Confermati nella fede. Le parole del Papa da non perdere (1). Adulti nella fede, figli aperti alla volontà di Dio

ADULTI NELLA FEDE

Udienza all’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana 

«Quel che più di tutto interessa il Concilio è che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace», affermava il Beato Giovanni XXIII nel discorso d’apertura.

Egli impegnava i Padri ad approfondire e a presentare tale perenne dottrina in continuità con la tradizione millenaria della Chiesa, «trasmettere pura ed integra la dottrina, senza attenuazioni o travisamenti», ma in modo nuovo, «secondo quanto è richiesto dai nostri tempi». (Discorso di solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962).
Con tale chiave di lettura e di applicazione, nell’ottica non certo di un’inaccettabile ermeneutica della discontinuità e della rottura, ma di un’ermeneutica della continuità e della riforma, ascoltare il Concilio e farne nostre le autorevoli indicazioni, costituisce la strada per individuare le modalità con cui la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo, che hanno conseguenze visibili anche sulla dimensione religiosa.

La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il  mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro  delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste. Così il  potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire, svincolato da ogni norma  morale. Proprio in tale contesto non manca di riemergere, a volte in maniera confusa, una  singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che  alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio. Questa situazione  di secolarismo caratterizza soprattutto le società di antica tradizione cristiana ed erode quel  tessuto culturale che, fino a un recente passato, era un riferimento unificante, capace di  abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al  passaggio alla vita eterna. Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue  radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al  punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di  diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto.  Ne è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla  Liturgia eucaristica e, ancora di più, al Sacramento della Penitenza. Tanti battezzati hanno  smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di  poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale. E mentre molti guardano dubbiosi  alle verità insegnate dalla Chiesa, altri riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che  hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale  della fede cristiana. Il Regno di Dio è dono che ci trascende. Come affermava il beato Giovanni  Paolo II, «il regno non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione,  ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio  invisibile» (Redemptoris missio, 18).

Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte  di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si  vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato  dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al  Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo  pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso.  In questo contesto, come possiamo corrispondere alla responsabilità che ci è stata affidata  dal Signore? Come possiamo seminare con fiducia la Parola di Dio, perché ognuno possa trovare  la verità di se stesso, la propria autenticità e speranza?

Siamo consapevoli che non bastano nuovi  metodi di annuncio evangelico o di azione pastorale a far sì che la proposta cristiana possa  incontrare maggiore accoglienza e condivisione. Nella preparazione del Vaticano II,  l’interrogativo prevalente e a cui l’Assise conciliare intendeva dare risposta era: «Chiesa, che  dici di te stessa?». Approfondendo tale domanda, i Padri conciliari furono, per così dire,  ricondotti al cuore della risposta: si trattava di ripartire da Dio, celebrato, professato e  testimoniato. Non a caso, infatti, la prima Costituzione approvata fu quella sulla Sacra Liturgia:  il culto divino orienta l’uomo verso la Città futura e restituisce a Dio il suo primato, plasma la  Chiesa, incessantemente convocata dalla Parola, e mostra al mondo la fecondità dell’incontro  con Dio. A nostra volta, mentre dobbiamo coltivare uno sguardo riconoscente per la crescita del  grano buono anche in un terreno che si presenta spesso arido, avvertiamo che la nostra situazione  richiede un rinnovato impulso, che punti a ciò che è essenziale della fede e della vita cristiana.  In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un  grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento  della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte  adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia; non sapremo conquistare gli  uomini al Vangelo se non tornando noi stessi per primi a una profonda esperienza di Dio.  Cari Fratelli, il nostro primo, vero e unico compito rimane quello di impegnare la vita per  ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario e ultimo. Gli uomini  vivono di Dio, di Colui che spesso inconsapevolmente o solo a tentoni ricercano per dare pieno  significato all’esistenza: noi abbiamo il compito di annunciarlo, di mostrarlo, di guidare  all’incontro con Lui. Ma è sempre importante ricordarci che la prima condizione per parlare di  Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera  e plasmati dalla sua Grazia. Sant’Agostino, dopo un cammino di affannosa, ma sincera ricerca  della Verità era finalmente giunto a trovarla in Dio. Allora si rese conto di un aspetto singolare  che riempì di stupore e di gioia il suo cuore: capì che lungo tutto il suo cammino era la Verità  che lo stava cercando e che l’aveva trovato. Vorrei dire a ciascuno: lasciamoci trovare e afferrare  da Dio, per aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità. E’ dalla  relazione con Lui che nasce la nostra comunione e viene generata la comunità ecclesiale, che  abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi per costituire l’unico Popolo di Dio.
Per questo ho voluto indire un Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre prossimo, per  riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso che è la fede, per conoscere in modo più profondo  le verità che sono la linfa della nostra vita, per condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, ad un  rinnovato incontro con Gesù Cristo «via, verità e vita».  In mezzo a trasformazioni che interessavano ampi strati dell’umanità, il Servo di Dio Paolo  VI indicava chiaramente quale compito della Chiesa quello di «raggiungere e quasi sconvolgere  mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le  linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con  la Parola di Dio e col disegno della salvezza» (Evangelii nuntiandi, 19).

