Dal fondo del dolore. Di Marina Corradi

Per raccontare come è ora suo marito sceglie l’immagine del «Cristo velato» di Giuseppe Sanmartini; quel volto bello e dolce, come addormentato nella morte. Sono passati 6 anni da quando Mariapia Bonanate, scrittrice e giornalista – testimone oltre un anno fa dell’appello «Lasciateli parlare» di Avvenire perché fosse dato spazio televisivo anche alle famiglie che assistono disabili gravi – ha visto il padre dei suoi figli sprofondare nel buio della sindrome Locked-in, un raro genere di coma che lascia la persona cosciente, ma come murata nel silenzio e nella immobilità. Capace al massimo di rispondere con un battito di ciglia, e, col tempo, nemmeno di questo. Io sono qui, il libro della Bonanate che esce oggi per Mondadori, è la storia di un grande silenzio attraversato: quello della camera di un uomo che non sente, non parla, però respira e vive. «All’inizio ho conosciuto la disperazione», ricorda la scrittrice, che scrive del «fiume invalicabile» che presto divide un malato come questo dai sani. Della fatica di ricominciare ogni mattina, del desiderio, certi giorni, di scappare, di sottrarsi a quel silenzio. Poi, nella stanza della vita sospesa la Bonanate lentamente impara un nuovo modo di comunicare: «Ci parlavamo con gli sguardi, con le carezze. Non lo abbiamo mai lasciato solo. Abbiamo voluto tenerlo in casa. Un giorno la disperazione ha cominciato a retrocedere di fronte alla percezione di un amore di un tipo nuovo, e fortissimo. Questo amore nuovo si è aperto agli altri, agli amici e agli infermieri e ai volontari che si danno il turno nell’assisterlo. È nata attorno a mio marito una sorta di comunità. C’è qualcuno che da sei anni, ogni notte, lo veglia; e in quel vegliare è anche lui cambiato, e ha cambiato il proprio sguardo».

Dalla stanza silenziosa trasformata in un «cuore pulsante» della casa Mariapia Bonanate ha cominciato, dice, «a vedere delle cose che prima non vedevo. Ma, anche, di fronte a quel letto ho ritrovato in me come le voci spezzate delle tante sofferenze e miserie che ho incontrato come giornalista; unite, ora, nella stessa croce che riconosco in mio marito su quel letto». Come l’allargarsi lento di una gran luce, che «non cancella affatto il dolore, non evita la fatica; e però mi ha aperto davanti un mondo inimmaginabilmente più ampio». Ma già nei primi tempi di quella segregazione straziante la moglie ritrova un libro che proprio il marito tanto tempo prima le aveva messo in mano: il Diario di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese morta a Auschwitz che in quel testo e nelle Lettere ha lasciato la testimonianza di una straordinaria metamorfosi spirituale; come una invasione di Dio in una ragazza di radici ebraiche, ma inizialmente lontana dalla fede.

E dunque attorno alla stanza muta come la cella di un convento si forma una singolare triangolazione: Mariapia, il marito e Etty, con le sue intuizioni, con la sbalorditiva forza di cui dà prova, nel campo di raccolta olandese di Westerbork. «Come lei nel lager – dice la Bonanate – anche io in un primo momento mi sono sentita segregata, come lei assediata dall’apocalisse. Come Etty nella Amsterdam invasa dai nazisti traeva speranza anche dalla contemplazione del gelsomino candido sul balcone, ho cominciato a accorgermi della bellezza dei rami degli alberi che dalle finestre quasi entrano nella nostra casa torinese, come a toccarci». Il Diario è sempre sul comodino della scrittrice, che la sera lo apre e vi trova una eco della sua solitudine, e insieme della sua speranza. Compagna, Etty Hillesum, in modo misterioso, a lei come a molte donne che l’hanno incontrata, credenti e no, conquistate dalla ragazza «che non sapeva inginocchiarsi», dalla ragazza che parlava con Dio quasi faccia a faccia, mentre il suo popolo e lei stessa venivano deportati in Polonia. «Un pozzo profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri…».

Sono queste forse per la Bonanate le parole più care della Hillesum. La pietra e la sabbia dure come la fatica quotidiana in quella stanza; ma Dio che, in quel silenzio, si lascia trovare. «Ho cominciato a scoprire un altro mondo, una ricchezza straordinaria – dice –, man mano che mio marito ci andava accogliendo nella sua terra estrema. E ho capito perché Etty è così profetica, a sessant’anni dalla morte: lei, vissuta nel momento del culmine del male, ha conosciuto per prima le macerie del nichilismo, che ora riguardano la vita di tanti di noi; e però ha saputo sfidarle».

Ma quale risposta è umanamente possibile, di fronte a un uomo imprigionato in sé per sempre? Forse nessuna, come nessuna risposta può placare la ferita di Auschwitz, dove Benedetto XVI si chiese perché Dio aveva taciuto. E tuttavia, nel lager, dove Dio sembrava assente, Etty – dice la Bonanate – intuì che proprio quel silenzio le domandava di farsi lei stessa “casa” a Dio, angolo in cui un piccolo pezzo di Dio fosse salvato: mentre i treni la notte caricavano vecchi, uomini, donne, bambini, in un orrore cieco. E dunque anche nella nostra fatica quotidiana, quando Dio ci sembra assente, possiamo essere noi a manifestarlo, attraverso la nostra povera faccia, agli altri». Come accade in quella stanza sfiorata dai rami degli alberi, dove la faccia e gli occhi di una donna e di amici e volontari inducono in chi passa uno stupore. Una domanda: com’è possibile vivere così? In quella stanza, dove «il mistero del silenzio ci investe come un vento forte».

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