Péguy, il vero progresso è nell’antiprogressismo. Alain Finkielkraut interpreta il grande e scomodo pensatore. Per riscoprire che non esiste ragione senza emozione

La storia della fortuna (precaria) e della sfortuna (molteplice) di Charles Péguy nel secolo che ci separa dalla sua morte – per l’esattezza, novantotto anni, essendo Péguy caduto in guerra, sulla Marna, nel 1914 – somiglia molto a un romanzo.

Di esso fa parte anche il ritardo di ventun anni con cui l’Italia pubblica un saggio fondamentale sul grande poeta. Il saggio L’incontemporaneo, opera di uno dei più importanti e controversi pensatori viventi, Alain Finkielkraut, fu pubblicato infatti da Gallimard nel 1991 ed esce oggi da noi grazie all’editore Lindau (pagg. 160, euro 19).
Per ventun anni il binomio Péguy-Finkielkraut non è stato ritenuto degno di attenzione nel nostro Paese, forse perché Péguy (che da noi vanta, per fortuna, molti innamorati) era considerato autore per francesi, quindi «roba loro», o forse perché Finkielkraut, pur vantando il miglior curriculum studiorum che la Francia possa offrire, decise un giorno di non essere più un autore, diciamo così, allineato. E i non allineati sono sempre di difficile collocazione.

Charles Péguy, nonostante l’unanime riconoscimento del suo genio, è sempre stato un personaggio scomodo per tutti. Socialista, fu scomodo per i socialisti perché avverso al progressismo modernista; sostenitore dell’innocenza di Dreyfus (contro i cattolici), non rinunciò a polemizzare con il dreyfusismo; cattolico, ebbe moglie ebrea, non si sposò in chiesa e non battezzò i propri figli. Per non doversi rassegnare ad archiviarlo come autore di estrema destra o fascista (le accuse ci sino state), gli storici hanno sempre cercato di iscriverlo nel contesto culturale del suo tempo: vitalista, antimoderno, guerrafondaio. Il che ha permesso, perlomeno, di tener vivo il suo mito e quello dei suoi celebri Cahiers de la Quinzaine.
Parlare di Péguy richiederebbe centinaia di pagine, o forse nemmeno una riga. Poeta, saggista, polemista, concepì tutto il proprio lavoro come un’unica opera. Non distinse mai le sue opere in «alte» (per esempio i Mystères) e «basse» (gli articoli in rivista). Divenuto cristiano, non distinse mai i testi «prima» da quelli «dopo» la conversione. L’uscita de L’incontemporaneo è un formidabile invito a leggersi Péguy, di cui Jaca Book ha tradotto molti testi fondamentali. Ma c’è un’altra storia molto interessante, che riguarda Finkielkraut, nella cui opera L’incontemporaneo rappresenta una tappa importante. Il suo inizio è descritto in un altro testo del filosofo francese, Noi, i moderni (edito anch’esso da Lindau), precisamente quando il maestro di Finkielkraut, Roland Barthes – forse il più grande critico letterario di tutti i tempi – annota sul suo diario queste parole, il 13 agosto 1977: «D’un tratto, mi è diventato indifferente non essere un moderno».

Tra gli anni ’60 e ’70 Barthes fu il guru dell’intellighenzia francese di sinistra, il papa della modernità d’Oltralpe, colui che poteva dare e togliere a chiunque la patente di «moderno». Come i veri, grandi intellettuali, Barthes non distinse mai il proprio pensiero per così dire pubblico da una dimensione profondamente esistenziale, personale. La malattia mortale dell’adorata madre lo indusse a una revisione profonda del proprio atteggiamento culturale, e la frase citata ne è una testimonianza, come lo è tutta l’ultima parte della sua opera. Così, mentre all’alba degli anni ’80 lo strutturalismo moriva con Barthes (anche se si incistava nelle università, riducendosi a puro schema e devastando lo studio e l’amore per la letteratura), i suoi veri allievi ripensavano la modernità, offrendo negli anni seguenti libri memorabili come quelli di Antoine Compagnon (per esempio Les antimodernes, che contiene un magnifico saggio su Péguy) e come quelli di Alain Finkielkraut, per il quale lo studio di Péguy rappresentò un punto di svolta.
Il libro risente degli anni. L’opposizione di Péguy al progressismo è difficile da comprendere perché, dal 1991 a oggi, il progressismo come teoria filosofica è finito, anche se le sue conseguenze perdurano, sganciate da ogni radice di vero pensiero e quindi più dogmatiche che mai.

Su diverse conclusioni di Finkielkraut non sono d’accordo. Ma l’asse centrale è fondamentale, come tutta l’opera del filosofo ha dimostrato, anche nei testi più recenti. L’opera di Péguy ha indotto Finkielkraut a interrogarsi sul senso della parola «ragione», mettendo in dubbio quella separazione tra «ragione» ed «emozione» su cui lo scientismo moderno ha posto una delle sue basi.
«Siamo sicuri di avere ragione nel definire la ragione come assenza d’emozione? Non esistono forse molti esempi in cui a sragionare è l’insensibilità, e non l’impeto della passione? Quando, dall’alto delle nostre disillusioni ideologiche, della nostra saggezza crepuscolare e della nostra chiaroveggenza psicobiografica, noi crediamo di pensare Péguy, chissà che non sia piuttosto la sua ira a pensare noi e il nostro mondo, moderno e postmoderno?». E questa è ancora, a 21 anni di distanza, la grande questione culturale della nostra epoca, anche se in apparenza tutto, da allora, ci appare cambiato.

Luca Doninelli

Il Giornale

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