: durante la festa popolare del 15° giorno del mese di Av o durante Yom Kippùr.

Se il padre della ragazza accettava la proposta di matrimonio, si cominciava a contrattare il “mohàr”, ovvero la somma che lo sposo promesso avrebbe dovuto pagare alla famiglia della sposa. Per questo il giovane iniziava rapidamente la preparazione per il matrimonio. Una volta raggiunta la cifra andava a casa della ragazza per conoscere il padre al quale consegnava il “prezzo della sposa”, un patto scritto conosciuto come «ketubah», un otre di vino e dei doni per la sposa.

Nella Ketubah il ragazzo dichiarava le intenzioni nei riguardi della sposa, le promesse al padre di avere cura di lei e di mantenerla, fissava il prezzo che era disposto a pagare per il suo onore, e chiedeva infine la sua mano. La Ketubah era molto importante, perché in essa emergeva la sincerità e la serietà del futuro sposo. Quanto più il ragazzo avesse lavorato per stipulare il patto, tanto più avrebbe dimostrato la sua rettitudine e maturità per assumere la responsabilità del matrimonio e della sposa.

Il “mohar” o “prezzo della sposa” era volutamente alto, fissato come una prova concreta del suo amore e della sua volontà di donarsi e sacrificarsi per la sua sposa. Certo questo prezzo era negoziato tra lo sposo e il padre della sposa, cercando la giusta misura perché si potesse compiere la volontà di Dio. Spesso le trattative duravano giorni, settimane o mesi. Solo al termine di queste e con il padre della sposa soddisfatto del prezzo convenuto, il futuro sposo poteva presentarsi alla sposa.

Durante l’incontro il ragazzo portava un calice di vino sul quale era stata fatta una benedizione e che, dopo averne bevuto un sorso, posava a terra davanti alla ragazza. Per mostrare che accettava la proposta, ella raccoglieva il calice e finiva di berlo, fino alla cosiddetta “feccia”, significando così che accettava di sposarsi assumendo l’amaro e il dolce che il matrimonio supponeva. Dopo non avrebbe più potuto cambiare idea. Non si sarebbe più appartenuta, perché era stata “santificata”, messa da parte per l’unico sposo che Dio aveva pensato per lei e che l’aveva comprata a caro prezzo.

Il lavoro e il denaro erano un segno tangibile del suo amore e che Dio stava benedicendo quella unione, dandogli forza e salute, costanza e spirito di sacrificio, corroborando la sua rettitudine di intenzione. Non c’erano passeggiate mano nella mano e tramonti da fissare abbracciati; ma c’era Dio che lasciava le sue orme che conducevano, sicure, verso il matrimonio. Ad esse si sarebbero appoggiati gli sposi nei momenti di difficoltà, perché bacetti e tramonti, gelati e lettere d’amore a poco servono quando si tratta di prendere su di sé i peccati dell’altro… Era l’amore di Dio il “prezzo” con cui il ragazzo acquistava la sposa, come avrebbe fatto Cristo donandosi completamente per la sua Chiesa, secondo l’immagine che Paolo, fariseo zelantissimo, ha potuto utilizzare ispirandosi proprio a come era vissuto il matrimonio nel suo popolo. Per questo era naturale che la sposa vivesse sottomessa al marito, come la Chiesa a Cristo: gli consegnava se stessa perché lui aveva consegnato, e molto concretamente, tutto se stesso, per proteggerla, nutrirla e difenderla.

Dopo di ciò si firmava il contratto che vincolava giuridicamente i due, e che poteva essere sciolto solo con un divorzio. Da questo momento iniziava il tempo del fidanzamento o “Erusin”, conosciuto anche come “Kiddushin”, che significa santificazione. A questo punto lo sposo diceva alla sposa qualcosa del genere: “torno alla casa di mio padre per preparare un posto per te, e quando sarà pronto, ritornerò e ti prenderò per essere sempre con me”. Un fidanzamento serio che impreziosiva la “promessa” del fidanzato con il sacrificio e il dono di tutto se stesso per portare al più presto nella sua casa la fidanzata, che, dal canto suo, riempiva la “promessa” di una silenziosa e umile attesa, intrecciata di preghiera e lavori per il corredo.

