La forza della tradizione. Coppie di fatto, nozze omosessuali, convivenze. Gli studi mostrano che le “nuove unioni” sono più fragili e più pericolose per i figli rispetto alla famiglia. La base più solida su cui costruire una società

«Oggi le famiglie si fanno e si disfano, le coppie di fatto chiedono di essere considerate famiglie, ci sono coabitazioni di persone dello stesso sesso che chiedono la stessa cosa. Dobbiamo sforzarci di distinguere la parte riconducibile a un sistema di valori tradizionali e una visione aperta in cui tutti chiedono diritti», ha detto nel corso del suo discorso celebrativo della Giornata internazionale della famiglia il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Elsa Fornero. La quale però lo sforzo di distinguere finora non lo ha fatto, se è vero che subito dopo ha aggiunto: «Io non mi pronuncio a favore di una cosa o dell’altra ma dico solo che esiste un problema di identità familiare».

Vediamo allora di aiutare un po’ l’amletico ministro a farsi un’idea del perché un “‘identità familiare”, quella basata sul matrimonio fra un uomo e una donna, meriterebbe di essere privilegiata sulle altre dalle politiche di governo, come la Costituzione italiana prescrive da sessantadue anni a questa parte.

 

Ogni società umana è interessata a tutto ciò che le permette di riprodursi e svilupparsi, incrementando il benessere generale. La famiglia monogama fra persone di diverso sesso che si sposano è preziosa a questo riguardo, perché garantisce sostegno materiale e morale, educazione e stabilità fisica e affettiva ai figli che nascono dalla relazione. Le altre “identità familiari” offrono le stesse garanzie, nella stes sa misura? No. Le altre identità familiari consumano più capitale sociale di quanto ne producano. Una delle ragioni fondamentali è che sono meno stabili della cosiddetta famiglia tradizionale. Nonostante l’introduzione del divorzio consensuale legale in quasi tutti i paesi occidentali nel Dopoguerra (che ha fatto esplodere il numero dei divorzi), la famiglia fondata sul matrimonio continua a essere più stabile delle altre forme di convivenza.

E questo ha effetti positivi sui figli, che sono invece destabilizzati dentro alle unioni ballerine. Una vasta letteratura scientifica sull’argomento lo spiega.

Nell’agosto scorso è stata pubblicata la terza edizione di Why Marrìage Matters: Thirty Conclusions from thè Social Sciences, opera di diciotto studiosi americani di problemi della famiglia che operano in istituzioni accademiche di diverso orientamento politico-culturale: Università di California di Berkeley, Brookings Institution, Università di Chicago, Penn State, Università del Minnesota, Università del Texas di Austin, Urban Institute e Università di Virginia. La conclusione unanime del rapporto è che l’aumento del numero di coppie di conviventi con bambini è la maggiore e poco riconosciuta minaccia alla qualità di vita dei figli nelle famiglie americane di oggi.

Spiega W. Bradford Wilcox, direttore del National Marriage Project dell’Università della Virginia e coordinatore dello studio: «In uno straordinario ribaltamento di tendenze, il tasso di divorzio delle coppie sposate con figli è tornato quasi ai livelli che conoscevamo prima della rivoluzione del divorzio iniziata negli anni Settanta. Tuttavia l’instabilità familiare complessiva è in aumento negli Stati Uniti. Ciò sembra essere in parte dovuto al fatto che più coppie stanno avendo figli all’interno di unioni di fatto, che sono molto instabili. Il nostro rapporto mostra anche che i figli all’interno di unioni di fatto hanno maggiori probabilità di soffrire a causa di una serie di problemi sociali ed emotivi – uso di droghe, depressione, fallimento scolastico – in confronto ai figli di famiglie sposate e non separate».

Negli Stati Uniti per un bambino è diventato più probabile sperimentare nel corso deila sua infanzia un’unione di fatto di uno o di entrambi i suoi genitori che non un divorzio: la prima evenienza riguarda il 42 per cento dei ragazzi entro i 12 anni di età, la seconda il 24 per cento. La dissoluzione di un’unione di fatto è molto più probabile di quella di un matrimonio: negli Stati Uniti il tasso di rottura della prima è superiore del 170 per cento al tasso di rottura della seconda. Ma anche in paesi dove le unioni di fatto sono molto diffuse e la maggioranza dei figli nasce fuori dai matrimoni, il tasso di rottura delle prime è più alto di quello dei secondi.

Per esempio in Svezia, dove il 54,7 per cento dei figli nasce fuori dal matrimonio, il tasso di rottura delle convivenze è del 70 per cento superiore a quello dei matrimoni nei primi 15 anni di vita del bambino. Ora, non solo le unioni di fatto sono meno stabili, ma sono anche più pericolose per i figli. I dati federali degli Stati Uniti mostrano che i figli di conviventi non sposati hanno tre volte più probabilità di essere abusati fisicamente, sessualmente o emotivamente di quelli nati in matrimoni che restano integri. Hanno anche maggiori probabilità di compiere reati, usare droghe, registrare fallimenti scolastici (hanno maggiori probabilità di essere sospesi o espulsi dalla scuola, di essere rimandati o bocciati, di abbandonare gli studi).

