La danza dei cigni neri. Il senso della festa dopo il lavoro. di Alessandro D’Avenia

Il senso della festa dopo il lavoro
di Alessandro D’Avenia 
Tratto da Avvenire del 13 giugno 2012

A guardare i documentari sugli animali si ritrova la speranza. C’è una intelligenza, una bellezza, una semplicità e un’ironia nei loro comportamenti che mi rassicura. È lampante che quelle qualità non sono loro. Uno degli spettacoli che mi ha colpito di più è quello descritto dal naturalista svizzero Alfred Portmann: i cigni neri – dopo migliaia di chilometri di migrazioni transmarine – quando finalmente trovano uno stagno d’acqua dolce e potrebbero, ormai esausti, abbeverarsi, prima di lanciarsi a capofitto in acqua, inscenano una sorprendente danza rituale attorno allo specchio d’acqua. Solo dopo questa danza vanno ad abbeverarsi. Questa coreografia sembra andare al di là del semplice comportamento funzionale e dettato dall’istinto, per questo colpisce noi uomini, dotati della stessa capacità: fare festa dopo il duro lavoro, celebrando la bellezza di qualcosa che percepiamo come un dono.

L’uomo è posto da Dio nel giardino dell’Eden perché “lo lavori e lo custodisca” si dice nella Genesi (2, 15). Il creato, prima del peccato originale, è lo spazio della creatività umana. L’uomo è chiamato a lavorare e custodire la creazione che gli è affidata e nel farlo festeggia, riposa, gioisce ed entra in rapporto con Dio, «che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno» con l’uomo (<+corsivo>Gn <+tondo>3, 8) o almeno anche quel giorno avrebbe voluto farlo. Ma quel giorno l’uomo aveva peccato e per la vergogna si era nascosto. Il creato diventa allora per l’uomo nascondiglio o avversario. Il peccato non introduce il lavoro nel piano divino, che c’era già, ma la fatica e la resistenza del creato a svilupparsi secondo il progetto di Dio affidato all’uomo.

Platone, lucido interprete del mondo caduto, scrisse che gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La festa diventa una specie di condono alla condanna quotidiana del lavoro. Gli antichi riconoscono nella festa quella luce originaria dell’uomo che lavora e custodisce il giardino, ma non riescono a riconoscere più il legame divino tra lavoro e uomo, schiacciati solo dall’aspetto negativo: la fatica, la ripetitività, la necessità.

Ma l’incarnazione ci aiuta a rimettere il progetto divino in ordine e ci dà la possibilità di far festa nel quotidiano ripetitivo e faticoso. Il fatto che il Dio fatto carne abbia avuto un lavoro e lo abbia svolto per trent’anni elimina ogni ombra possibile sul lavoro umano. Cristo era noto come falegname e chissà quanti tavoli avrà piallato nella sua vita: e quel fare tavoli è redentivo quanto fare i miracoli. I trent’anni di vita ordinaria di Cristo ci aiutano a rientrare nel piano originario di Dio: il lavoro – purché onesto – non è condanna, ma progetto divino, e la festa, dopo il peccato originale, è ratifica del fatto che verrà un tempo, qui solo intravisto e fuggevole, in cui celebreremo in una unica ininterrotta festa i doni del creato, come l’acqua per i cigni neri.

L’uomo per dialogare con Dio è chiamato tuttora a coltivare e custodire il pezzo di giardino che gli è affidato. Creare per l’uomo è questa partecipazione allo sviluppo e alla custodia delle risorse che gli sono date. Questo mandato non è cambiato e l’uomo e la donna che lavorano nel posto giusto vedono e sentono fiorire le proprie qualità e quelle di chi è beneficiario di quel lavoro, nonostante la fatica che comporti. Gioioso è solo chi lavorando riposa o riposa lavorando. Il tempo libero, come ahimè anche i cristiani si sono abituati a chiamarlo, è in realtà tempo della festa, tempo in cui si festeggia la gioia del dono ricevuto.

Ma coerentemente con un lavoro vissuto senza la luce dell’incarnazione, lavoro come condanna, semplice neg-otium, rispetto all’otium degli dei, il tempo libero è soltanto quello privo di lavoro. Solo se il lavoro diventa luogo della coltivazione di sé e dono dei propri talenti agli altri, il tempo in cui l’uomo non lavora diventa tempo della festa e – in continuità con quello del lavoro – coltivazione di sé, priva, questo sì, dell’affanno dell’utile, ma pura gioia del ricevere e del condividere.

L’uomo è chiamato a creare la propria bellezza. Non è già fatta, ma da compiere, in sé e nelle cose: il termine creatura infatti origina dal participio futuro latino ed esprime quella tensione verso un compimento di ciò che è già in potenza. È necessario riportare il fuoco nel grigiore del lavoro quotidiano puramente funzionale. Questo passa solo attraverso quell’arte del vivere che Cristo è venuto a insegnarci con la sua vita umano-divina e a donarci per via di grazia. Non può non stupirci che la sua vita pubblica cominci con una festa di nozze, durante la quale il vino, frutto della terra e del lavoro degli uomini trasformato in accompagnamento della celebrazione della festa, termina. Cristo trasforma l’acqua in vino e lo dona a chi è già un po’ brillo. Egli è venuto sulla terra non per rovinare la festa all’uomo, ma per ricordargli che la gioia non finisce. Lo fa durante una festa familiare: è proprio in famiglia che va inventato, creato, coltivato, difeso un tempo della festa simile alla danza paradisiaca dei cigni neri stanchi dopo il lungo volo.

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