Noi greci siamo le cavie dell’Europa. Ma non c’è Europa senza Grecia

Bruxelles sta sperimentando su di noi l’austerità assoluta, la linea che ci porterà tutti alla catastrofe». Parla lo scrittore Vassilis Vassilikos

«Questo Tsipras crede che la storia della sinistra cominci con lui. Eppure prima di lui ci sono stati Marx, Lenin… Assomiglia davvero a un attore, ha gli stessi atteggiamenti». Vassilis Vassilikos, forse il maggiore scrittore greco vivente, è sempre stato uomo di sinistra, ma la demagogia non gli piace. Il successo di Siryza, l’equivalente ellenico di Rifondazione comunista di Paolo Ferrero che si è classificata seconda a due soli punti di distacco da Nea Demokratia (centrodestra), non lo entusiasma. Ancora meno il trionfo da star del suo giovane leader, il mediatico Alexis Tsipras. Alle elezioni ha votato Sinistra Democratica, una formazione che chiede di rinegoziare il memorandum firmato dal governo Papademos per ottenere gli aiuti finanziari dell’Europa, ma anche di garantire la permanenza del paese nell’Unione Europea e nell’euro. «Noi siamo quelli che negli anni Settanta ammiravano Enrico Berlinguer e il suo coraggioso eurocomunismo», ammicca con una punta di nostalgia, che incrina un po’ la brillantezza dei suoi 78 anni. Vassilikos è conosciuto universalmente per il romanzo Z, un racconto sulla Grecia dei colonnelli da cui fu tratto il celeberrimo film di Costa-Gavras Z l’orgia del potere, con Yves Montand e Jean-Louis Trintignant. Ma è autore di più di cento romanzi e raccolte di poesie, dove dispiega una scrittura turgida e lieve, estremamente versatile. La memoria, il sogno, il lirismo, l’impegno civile: non c’è genere che non si possa trovare nei suoi testi, interpretato sempre a livello di eccellenza. È l’uomo giusto per dare profondità di campo a una riflessione sulla crisi della Grecia e dell’Europa, senza restare soffocati nei termini finanziari della questione.

Vassilis, a epitaffio del governo Papademos lei ha scritto che nessun tecnocrate ha mai salvato la sua patria. Ma neppure i politici stanno dando un bello spettacolo. Chi salverà la Grecia, allora?
In trent’anni di appartenenza alla Unione Europea i greci hanno fatto molte gaffes, ma oggi la nostra salvezza non dipende tanto da noi, dipende più dall’Europa. La quale però si definisce solo e soltanto nei termini del Trattato di Maastricht del 1992: in un documento di centinaia di pagine non si trova mai la parola “cultura”. L’Europa è fondata sulla cultura, ma oggi, fa malinconia ammetterlo, la sua vera capitale è Francoforte, dove ha sede la Bundesbank. Dal punto di vista politico, trovo conforto solo nel risultato delle presidenziali francesi: forse qualcosa cambierà.

In gioco non c’è solo la salvezza della Grecia, ma quella dell’Europa intera.
Nessun greco vuole la nostra uscita dall’euro. Anche perché la dracma è una moneta che nei tempi moderni non è mai veramente esistita: io ho vissuto molti anni all’estero, e nelle tabelle degli uffici di cambio non ho mai visto la quotazione della dracma contro la moneta locale. Ma noi oggi siamo la cavia dell’esperimento dell’imposizione dell’austerità assoluta: se funziona con noi, sarà applicata dappertutto. È la terza volta che siamo la cavia di un esperimento storico: nel Dopoguerra siamo stati il primo caso di intervento militare degli Stati Uniti in un paese indipendente, quando americani e britannici hanno consentito la vittoria degli anticomunisti sui comunisti nella guerra civile, e poi ci sono stati gli interventi in Corea, Vietnam, eccetera. Quindi alla fine degli anni Settanta abbiamo avuto il golpe dei colonnelli, un modello che si è ripetuto in altri paesi e ha sfiorato anche l’Italia (il caso Borghese). Questa è la terza volta in sessant’anni che facciamo da cavia, perché siamo un paese debole.

