Volti gnostici del post-moderno: l’antipolitica secondo Voegelin

10 Giugno 2012

Per comprendere il fenomeno montante della cosiddetta antipolitica sarebbe utile riprendere l’immensa lezione di uno scienziato della politica e filosofo politico tedesco, naturalizzato statunitense, oggi quasi del tutto dimenticato: Eric Voegelin, la cui prospettiva è stata ricuperata solo da uno sparuto numero di commentatori – tracce voegeliane in Italia si rinvengono principalmente nei testi del compianto don Gianni Baget Bozzo, nell’approfondimento prezioso di Giovanni Cantoni e del suo seguito associativo, nella poderosa opera composta in una vita da don Ennio Innocenti, nella produzione copiosa di Piero Vassallo, inLa speranza nella rivoluzione di Vittorio Mathieu, nel prematuramente scomparso Emanuele Samek Lodovici e nei lontani scritti di Augusto Del Noce nonché in quelli dei suoi (non molti) allievi.

Perché tale lezione sarebbe così importante? Innanzitutto, perché fornisce una solida, argomentata e comprovata chiave di lettura della Modernità nel suo complesso (e, indirettamente, della Post-Modernità), tale da poter rilevare le caratteristiche tipiche di quei movimenti che, pur diversi, ne sono stati componenti. L’analisi di Voegelin muove da una premessa di cui si è già parzialmente detto (in Il ruolo della politica di fronte al declino “coriandolare” del moderno): prima della Modernità la politica si muove all’interno di una cornice di principi trascendenti, dati per presupposti e non discutibili, lasciandone la discussione solo all’ambito dell’approfondimento filosofico e teologico. In tale contesto, la comunità politica si trova con l’abbracciare una meta religiosa, ma ovviamente posta nell’aldilà: la perfezione terrestre naturalmente non è ricercata come raggiungibile in terra perché la perfezione non è di questo mondo, limitandosi così a porre la perfezione come stimolo per l’azione umana, ma pur sempre come stimolo umanamente irraggiungibile (l’agostiniana «Città sul monte», la Gerusalemme Celeste che è solo una Civitas Dei).

La politica, dunque, non essendo divisione sui principi – ma solo incontro/scontro tra interessi concreti –, non punta al perfezionamento della realtà sulla base di un’ideologia utopica. Ma, una volta che con la secolarizzazione venga contestato il collante religioso della comunità politica e della società intrise di religiosità, il vuoto di principi che ne risulta viene riempito da mete ideologiche, vale a dire da disegni immanenti, o terreni, che trasportano la perfezione dall’aldilà (trascendente) all’aldiquà (immanente), facendo della politica uno scontro tra diversi modelli ideologici. In altri termini, perdendo la consapevolezza della propria condizione di creatura – vale a dire la consapevolezza di essere imperfetto e dipendente da un Essere superiore che è Dio –, l’uomo, messo da parte Dio, tratta se stesso come una divinità: l’uomo, eliminato il Creatore, si spoglia del suo ruolo di mero cooperatore alla creazione – il professor Tolkien avrebbe parlato di «sub-creatore» – e prova l’ebbrezza di farsi creatore egli stesso, dominatore della realtà, assecondando la propria «libido dominandi», così come individuata da Voegelin.

Partendo da un’analisi di questo tipo, il tedesco ha il merito di individuare l’essenza di tale immanentizzazione della perfezione celeste: la trasposizione della perfezione dal cielo alla terra – sottolinea Voegelin – non è altro che un recupero (immanente, temporale) dell’antica prospettiva del pensiero gnostico. Scriveva, infatti, Nicolás Gómez Dávila nel primo volume dei suoi Nuevos escolios a un texto implícito: «la Gnosi è la teologia satanica dell’esperienza mistica. Nell’interpretazione gnostica dell’esperienza mistica si genera la divinizzazione dell’uomo». Insomma, ove l’uomo non si apra all’Altro (e, quindi, agli altri), si chiuderà egoisticamente in se stesso, trattandosi come degno degli onori divini, idolatrandosi e, non pensandosi più limitato dall’esistenza di Dio, si crederà essere illimitato che – secondo il celebre adagio di Dostoevskij ne I fratelli Karamazov – tutto può permettersi di fare.

