Parlo, dunque sono. Ma cosa c’è nelle parole che diciamo?

Ci sono due modi per leggere questo piccolo libro, come una brevissima storia del pensiero linguistico ma anche come una ricognizione delle acquisizioni fondamentali degli studi sul linguaggio in un percorso che dalla Bibbia giunge fino a Noam Chomsky.

In realtà c’è anche un terzo modo, cioè considerarlo un libro di scienza che dice qualcosa del nostro essere uomini, del nostro essere nel mondo. “Una scienza che non ci dice niente di noi è inutile, come un album sbagliato” scrive Moro. Non si può fare linguistica infatti senza riflettere sul fatto che solo la specie umana ha il linguaggio, perché questo ha a che fare con chi siamo. Moro parla didiscontinuità rispetto alle altre specie. Gli esseri umani cioè sono progettati in modo speciale per questa attività, come ha ritenuto una lunga tradizione che da Cartesio arriva ad Humboldt, colui che ha fatto la rivoluzione kantiana in linguistica. E non si può fare linguistica senza stupirci che, come dice Chomsky, il linguaggio è qualcosa che succede al bambino, non qualcosa che fa, perché questo non può non farci riflettere sul nostro destino. Questi temi vengono presentati da Moro individuandone i punti nodali nel corso della lunghissima storia di riflessione sul linguaggio.

A cominciare dal Nuovo Testamento dove Dio è logos. Una parola la cui radice rimanda all’atto di tenere assieme in modo organizzato alcuni elementi. Il linguaggio dunque non è solo un insieme di pezzi. Platone, suggerisce Moro, usa il termine harmóttein, armonia. L’idea essenziale è che il valore di un elemento non è dato di per sé ma dalle relazioni. Ma non tutte le combinazioni sono possibili. A questa caratteristica del linguaggio si è dato presto il nome di sintassi, ma ci sono voluti due millenni per comprendere che le combinazioni hanno proprietà matematiche che non sono casuali né semplicemente derivate dall’esperienza. La proprietà fondamentale, che è solo del linguaggio umano, è quella che, usando appunto un termine matematico, chiamiamo ricorsività, cioè la capacità di produrre strutture gerarchiche potenzialmente infinite ripetendo le operazioni di base. L’altra proprietà è il movimento. Cioè certi elementi sintattici (o intere sequenze) possono trovarsi in posizioni diverse nella frase pur mantenendo la stessa funzione grammaticale.

Già lo strutturalismo aveva aperto a una nuova concezione in questa direzione, insistendo che contano solo le relazioni; che data una griglia anche i posti vuoti contano; che non tutte le combinazioni possibili sono utilizzate in una data lingua. La lezione strutturalista ha trovato il più importante sviluppo nella lezione chomskyana.

 

Due i cardini che ritroviamo anticipati già nei modisti medievali: 1. Per una struttura sintattica non esistono regole specifiche ma principi generali che interagiscono in modo complesso. 2. Mentre i principi sono invarianti, in tutte le lingue esistono differenze specifiche.

Questo modello ha avuto una portata enorme. Ad esempio nell’acquisizione del linguaggio. Varrone lo aveva già capito, una parte della nostra conoscenza del linguaggio non viene insegnata ma è un fatto di natura e dunque i bambini quando acquisiscono il linguaggio non costruiscono qualcosa che non c’è ma selezionano una fra le sintassi possibili, quella a cui vengono esposti. Dunque una parte della capacità che hanno gli uomini nel comprendere il linguaggio dipende da qualcosa che viene prima dell’esperienza. Questo in fondo è il centro dell’idea della grammatica universale che a questo punto, come dice Moro, “è una teoria dei limiti dell’esperienza nello sviluppo del codice linguistico”.

Nel libro c’è un altro tema che sta sotto tutto il testo come un filo rosso. Si tratta del verbo essere a cui Moro ha dedicato due anni fa un intero volume. Un argomento complesso, su cui non mi posso fermare ma che può essere visto da molti punti di vista e che presenta diversi problemi. Innanzitutto il verbo essere è uno degli ingranaggi con cui le lingue umane esprimono il tempo. In secondo luogo può stare per un’affermazione. Può però anche esprimere un’identità, o una predicazione. Ed è proprio quest’ultima duplicità che ha portato Bertrand Russell ad ipotizzare l’esistenza di due differenti verbi «essere».

I problemi diventano ancora maggiori quando passiamo alla sintassi della frase. Infatti il verbo essere non si comporta come qualsiasi altro verbo transitivo per il quale il soggetto resta sempre diverso dal predicato, ma permette che il soggetto possa essere invertito con il predicato. Dunque la sequenza canonica delle frasi soggetto-verbo-predicato entra in crisi perché almeno in una metà dei casi abbiamo una sequenza inversa. Questa difficoltà non è da poco perché va contro uno dei punti fondamentali della teoria contemporanea della frase e ha portato Moro a proporre una teoria alternativa di grande novità.

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