Aborti forzati: in Cina si uccidono bambini come in Siria. «Hanno costretto mia moglie ad abortire al settimo mese». Non si ferma «l’olocausto cinese».

di Wang Zhicheng
Scandalo e critiche per la storia e la foto della donna costretta ad abortire, ritratta con il piccolo ucciso affianco al letto. Le autorità per il controllo della popolazione dello Shaanxi hanno lanciato un’inchiesta. Il marito della donna vuole citare in tribunale gli impiegati che hanno costretto sua moglie all’aborto. In Cina, gli aborti forzati sono proibiti dalla legge, ma le cronache sono piene di storie di aborti e sterilizzazioni forzate.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Gli aborti forzati che vengono praticati in Cina in nome della legge sul figlio unico “sono come l’assassinio di donne e bambini che avvengono in Siria”: è il commento di un internauta alla diffusione della notizia e della terribile  foto di una donna cinese costretta  ad abortire al settimo mese e ritratta con il piccolo ucciso al suo fianco sul letto dell’ospedale.

La storia è stata pubblicata da AsiaNews due giorni fa (v.: 12/06/2012 Donna cinese costretta ad abortire al settimo mese. Continua il massacro della legge del figlio unico). Da allora internet in Cina è pieno di commenti infuocati contro le autorità del family planning nello Shaanxi, tanto che esse hanno aperto un’inchiesta per verificare se nel caso che si dibatte vi è stato aborto forzato.

In Cina la legge sul figlio unico, in vigore dalla fine degli anni ’70, è stata sempre applicata con violenza, ma negli ultimi anni il governo ha promesso di non usare metodi coercitivi. In teoria l’aborto forzato è proibito, ma le cronache abbondano di notizie su aborti e sterilizzazioni forzate. Molto spesso gli impiegati per il controllo sulla popolazione si lasciano corrompere facendo pagare multe elevate a loro piacimento.

Secondo gruppi per i diritti umani, Feng Jianmei, una donna di 22 anni della cittadina di Zengjia (v. foto), è stata rapita da impiegati del Family planning e tenuta per tre giorni in ospedale, dove le è stato praticato l’aborto al settimo mese di gravidanza, contro il suo volere.

Lei e suo marito Deng Jiyuan hanno già una bambina di cinque anni. Al momento del rapimento, Deng stava lavorando nella Mongolia interna. Le autorità gli hanno telefonato mettendolo davanti alla scelta: o pagare 40mila yuan di multa (tassa per il secondo figlio), o “scegliere” di abortire. Deng ha fatto notare che la somma richiesta è “più di quattro anni del mio salario” ed era impossibile raccoglierla.

Non potendo pagare, gli impiegati del controllo sulla popolazione hanno proceduto a fare un’iniezione a Feng e l’hanno fatta abortire.

Secondo le autorità, Feng ha acconsentito all’aborto. Per il marito, sua moglie è stata costretta a mettere la sua impronta digitale sul foglio medico: il suo “consenso” è stato estorto. Per questo, con alcuni avvocati sta pensando di citare in tribunale le autorità del family planning.

Il clamore è stato tale che la Commissione per la pianificazione familiare ha deciso di aprire un’indagine nella città di Zengjia, dove gli esponenti locali del Partito comunista cinese hanno obbligato una donna al settimo mese di gravidanza ad abortire. Non solo: dopo averle ucciso il figlio, hanno adagiato di fianco a lei il corpicino del feto. La madre si chiama Feng Jianmei (nella foto, dopo l’operazione), ha solo 22 anni ed è stato obbligata ad abortire il 2 giugno perché, insieme al marito, non ha rispettato la legge sul figlio unico, che obbliga le famiglie cinesi a non avere più di un figlio. Feng e il marito avevano già una bambina di cinque anni.

Dopo la diffusione delle foto di Feng insieme al figlio abortito su internet, gli utenti hanno reagito comparando la vicenda al «massacro di bambini e donne in Siria» e criticando apertamente la legge sul figlio unico, che dalla fine degli anni 70 permette solo alle famiglie rurali, in casi specifici, di avere un secondo figlio.

«Mia moglie sta male, è triste, stressata, a volte diventa confusa e piange per niente» ha dichiarato oggi Deng Jiyuan, marito di Feng, al South China Morning Post. «Non ero a casa quando hanno portato via mia moglie. Mi hanno convocato dopo per comunicarmi la multa che dovevo pagare per la contravvenzione alla regole. Avrei dovuto pagare 40 mila yuan (4.500 euro) ma è più di quello che guadagno in 4 anni di lavoro e non avevo tutti quei soldi». Deng racconta anche di come sua moglie sia stata incappucciata e portata all’ospedale di Zhenping, dove le hanno inflitto un duro colpo alla pancia, che ha ucciso il feto.

Il governo locale ha diffuso la notizia secondo cui la famiglia era d’accordo ad abortire, ma il marito ha negato ripetutamente questa versione. «Hanno preso mia moglie, l’hanno chiusa in una macchina e portata in ospedale. Hanno proibito alla mia famiglia di vederla. Siccome lei non voleva abortire, le hanno preso la mano e obbligata a imprimere la sua impronta digitale su un documento». Deng non ha ancora ricevuto risposte dal governo ma un avvocato di Pechino, Zhang Kai, ha assicurato che aiuterà la coppia a ottenere giustizia.

Il regime comunista cinese ha approvato la legge sul figlio unico per frenare la crescita demografica. Si calcola che così abbia impedito la nascita di oltre 400 milioni di bambini. Secondo una recente indagine, ha anche creato uno squilibrio tale tra maschi e femmine che 37 milioni di cinesi non potranno trovare una moglie. La dissidente Chai Ling, una dei capi del movimento di Tiananmen, esule negli Stati Uniti e convertita al cristianesimo, è impegnata nella lotta contro gli aborti forzati causati dalla legge del figlio unico. Più di un anno fa, durante un incontro di dissidenti davanti alla casa Bianca, Chai Ling affermò: «L’applicazione brutale e violenta della politica del figlio unico è il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto; è lo sventramento segreto e inumano di madri e figli; è il massacro di Tiananmen che si ripete ogni ora; è un olocausto infinito che va avanti da 30 anni».

Il regime insiste a dire che in Cina non avvengono più aborti forzati e sterilizzazioni come negli anni 70. Ma la vicenda dell’avvocato cieco Chen Guangcheng, perseguitato per anni per avere smascherato la crudeltà del regime contro le donne della sua contea, dimostra l’esatto contrario.
@LeoneGrotti
Tempi.it

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