Da cinque anni la Grecia è in recessione. Che strategie di sopravvivenza hanno messo in campo i greci?
Veramente ce ne siamo accorti solo negli ultimi due anni, sei mesi dopo la vittoria di George Papandreu. Prima, che eravamo in recessione lo sapevano solo gli economisti. La gente comune se ne è accorta quando gli stipendi sono stati tagliati da 900 a 700 euro. Duecento euro possono sembrare pochi, ma era il denaro che faceva muovere tutta l’economia dei beni voluttuari. Dopo sono arrivati altri tagli, e ora anche le spese di prima necessità sono diventate un lusso. La Grecia non è l’Italia, che dispone di un tessuto industriale e artigiano in grado di reagire. Noi non produciamo nulla, né macchinari industriali né prodotti per il consumo. L’unica realtà economica è l’industria armatoriale, ma i grandi armatori greci non vivono in Grecia e non provano interesse per il loro paese. In passato uomini come Onassis o Latsis hanno donato allo Stato greco ospedali, teatri, flotte di aerei. Oggi invece gli equipaggi dei nostri armatori sono per il 90 per cento composti di stranieri, e se devono ordinare nuove navi le fanno costruire in Corea del Sud anziché nei cantieri di Skaramargos. Gli armatori di oggi al massimo comprano una delle nostre isole e si rifugiano lì. E intanto l’industria turistica ha il fiatone perché i sindacati dei portuali, egemonizzati dai comunisti del Kke, organizzano scioperi selvaggi.

La crisi ha cambiato l’uomo greco in profondità, i suoi valori antropologici?
L’uomo greco è da ritrovare! Erano due le parole che ci definivano: filoxenìa e filotimìa. La prima è l’ospitalità verso i forestieri, la seconda è l’amore per la gloria e per le azioni onorevoli a cui non siamo obbligati da alcuna costrizione. Con la fine della dittatura dei colonnelli nel 1974 e con l’ingresso nell’Unione Europea nel 1981 abbiamo ottenuto per la prima volta due cose che non avevamo mai avuto: la pace e la prosperità. Negli anni della pace e della prosperità il denaro ha preso il posto dei nostri valori, è diventato il solo ideale. Adesso che il denaro se ne è andato, ci accorgiamo che non è rimasto più nulla. Ma queste cose quelli come Tsipras, cioè quelli che hanno meno di 40 anni, non le possono capire.

La società greca è diventata individualista? O è ancora comunitaria e familista?
Era e rimane familista, più di quella italiana. Ci sono anche ragioni socio-politiche per questo fatto. Negli anni della guerra civile e della dittatura ogni famiglia greca era divisa al suo interno: uno era di destra, uno di sinistra, uno di centro. Da una parte era un dramma lacerante, ma dall’altra era una forma di difesa: ci si rifugiava dall’uno o dall’altro a seconda del pericolo. Il nucleo della società greca continua a restare la famiglia.

Allora immagino che anche la religione resti importante.
È capitale, anche sociologicamente. Dopo quattro secoli di occupazione ottomana la Chiesa era il centro della società greca, l’istituzione che ci ha permesso di conservare la nostra lingua e la nostra identità. Ed è sempre stata meno dogmatica e più laica della Chiesa cattolica. Si dice che i greci credono tutti in Dio, ma è più corretto dire che credono prima di tutto nella Vergine Maria, quindi in Cristo. Al centro della loro religiosità non c’è tanto Dio, ma Maria Santissima. L’esclamazione più pronunciata dai greci è “Panaghia emou!”, “Mia Santissima!”. Poi, al secondo posto, “Cristè emou!”, “Mio Cristo!”.

I greci si sentono colpevoli della situazione economico-finanziaria del paese o pensano che la colpa sia di altri? Dei politici, dell’Europa, della Germania, della finanza internazionale?
Per il greco il responsabile di quel che non va è sempre un altro. Io ammetto che i responsabili siamo noi, ma abbiamo una attenuante: eravamo degli affamati. Se voi mettete un affamato davanti a una tavola imbandita, quello cercherà di mangiare tutto ciò che nella sua vita non ha mai mangiato: è normale. È normale volere tutto il buon vivere, ma ci siamo spinti troppo in là. A questo si è aggiunta la sfiducia del cittadino nei confronti dello Stato, pienamente giustificata, perché il nostro Stato non è al servizio del cittadino. Per questo il greco cerca di sfuggire le tasse, non paga l’Iva, si fa erogare pensioni di invalidità false o pensioni di morti. Dopo l’indipendenza nel 1821 non abbiamo mai avuto un vero Stato, ci sono state varie occasioni per crearlo, ma le abbiamo mancate tutte. Adesso la “troika” vuole che facciamo in due anni quello che non abbiamo fatto in duecento: non è realistico.

