Due riflessioni sulla caccia al mostro di Brindisi. “Il vortice e l’antidoto”, di Marina Corradi. “Brindisi amaro”, di Annalena Benini

Il vortice e l’antidoto

Marina Corradi

L’ansia di catturare quell’uomo. Quel tipo in giacca scura che nell’occhio di una videocamera preme su un telecomando, pochi secondi prima dell’esplosione, orrendamente calmo: e poi senza fretta si allontana. È umanamente comprensibile che il desiderio di trovare subito l’attentatore percorra Brindisi, la popolazione e anche i cronisti, come una febbre. L’altra sera i siti di molti quotidiani davano per cosa fatta l’arresto dell’uomo della bomba.

Ne riportavano le iniziali, l’età, l’aspetto, il mestiere e il quartiere in cui abita, oltre al particolare di una invalidità a una mano. L’hanno preso, ci si diceva nelle redazioni – con un misto di soddisfazione e di incredulità, in un Paese che dopo quarant’anni non sa ancora chi mise certe bombe, e perché. E invece no, quell’uomo, sembra, non c’entra. L’han rimandato a casa, gli inquirenti. Ma intanto una piccola folla si era già assembrata davanti alla Questura, e ha preso a calci e pugni l’auto su cui credeva si trovasse il fermato, in una cupa voglia di linciaggio. Ma intanto in tutto il quartiere Sant’Elia, di bocca in bocca quel nome correva, in un irrefrenabile affastellarsi di frettolose certezze: è lui, è sempre stato uno strano, troppo silenzioso, sempre a trafficare con antenne e telecomandi… E le testate sul web a ripetere affannosamente quella “certezza”, nella competizione che si è fatta più aspra da quando l’aggiornamento on line è continuo, e bisogna essere sempre più veloci.

L’ansia popolare di trovare un colpevole si è coniugata con la fretta bruciante dei nuovi media e ha prodotto una bolla gonfia, subito scoppiata. Ma intanto, un intero quartiere ha creduto di sapere il nome e la faccia dell’assassino. Un’ombra così scura che chissà se basterà la smentita degli inquirenti, a lavarla via del tutto; o chissà se invece un po’ di quel sospetto atroce non resterà, nel fondo degli sguardi dei vicini di casa. La sfida alla velocità dell’informazione ha prima riflesso e poi moltiplicato l’ansia di avere un colpevole; e in modo esponenziale, come parallelamente alla velocità del web.

E chi lavora nei giornali da trent’anni ha come la sensazione di trovarsi, abituato a guidare una familiare, al volante di una macchina che brucia i semafori. (Ma più il mezzo è veloce, più lucida e calma deve essere la guida – quando si parla del destino di un uomo). La frenesia che percorre Brindisi e che tracima nelle cronache da laggiù si porta dentro, come un fiume in piena, un altro elemento preoccupante. Autorevoli giornali riportano la notizia  della “collaborazione” di elementi della mafia pugliese, che confidenzialmente mandano a dire agli inquirenti: se quello lo prendiamo noi, lo ammazziamo.

E pare di sentirlo un plauso popolare, viscerale, a queste promesse. Come se di questa “giustizia” ci si potesse fidare, come se sulle sue sentenze si potesse contare, mentre la giustizia dello Stato è così lenta, e tante volte, dopo anni e anni, fallisce. È evidente però, in questa assunzione di responsabilità sociale da parte della criminalità organizzata, che la mafia usa anche questa tragedia per legittimarsi , agli occhi della popolazione, come soggetto “buono”; apertamente, e non più solo in un tacito costume; e nell’equivoco si alimenta e attecchisce di nuovo. E tutto è accelerato nello spingersi reciproco di web e umori della strada, che proprio per la velocità e l’emotività che li caratterizzano entrambi sembrano un treno troppo veloce, che facilmente deraglia.

