Privacy? E’ una merce che offriamo volentieri, ma più di tutto ci piace divorare quella degli altri. Di Annalena Benini

I documenti  con cui Facebook propone modifiche all’utilizzo del social network, da decidere con referendum fino al prossimo otto giugno, sono così noiosi e complicati che non voterò, affidandomi serenamente a Mark Zuckerberg e a sua moglie. Lei sembra una ragazza di buon senso (non lavora a Facebook, farà la pediatra, ha scelto l’Italia per il viaggio di nozze) ed è ovvio che le impostazioni sulla riservatezza continueranno a esistere, ci sono già, chi non desidera che le proprie foto da miss maglietta bagnata vengano viste da novecento milioni di persone può impedirlo senza fatica, con un paio di clic. Una possibilità mai abbastanza presa in considerazione è anche quella di non postare la foto di miss maglietta bagnata, o minacciare fisicamente chi abbia intenzione di farlo. Per il resto, non si tratta di regalare la privacy a Mark Zuckerberg o ristabilire fondamentali spazi delle nostre vite segrete grazie a un referendum a Palo Alto, perché i maggiori consumatori di privacy siamo noi. A Facebook adesso la “Normativa sulla privacy” si chiama, più realisticamente, “Normativa sull’utilizzo dei dati”. Sono gli stessi dati che ci divertiamo a mettere in rete, che offriamo volentieri. E anche se ci imbarazza vedere la parola privacy utilizzata accanto a “pubblicità” e a “mercato” perché sembra brutto che il nostro diario personale, in cui scriviamo che ci piacciono tanto i fiori e la Nutella, faccia arricchire qualcuno di sicuramente cinico e spietato, il punto è che la privacy è davvero una merce. Che regaliamo con entusiasmo e consapevolezza perché abbiamo voglia di condividere, di esistere, di farci guardare, perché non è un dramma se milioni di persone sanno quanti anni dichiariamo, di chi siamo innamorati, chi ci respinge. E’ la nostra immagine, la costruiamo noi, ci mettiamo le foto migliori e le battute più simpatiche (e possiamo decidere in ogni momento di smettere, di scomparire – anche se Zuckerberg prima ci chiederà ripetutamente se siamo davvero sicuri di volercene andare, poi conserverà comunque il nostro dossier). E prendiamo la privacy a morsi con allegria vorace quando si tratta delle vite degli altri. Nei processi quello che ci interessa di più non è la prova giuridica della corruzione, ma  i particolari privati, le telefonate registrate, cose intime che ci vengono offerte generosamente senza nemmeno un tornaconto economico, ma per sfamare il nostro bisogno di essere là dentro e guardare, giudicare. Ci sembra subito roba nostra, come quando nei romanzi i protagonisti diventano nostra proprietà, e nei romanzi la privacy non esiste. I sospettati (per sbaglio) di avere messo la bomba a Brindisi dopo poche ore avevano già nome e cognome sparsi dappertutto, fotografie dell’abitazione su Twitter, frammenti di storie personali diffusi ovunque. Il metodo del rotocalco si applica a tutto, e allora la violazione della privacy non esiste nemmeno più come categoria dello spirito. Si tratta ormai di semplice utilizzo dei dati, come succede su Facebook.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Annalena Benini

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