A questo punto cosa dovrebbe fare la Grecia? Proseguire il programma di risanamento concordato con la troika o denunciarlo? E quale sarebbe l’alternativa?
Ritorno a quello che dicevo all’inizio: non c’è un problema greco, c’è un problema europeo. La politica del duo Merkel-Sarkozy ha portato alla catastrofe. La Grecia non avrebbe dovuto andare alle elezioni, ma darsi un governo come quello italiano, un esecutivo Monti. Purtroppo a Papademos, che pure è un tecnico, non è stata concessa la stessa libertà di scegliersi i ministri: ha dovuto prendere gente quasi tutta del Pasok. Io resto ottimista perché, essendo anziano, ho vissuto momenti ben più drammatici del nostro paese. Ma c’è il problema della moneta unica: in passato dalle recessioni uscivamo con la svalutazione della dracma, ora ci ritroviamo in un circolo vizioso da cui non sappiamo come uscire. A monte di tutto questo ci sono gli errori dell’Europa, che non riguardano solo la gestione dell’euro: è stato un errore fare entrare in massa i paesi ex comunisti nell’Unione Europea, che sono più orientati a un legame forte con gli Stati Uniti e perciò hanno indebolito l’Ue come tale. Bisognava lasciarli fuori un altro po’ di tempo, a fare apprendistato di democrazia. Ma gli Usa ci hanno imposto di farli entrare, allo scopo esattamente di mantenere debole l’Europa. Ora però sulla scena mondiale sono arrivati altri attori forti, come la Cina e l’India e la debolezza dell’Europa diventa insopportabile.

Qualcosa da dare all’Europa anche in questo momento la Grecia ce l’avrà pure.
Di solito i concetti greci fatti propri da altre civiltà sono stati radicalmente trasformati nel loro significato. Pensi alla parola “idiotes”, che in greco indicava i cittadini che non partecipavano alle cose pubbliche, e in latino ha cambiato completamente significato. O alla continuità che c’era in greco fra le parole polis, politiké e politismòs. Nelle lingue latine si è persa, perché politiké è stato tradotto come “politica” e politismòs come “civiltà”. Quindi nel resto d’Europa politica e civiltà sono diventate cose separate, ed è ancora così.

Tempi.it

Non c’è Europa senza Grecia

di Roberto Mussapi
Avvenire
Un tempo gli uomini decisero di smettere, ogni tanto, di prendersi a clavate e inventarono un gioco, che in termini moderni è definito sport, e consisteva nell’esorcizzazione della guerra, in forma di sua simulazione incruenta, non priva però di un vincitore. L’uomo è per natura agonista, ha problemi seri se non lo è del tutto o se lo è troppo. Non risulta che sia universale l’invenzione dello sport, ma è certo che fu diffusa.Anche i Maya hanno, nel loro passato, antenati che esorcizzano la guerra con un gioco di palla, che può anticipare il rugby, o il calcio. Ma in Grecia questo atteggiamento fu radicale, sin dalle origini, come attesta la gara (potremmo dire pentatlon, o decatlon) tra il naufrago Ulisse e i Feaci che lo ospitano nella loro isola ridente e leggera, dove non a caso non esiste violenza, e siamo nel mondo omerico, l’età antica di quella civiltà. Poi nei secoli il rito si formalizza: la lotta a corpo libero sublima il confronto fatale dei guerrieri, come pure il pugilato; il lancio del giavellotto non è mirato a centrare al petto il nemico, fulminandolo, ma a superare in gittata l’avversario, la corsa di velocità non scaturisce dalla necessità di sfuggire a un inseguitore armato, ma a essere semplicemente più veloci di lui. Lo sport esorcizza la guerra ma in Grecia ciò fu scientifico, consapevole, determinato: se oggi ogni quattro anni vediamo le Olimpiadi dobbiamo ringraziare coloro che le inventarono.Se Adolf Hitler dovette ingoiare amaro davanti al trionfo del nero Jessie Owens, lo dobbiamo ai greci. Il rito olimpico, ancor oggi vivente, inventato dai greci, non è l’unico, ma si accosta a un altro ancora più profondo: il teatro. L’uomo vede nascere il teatro come atto cultuale nelle caverne, pitture raffiguranti animali divini, danze, torce, litanie rituali, musiche. In tutto il mondo, eccetto qualche zona dell’estremo oriente, il teatro si mantiene così perennemente, fino al colonialismo e alla globalizzazione, quando il rito degradato diviene attrazione turistica. Ma già nel V secolo a.C. i greci rovesciano il teatro, tramutandolo in spettacolo, introducendo due attori e scene dipinte, creando rappresentazioni tragiche che sono atti rituali (avvengono in occasione di festività religiose, obbligatoria la stesura in versi e l’argomento divino) ma anche spettacolo. Se noi oggi vediamo Shakespeare e Goldoni e Molière e Beckett, è grazie all’invenzione dei greci. Da loro nasce il teatro come lo conosciamo, non solo rito ma recita, spettacolo, che dalla tragedia greca si sviluppa in Europa in tutte le sue forme.