Il fatto è che non necessariamente l’immediatezza del comunicare è qualità della comunicazione. Un tweet, un titolo on line richiedono un istante: molto meno di quanto occorre per pensare. Il paradosso è che in quella corte chiassosa che è un mondo sempre connesso, discernere ciò che è vero è ancora più difficile. Ci aiuterebbe un po’ di silenzio, come ha detto il Papa; ma il silenzio ci spaventa. Corrono sempre di più le notizie, vere e false, confuse insieme, affannate; e noi, crediamo d’essere sempre più informati. Ma bisogna saper scegliere, cronisti e lettori. E non bisogna avere paura del silenzio e della parola che lo scava e che incide, con forza e senza mai violenza. A ragion veduta.

Avvenire

Brindisi amaro

Annalena Benini

I sospettati, rilasciati dopo ore di interrogatorio, hanno detto che è stato un incubo. Una giornata stesa sopra un precipizio, dove era già stata confezionata la parola per loro: assassino. I sospettati avevano già un nome e cognome che tutti pronunciavano con rabbia, un indirizzo, una casa da distruggere. La gente li aspettava fuori dalla questura, “perché noi a quello schifoso il processo glielo abbiamo già fatto”, i giornalisti, carichi di eccitazione, in contatto continuo con la procura, desiderosi forse di anticiparla, di mostrare al mondo il mostro prima di tutti, mettevano su Twitter anche la foto della casa popolare in cui vive l’uomo con la mano offesa, appassionato di elettronica, solitario, quindi probabile stragista di ragazzine. Il cronista in preda all’eccitazione si aggira intorno alla palazzina, mostra ai vicini di casa le foto prese dal video di sorveglianza del chiosco (un uomo di mezz’età che spinge un bottone): i vicini annuiscono, beh, sì, potrebbe essere lui, ed ecco che Brindisi ha il suo colpevole, attraverso indiscrezioni, frammenti di frasi, notiziari, suggestioni, buchi della serratura, emozioni. Tutti sono Sherlock Holmes e al tempo stesso giudici e giustizieri. Tutti siamo persone informate sui fatti, a questo punto, in cerca di una risposta immediata ed eclatante da postare su Twitter. L’ufficiale militare in pensione, interrogato per una notte intera e poi rilasciato, adesso ha paura ed è scappato in campagna, accarezza il suo alibi di ferro (non c’era, era a Bari, tornato dalla Grecia, è arrivato a Brindisi quasi quattro ore dopo l’esplosione), sa che tutti parlavano di lui e che speravano fosse l’assassino. Per dare un nome all’orrore, ma anche per sentirsi protagonisti macabri di uno spettacolo televisivo in diretta. Quando lo scorso febbraio il diciassettenne Trayvor Martin fu ammazzato da una guardia perché nero e con il cappuccio in testa, il regista Spike Lee, commosso e indignato per l’omicidio razzista, desideroso di giustizia, arrabbiato, emozionato, mise su Twitter l’indirizzo di casa della guardia (Spike Lee ha duecentottantasettemila follower).

La casa venne circondata da una folla inferocita che urlava: “Bastardo assassino”, e l’indirizzo era quello sbagliato: una coppia di settantenni della Florida si trovò assediata, dovette andare a dormire in albergo e ancora adesso vive nel terrore che qualcuno non abbia letto su Twitter la rettifica di Spike Lee. Che ha chiesto scusa, ma solo per avere sbagliato indirizzo. Non per avere incitato al linciaggio di un uomo, non per essersi sostituito alla giustizia. Sono emozioni pericolose, e a Brindisi stanno anche sporcando le indagini, creando altro terrore, altra confusione. Altre vittime. Che, come sempre, sono le più sagge. Interrogato per una giornata intera e rilasciato alle tre di notte, con la folla fuori ad aspettare il mostro da linciare, con la folla su Twitter ad aspettare un altro minimo indizio, anzi sentenza, di colpevolezza da qualunque improvvisato investigatore e giudice, l’uomo con la mano offesa e una bimba di tre anni, che ha dovuto portare con sé in questura per l’interrogatorio, ha detto solo: “Adesso lasciateci in pace, sono un uomo onesto”.

Il Foglio

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