L’annuncio di Gabriele giunge nel bel mezzo di questa “promessa”. Giuseppe era impegnato a preparare un posto per Maria che lo aveva accettato come lo sposo preparatole da Dio. Ella aveva bevuto il calice, sino in fondo, ma non immaginava che cosa avrebbe significato. E d’improvviso quell’angelo appare per rivelarle l’inaudito: un figlio prima di “conoscere” Giuseppe, prima di essere condotta da lui nella stanza nuziale?

Quell’annuncio era un fulmine improvviso che avrebbe potuto sbriciolare la loro vita e quella delle loro famiglie. La volontà di Dio passava per questa gravidanza che avrebbe ferito a morte la santità del matrimonio? E la Ketubah di Giuseppe, il suo impegno, gli sforzi, i sacrifici? E la sua “promessa” che la legava indissolubilmente e fedelmente a lui? Era un cortocircuito da annichilire il cuore.

Eppure era proprio quella la volontà di Dio. Per compierla la Grazia l’aveva colmata da sempre, e la Shekinàh di Dio era con Lei. Dio aveva scelto di scendere in quella “promessa”, e in essa compiere la “promessa” fatta a “Davide”: in quel momento Dio stava per compiere in Lei l’impossibile, “concepire un Figlio” che si sarebbe seduto su “un trono” eterno, regnando come Davide ma sui nemici che nessun re ha potuto mai sconfiggere, la morte e il peccato.

Per questo la chuppàh, il velo che si stendeva sugli sposi durante la celebrazione del matrimonio segno della “nube” che aveva accompagnato il popolo nel deserto e nell’esilio, sarebbe scesa su di Lei come un manto di Spirito Santo, per unirla a Dio nelle nozze che avrebbero “dato alla luce Gesù”, l’atteso di tutte le genti. La “promessa” era dunque infinitamente più grande di qualsiasi progetto umano. Ma passava attraverso la storia di Maria e di Giuseppe, trasfigurandola.

Dio voleva entrare in quella loro “promessa” per dare compimento ad ogni desiderio più profondo dell’uomo. Dio si faceva carne nel seno di Maria per aprire ogni “promessa” dell’uomo all’amore di Dio che sorpassa ogni intelligenza. Così dava compimento ad ogni matrimonio e ad ogni relazione. Nella “promessa” di ogni uomo deponeva la fedeltà, la pazienza, il dono, tutto compiuto in quel Figlio che, nel Mistero Pasquale, avrebbe sciolto dai legami con la morte e il peccato.

In quel momento Dio raccoglieva per purificare e benedire la “promessa” che porta nel cuore ogni ragazzo e ragazza, ogni fidanzato, e poi in quella di ogni sposo e sposa, di ogni prete e suora, nel desiderio di autenticità, di definitività, di stabilità, di certezza, di gioia e pace che tutti abbiamo e che troppo spesso confondiamo con un obiettivo da raggiungere con le nostre forze e per questo, inciampando nell’orgoglio, deragliamo nei peccati.

Come accadde ad esempio ad Abramo, quando confuse la “promessa” di un figlio che dava compimento al suo desiderio con il concepirlo attraverso Agar sua serva. Come accadde a Davide, che desiderava costruire un tempio a Dio; desiderio santo, “promessa” che scaturiva da un cuore colmo di gratitudine. Ma non era quella la volontà divina. Sarebbe stato Dio a costruire una casa a Davide, fatta di carne ed ossa, una famiglia e una discendenza dalla quale sarebbe nato il Re dei re, il Salvatore dell’umanità.

Ora si comprende il significato profondo del matrimonio in Israele, nel quale Dio era entrato così sorprendentemente: Maria e Giuseppe facevano parte di un Popolo eletto a far presente Dio in mezzo alle Nazioni. Nulla poteva essere lasciato al caso, ai sentimenti e alle pulsioni della carne. Ogni matrimonio partecipava della missione del Popolo, ne era il fondamento, la prima comunità dove gli ebrei erano iniziati alla fede. Lo Shemà, il cuore di Israele, lo stabiliva perentoriamente: inculca la tua fede ai tuoi figli!

Ebbene Dio faceva del matrimonio tra Giuseppe e Maria il grembo del Figlio che avrebbe compiuto, per ogni uomo, lo Shemà sino in fondo. Dio ha realizzato ciò che, a causa del peccato, era stato sino a quel momento “impossibile”. Non bastavano i precetti, occorreva che il Cielo verso il quale i precetti orientavano i cuori scendesse a rendere possibile ciò che la carne ferita dal peccato rendeva impossibile.