Da sempre l’uomo elabora pensiero, interrogandosi sul senso della vita e la realtà dell’universo. Solo in Grecia, nello stesso periodo in cui sorgeva la tragedia, nacque la filosofia, il pensiero regolato dal logos. Da allora l’occidente si esprime filosoficamente. Il Paese più vocazionalmente portato alla filosofia, dopo la Grecia di Aristotele e Platone, è la Germania. Da sempre l’uomo viaggia, per necessità, o commercio, a volte, forse, inconsapevolmente per conoscere. Come i navigatori fenici e quelli fluviali dell’Egitto. La Grecia ci mostra sin dalle origini un uomo che viaggia per conoscere: Ulisse rallenta il suo stesso agognato ritorno perdendosi nei misteri del mondo, affascinato dal loro incanto. Erodoto viaggerà fino in Egitto per conoscere quella civiltà favolosa, e raccontarla. Queste realtà sono impresse nella pagina, per sempre. La Grecia inventa la democrazia. Imperfetta, certo, dato che riservata al sesso maschile, con le donne in condizioni di soggezione. Ma rispetto ai tempi l’agorà, e la discussione pubblica, e il voto, sono invenzioni che non necessitano di commenti.

Da sempre l’uomo aspira alla bellezza. Ma la Grecia del Partenone, di Fidia, spinge questa ricerca ai confini col cielo al punto da divenire emblema della bellezza stessa, fino al rischio del luogo comune. L’ideale della bellezza classica incanta i romani, che non sanno replicarla ma la traducono in altre realtà come l’ingegneria idraulica o la costruzione di strade. Incanta i grandi spiriti del Rinascimento, gli artisti italiani che, con il pieno assenso e condivisone di alcuni grandi papi, la fondono con la spiritualità cristiana, cogliendo in quelle forme del mito greco una incontenibile energia spirituale. Che non è pienamente percepita dagli studiosi tedeschi che dal XVIII secolo s’infatuano del mito Grecia, dell’idea Classica. Ne vedono solo la forma, coincidente con un’astratta perfezione. Giungono in alcuni casi a formulare una sorta di religione della grecità e del classicismo, immobile, neopagana. Diverso l’atteggiamento degli inglesi: li attrae anche il mondo dell’India, della Cina, dell’Egitto.

La cultura tedesca è quella che più radicalmente ha accolto il modello greco, nella filosofia come nella concezione dell’estetica, con grandi risultati per la cultura e l’identità europea, e con qualche posizione esagerata, a volte confinante con un pericoloso Sublime. Curioso, ma forse non troppo, che in un’Europa che non assomiglia minimamente a una polis, sia la leadership tedesca ad accanirsi contro la permanenza nella zona Euro della Grecia. Se davvero l’Europa riuscirà nell’impresa di buttare a mare la sua culla, allora vuol dire che, citando Amleto, «l’asse del mondo si è sghembato». La malattia, al confine del terminale, non è economica, ma culturale e spirituale.

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