Se questo è ciò che è avvenuto nella Modernità sotto varie forme – ma con medesima sostanza –, per poter rinvenire tracce gnostiche nel fenomeno “antipolitico” è necessario individuare velocemente le caratteristiche di tale gnosticismo di ritorno, talvolta evidentissimo – è il caso del marxismo e del nazionalsocialismo che, come evidenziato da Alain Besançon (in Novecento. Il secolo del male), lungi da essere dottrine realmente “nuove”, hanno recuperato in modo pedissequo (e, per lo più, inconsapevole) le antichissime eresie gnostiche: l’una riprendendo il nocciolo di moltissimi tipi di gnosticismi, l’altra riproducendo quello della gnosi specificamente marcionita. Ci si può limitare a soffermarsi su tre delle caratteristiche fondamentali dello gnosticismo antico (e moderno):

a) la pretesa di conoscere (da cui la «gnosi», la “conoscenza”), o la pretesa di possedere, le categorie complete e definitive di comprensione della realtà e la conseguente pretesa di potere risolvere i problemi del reale, eliminandone le storture, distruggendo la realtà esistente e costruendone una nuova priva dei difetti della vecchia;

b) la pretesa dei suoi portatori di essere “eletti”, “puri”, di non essere contaminati dalle storture del reale – e non essere (così come lo sono gli altri) in qualche modo causa delle medesime – che si pretende di poter eliminare e che, di conseguenza, sono frutto dell’esclusiva azione scorretta di altri;

c) la logicamente successiva individuazione di qualcuno quale causa dei problemi, causa del male, la quale va eliminata, in un modo od in un altro, per risolvere i problemi stessi.

Sebbene, per confusione concettuale-spirituale, possa non esserne immune anche il credente cristiano, tale prospettiva è esattamente l’opposto di quella cristiana che, sulla base dell’insegnamento evangelico, chiede al singolo di vedersi per quel che è realmente: un peccatore, un imperfetto che non può pretendere di essere privo di difetti e non deve guardare alle colpe altrui, bensì alle proprie, riformando ad ogni momento se stesso e non la società e gli altri che gli sono intorno. Ma ciò che più conta è che tale prospettiva è tipica delle ideologie moderne ed è stata sfruttata ampiamente dall’attività propagandistica dei partiti moderni e anche post-moderni.

Osservando la storia politica – e, prima ancora, religiosa – moderna, si rinviene facilmente l’individuazione di categorie di eletti portatori della palingenesi della storia, o della salvezza temporale – dalla razza ariana con i suoi sogni pangermanisti di ritorno ad una immaginaria età aurea, fino alla classe proletaria con il suo ritorno all’ipotetico e inesistente stato anarchico attraverso il comunismo, passando per le élites borghesi, portatrici dei “Lumi” in mezzo alla presunta oscurità precedente –, così come si rinviene la demonizzazione di altre categorie viste quali origine dei mali del tempo – dall’aristocratico e dal chierico nella Rivoluzione francese, alla generica figura del borghese e ai kulakirussi nella puntiforme Rivoluzione socialcomunista, passando per gli ebrei nel nazionalsocialismo –, senza dimenticare, anche in epoca più recente (e ormai post-moderna), il purismo progressista – la cosiddetta e mai esistita «superiorità morale» –, nonché la raffigurazione della persona dell’avversario politico come criminale ed immorale, dotata, da sola, della capacità di ammorbare i comportamenti della società.

Sebbene si rinvengano anche “a destra” movimenti dotati di tali caratteri, ciò avviene a causa della formazione di “destre” falsate, mere ibridazioni con i progressismi, ma, come rilevato benissimo dal politologo ungherese-statunitense Thomas Molnar (in La Sinistra e ne Il vicolo cieco della sinistra), è solo presso questi ultimi che la tendenza gnostica si “reincarna” pienamente, perché è la sinistra che si fa prima e convinta promotrice di visuali di tal fatta, tramite un insaziabile «messianismo temporale» che le è proprio, come scriverebbe Jean Madiran in La destra e la sinistra. Questa tendenza non è altro che la proposizione, perenne e sempre rinnovata, di uno schema che divide tra (presunti) “buoni” e (presunti) “cattivi”, uno schema che astrae dalla concretarealtà – in cui ogni uomo, anche il peggiore, ha i suoi pregi accanto ai suoi difetti – e che pretende di individuare il “nemico” malvagio (variamente inteso e connotato); è una tendenza che, per ciò stesso, è intrinsecamente corrosiva – perché corrode la realtà –, aggressiva e necessariamente violenta – a prescindere come tale violenza si sfoghi –; è, in ultima analisi, una tendenza terribilmente settaria (in senso stretto), in quanto, dimenticando l’ineliminabile imperfezione umana, tende a raffigurare il proprio gruppo politico come privo di macchia e, una volta che le inevitabili macchie umane vengono allo scoperto in tale gruppo, costringe il suo portatore più ideologizzato a chiudersi ulteriormente in se stesso, rigettando dal proprio gruppo il vecchio alleato (divenuto reprobo), in nome della propria presunta superiorità.