Occorreva che la creazione ferita dall’orgoglio fosse redenta e compiuta. Non Giuseppe e Maria attraverso la loro carne avrebbero costruito un tempio a Dio, ma Dio stesso avrebbe costruito in loro una casa, una discendenza santa, capace di obbedire alla sua volontà e distendere le braccia sulla Croce per la salvezza dell’umanità.

Per questo li ferma prima che potessero mettere la propria carne, le proprie forze, a servizio della “promessa”. Non sarebbe più intervenuto in mezzo alla carne debole per compiere un miracolo, come con Sara ed Elisabetta. No, a Nazaret quel giorno iniziava una cosa nuova, mai vista né udita: Dio stesso scendeva nella “promessa” e la compiva senza che all’uomo venisse chiesto nulla. Nulla se non aprirsi in un “amen” per accogliere compiuto ciò che a lui sarebbe stato impossibile.

Perché nella casa di Maria Dio dava inizio all’impossibile definitivo, alla vittoria sulla morte che nessuna Legge, neanche nessun cuore retto avrebbe potuto realizzare. Non più un matrimonio secondo la Legge, ma un matrimonio in cui Dio legava a sé l’umanità, e proprio in quel Figlio unico e celeste, “santo” e separato dal peccato per farsi peccato e distruggere alla radice ogni peccato.

Ecco, dinanzi all’opera di Dio nella nostra vita, a quella che farà anche in questo Natale, stringiamoci a Maria, alla Chiesa nostra Madre, per fermarci anche noi, e abbandonarci nell’Amen di Maria. Sono passati “sei mesi” nella nostra vita, e, come nei sei giorni della creazione, come in Giuseppe e Maria, Dio ha iniziato con noi un’opera che abbiamo tra le mani. Nessuno dei giorni che abbiamo vissuto sino ad oggi è da buttare, in tutti Dio è sceso con amore a perdonare, a fecondare e salvare. Ma ora è giunta “la pienezza dei tempi”, ora è il kairos, il momento favorevole per entrare nel giorno del riposo di Dio, quello della pienezza e del compimento.

Tutta la nostra storia conduceva a quest’oggi nel quale risuona per noi lo stesso annuncio che Gabriele ha portato a Maria: “nascerà in noi Cristo”, l’amore vero che compie ogni istante e trasfigura la vita in un sacramento di salvezza per chi ci è accanto. Con Maria diciamo allora a Dio: “Eccomi, sono qui. Ho fatto questo, desidero questo, progetto questo; eccomi, vivo in questa “promessa”, ho preso le mie responsabilità, e spero che questo amore sia compiuto davvero. Ma non conosco uomo, non so proprio come si possa passare al di là della morte e vedere compiuta davvero ogni “promessa”. Ecco il mio lavoro, il mio matrimonio, i miei figli, il mio studio, le mie amicizie, il mio fidanzamento; ecco il mio corpo, il mio cuore, la mia mente. Sono debole, sono un peccatore, e molti dei miei sforzi si sono sbriciolati nel fallimento. Non sono vergine come Maria, ma sono incapace, come una vergine di fronte a un concepimento. Eccomi, mi hai colmato di Grazia altrimenti non sarei qui, nonostante tutto; mi ha chiamato nella Chiesa, mi stai accompagnando nel cammino della conversione sul quale mi hai mostrato che sei sempre stato con me, lo so, altrimenti non potrei volgermi a te. Eccomi allora, sono tuo servo, tua serva Signore, compi in me la tua Parola, l’impossibile che vi è celato. Compi la mia vita nell’amore, sino alla fine, sino all’amaro, per gustare con te la dolcezza della tua intimità, per sempre”.

 

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2 pensieri riguardo “Il Natale in una promessa

  1. Caro Don Antonello, grazie per il prezioso servizio che rendi. Ti auguro ogni bene e la Pace nel Signore nostro Gesù Cristo. Giuseppe Failla
    PS: ti chiedo per favore di aggiungere alla tua lista l’account di mia moglie: giovannascali@libero.it. Grazie ancora

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    Autorità Nazionale Anticorruzione
    Vigilanza Contratti pubblici

    Giuseppe Failla
    Direzione Generale Vigilanza Lavori Servizi e Forniture
    Dirigente Ufficio VICO SF – 3
    Via di Ripetta, 246
    00186 Roma
    Tel. 06 36723512
    e-mail: g.failla@avcp.it

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