In tutta Europa, oltre che negli Stati Uniti, i tassi di separazione delle coppie non sposate sono più alti di quelli delle coppie sposate. Di conseguenza i figli delle prime sono più colpiti dal fenomeno che quelli delle seconde. Nel Regno Unito il 71 per cento di tutte le rotture familiari che coinvolgono bambini sotto i 5 anni di età avvengono nell’ambito di coppie non sposate, nonostante il matrimonio continui a essere la forma di famiglia più diffusa. La tendenza non dipende dalle condizioni sociali, nonostante che mediamente le coppie di fatto abbiano redditi più bassi: Harry Benson, direttore del Bristol Community Family Trust, e Stephen McKay dell’università di Birmingham hanno ripartito 12.500 coppie con figli, sposate e non sposate, in cinque diverse categorie a seconda del reddito; e hanno scoperto che anche paragonando coppie economicamente omogenee, quelle di fatto hanno da 2 a 2,5 volte più probabilità di rompersi di quelle sposate.

Problemi di comportamento

Le conseguenze della rottura familiare sui figli sono studiate da più di trent’anni. Una meta-analisi di 92 studi degli anni Ottanta e di 67 degli anni Novanta sull’argomento condotta da Peter Amato ha raffrontato le condizioni di benessere di figli di famiglie divorziate con quelle di figli di coppie unite e ha trovato che i figli di famiglie divorziate mostrano risultati peggiori per quanto riguarda livello di studi raggiunto, comportamento generale, equilibrio psicologico, autostima, capacità di rapporti sociali e condizioni di salute a lungo termine. Un’altra indagine che fa la sintesi di numerosi studi precedenti è quella di Bryan Rodgers e Jan Pryor (1998 e2001). La conclusione è che i figli di coppie separate rispetto a quelli di coppie intatte corrono maggiori rischi di: a) crescere in una famiglia con redditi più bassi e alloggio scadente; b) avere problemi di comportamento; e) ottenere risultati scolastici peggiori e qualifiche di studi inferiori; d) avere più bisogno di trattamenti sanitari; e) abbandonare la scuola o la propria casa anzitempo; f) restare incinta o avere figli durante l’adolescenza; g) mostrare sintomi di depressione e registrare più alti tassi di tabagismo, alcolismo, tossicodipendenza durante l’adolescenza e in età adulta.

Nel caso britannico dati simili sono stati messi in evidenza dagli studi di Kathleen Kiernan e Fiona Mensah: i bambini sotto i cinque anni di famiglie stabili e sposate hanno meno problemi di comportamento, mancanza di concentrazione e iperattività di quelli con una differente storia familiare. E i matrimoni/unioni legali fra persone dello stesso sesso? Queste forme giuridiche sono recenti, e dunque gli studi sono meno numerosi e meno probanti. Poco si può dire in tema di confronto fra il benessere dei figli di queste coppie e di quelli degli altri tipi di famiglia, al di là di alcune indagini che sembrano ispirate più a imperativi di militanza prò o anti-gay che a rigore scientifico.

Dati attendibili sul tasso di rottura delle coppie dello stesso sesso legalmente riconosciute, però, cominciano a essercene, grazie al fatto che nel Nord Europa tali istituti esistono in alcuni casi da oltre vent’anni. La Danimarca è stato il primo paese a introdurre le unioni civili per persone dello stesso sesso nel 1989; sono seguite la Norvegia nel 1993 e la Svezia nel 1995. Successivamente è apparso anche il matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Ora, secondo uno studio dell’università di Stoccolma in Norvegia i matrimoni fra persone dello stesso sesso hanno il 50 per cento in più di probabilità di sciogliersi di quelli fra persone di sesso diverso quando i due contraenti sono maschi, e addirittura il 167 per cento in più quando si tratta di due donne. Anche in Svezia le probabilità sono del 50 per cento in più per i matrimoni fra due maschi, e del 100 per cento in più nel caso di matrimonio fra due femmine. Negli Stati Uniti uno studio di Lawrence Kurdek apparso nel 2004 su Journal of Marrìage and Family sostiene di poter affermare che le coppie di persone dello stesso sesso senza figli funzionano meglio di quelle uomo-donna nelle stesse condizioni, ma è anche costretto ad ammettere che durano di meno: nell’arco di tempo considerato da questo studio si sono sciolte il 4 per cento delle coppie uomo-donna sposate analizzate, il 14 per cento di coppie uomo-donna non sposate, sempre il 14 per cento delle coppie di fatto formate da maschi e il 18 per cento di quelle formate da femmine.

Perché tante polemiche?

Le statistiche dicono anche che l’unione civile riconosciuta o il matrimonio non sono affatto le prime preoccupazioni delle persone con tendenze omosessuali, sia che abbiano un partner fisso oppure no. In Norvegia fra il 1993 e il 2000 si sono avute 1.300 unioni civili di persone dello stesso sesso e 190 mila matrimoni fra uomini e donne; in Svezia fra il 1995 e il 2002 sono state 1.526 le prime, 280 mila i secondi; questo significa che le unioni dello stesso sesso sono lo 0,5 per cento di tutte le unioni legali in Svezia e lo 0,7 per cento in Norvegia, dato che stride con la comune asserzione secondo cui le persone con tendenze omosessuali rappresenterebbero fra il 3 e il 4 per cento della popolazione totale di un paese.

Lo stesso si può dire dei Paesi Bassi, dove il matrimonio fra persone dello stesso sesso è stato introdotto nel 2001: in quell’anno ci fu il boom, e si sposarono 2.500 coppie, ma quattro anni più tardi il numero era già sceso a poco più di un migliaio; nel 2009 i matrimoni fra persone dello stesso sesso nei Paesi Bassi sono stati meno del 2 per cento di tutti i matrimoni. Al che nasce una domanda: perché  tanto rumore, tante polemiche, tante battaglie intorno a una questione così poco sentita? Provate a rispondervi da soli.

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