Così si spiegano le non infrequenti lotte intestine nei partiti e nelle coalizioni della sinistra, dove nuovi soggetti si presentano come i volti puliti e come i portatori della integrità ideologica, contro la vecchia dirigenza ormai “corrottasi” nel tempo. Eppure, nonostante il meccanismo diabolico – in senso tanto trascendente quanto letterale (diabolico in greco significa letteralmente “divisivo”) – che ne è alla base, tale tendenza è egemone da qualche secolo a questa parte nella società e nella politica. Ed è egemone anche nei fenomeni più recenti – tecnocrazia, ambientalismo, vegetarianismo, salutismo, animalismo, professionismo dell’antimafia, fino a giungere al nuovo fenomeno del cosiddetto «trans-umanismo» –, non risparmiando appunto nemmeno l’antipolitica.

Una volta individuate le caratteristiche gnostiche, si può, infatti, facilmente vedere come esse siano esattamente quelle che caratterizzano il fenomeno “antipolitico” che, a ben guardare, non è altro che una nuova faccia della medesima medaglia gnostica costituita dalla politica successiva all’instaurarsi della Modernità: se si osserva il fenomeno “antipolitico”, si vedrà come le sue direttive si muovano sulla base del convincimento (e dell’entusiasmo/risentimento), conscio o inconscio, di poter ribaltare la realtà decadente odierna. Inoltre, in tal modo, i suoi aderenti si vedono come i salvatori di tale realtà, individuandosi come la “cura” di tale realtà e individuando come causa unica del suo degrado non la complessiva azione delle persone in seno alla società, bensì l’azione di una categoria specifica: quella dei governanti, della classe politica attuale. Non è niente di diverso dalla prospettiva – teoreticamente inconsistente – degli «indignados» e di quei movimenti simili che, non a caso, vengono spronati da autori provenienti dalla sinistra – come Stéphane Hessel (autore del libercolo Indignatevi!).

L’indignato, come l’antipolitico, presuppongono sempre, come ogni gnostico, di non essere capaci di fare il male che gli altri hanno fatto, dando per presupposto di non poter mai cadere nell’errore altrui: sicché, se si parla di questioni sessuali, presuppone che lui, grande accusatore, non si possa sentire minimamente toccato da tali questioni, come se, alla prima occasione utile, non potesse cadere anch’egli come ogni altro/a uomo/donna e come se non potesse essere scoperto, se posto sotto i riflettori come la propria classe dirigente è posta; se si discute di corruzione, dà per scontato che lui mai sarebbe corruttibile e disonesto; se si ragiona di cattiva amministrazione, ritiene che lui non potrebbe che fare meglio, perché portatore del disegno efficace per risollevare il Paese. Quand’anche si raffiguri come scettico e agnostico, si può ben notare come – almeno a livello pubblico – questo soggetto non sia mai minimamente sfiorato da un dubbio sulla propria condotta: è quel vizio ideologico che Voegelin chiama «divieto di fare domande». Ciò che pretende lo gnostico di ieri, di oggi e di domani è che, senza alcun dubbio o domanda, siano abbattuti gli “imperfetti”, che vengano epurati i “difettosi”, così che tutto possa andare per il verso giusto: il metodo muta contingentemente – purghe staliniane, manganellate fasciste, lager, GULag, laogai, o anche soltanto insulto, violenza verbale, pregiudizio, rimozione, vessazioni e ghettizzazione –, ma il contenuto è sempre il medesimo.

Ciò che, nello specifico, non comprendono gli “antipolitici”, nella loro furia neognostica, è che i problemi finanziari, economici e politici italiani non sono esclusivo frutto della politica e della cattiva gestione della cosa pubblica da parte dei governanti, ma anche del clientelismo e dell’elefantiasi statale di cui la gran parte degli italiani ha per decenni beneficiato all’ombra della politica e/o della pubblica amministrazione, nonostante oggi molti di tali italiani – magari gli stessi – si trovino a protestare dentro di sé o nei dibattiti pubblici o a reclamare in piazza contro il nuovo capro espiatorio per gli effetti di una politica di cui pure hanno beneficiato. Ma soprattutto, ciò che non comprendono è che, nonostante si ritengano diversi – e nonostante la loro ondata venga considerata di “antipolitica” –, essi sono un movimento pienamente politico, perché eguali a tutti i movimenti gnostici di massa moderni e post-moderni e perché le loro premesse concettuali non possono che avere gli stessi drammatici effetti mostrati sinora da secoli di gnosi politica. Le radici dell’antipolitica, dunque, non sono altro che radici profondamente politiche, di una politica – quella moderna – pericolosa e violenta, così come pericoloso è il messianismo temporale, la gnosi, che segretamente la ispira.

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