Vorrei qui ricordare  come, in occasione della prima visita da Pontefice nella sua terra natale, il beato Giovanni Paolo  II visitò un quartiere industriale di Cracovia concepito come una sorta di «città senza Dio». Solo  l’ostinazione degli operai aveva portato a erigervi prima una croce, poi una chiesa. In quei segni,  il Papa riconobbe l’inizio di quella che egli, per la prima volta, definì «nuova evangelizzazione»,  spiegando che «l’evangelizzazione del nuovo millennio deve riferirsi alla dottrina del Concilio  Vaticano II. Deve essere, come insegna questo Concilio, opera comune dei Vescovi, dei  sacerdoti, dei religiosi e dei laici, opera dei genitori e dei giovani». E concluse: «Avete costruito  la chiesa; edificate la vostra vita col Vangelo!» (Omelia nel Santuario della Santa Croce,  Mogila, 9 giugno 1979).

Cari Confratelli, la missione antica e nuova che ci sta innanzi è quella di introdurre gli  uomini e le donne del nostro tempo alla relazione con Dio, aiutarli ad aprire la mente e il cuore  a quel Dio che li cerca e vuole farsi loro vicino, guidarli a comprendere che compiere la sua  volontà non è un limite alla libertà, ma è essere veramente liberi, realizzare il vero bene della  vita. Dio è il garante, non il concorrente, della nostra felicità, e dove entra il Vangelo – e quindi  l’amicizia di Cristo – l’uomo sperimenta di essere oggetto di un amore che purifica, riscalda e  rinnova, e rende capaci di amare e di servire l’uomo con amore divino.  Come evidenzia opportunamente il tema principale di questa vostra Assemblea, la nuova  evangelizzazione necessita di adulti che siano «maturi nella fede e testimoni di umanità».  L’attenzione al mondo degli adulti manifesta la vostra consapevolezza del ruolo decisivo di  quanti sono chiamati, nei diversi ambiti di vita, ad assumere una responsabilità educativa nei  confronti delle nuove generazioni. Vegliate e operate perché la comunità cristiana sappia formare  persone adulte nella fede perché hanno incontrato Gesù Cristo, che è diventato il riferimento  fondamentale della loro vita; persone che lo conoscono perché lo amano e lo amano perché  l’hanno conosciuto; persone capaci di offrire ragioni solide e credibili di vita. In questo cammino  formativo è particolarmente importante – a vent’anni dalla sua pubblicazione – il Catechismo  della Chiesa Cattolica, sussidio prezioso per una conoscenza organica e completa dei contenuti  della fede e per guidare all’incontro con Cristo. Anche grazie a questo strumento possa l’assenso  di fede diventare criterio di intelligenza e di azione che coinvolge tutta l’esistenza.

 FIGLI APERTI ALLA VOLONTA’ DI DIO
Catechesi all’Udienza Generale del 23 aprile 2012

… Il cristianesimo non è una religione della paura, ma della fiducia e dell’amore al Padre che ci ama. Queste due dense affermazioni ci parlano dell’invio e dell’accoglienza dello Spirito Santo, il dono del Risorto, che ci rende figli in Cristo, il Figlio Unigenito, e ci colloca in una relazione filiale con Dio, relazione di profonda fiducia, come quella dei bambini; una relazione filiale analoga a quella di Gesù, anche se diversa è l’origine e diverso è lo spessore: Gesù è il Figlio eterno di Dio che si è fatto carne, noi invece diventiamo figli in Lui, nel tempo, mediante la fede e i Sacramenti del Battesimo e della Cresima; grazie a questi due sacramenti siamo immersi nel Mistero pasquale di Cristo. Lo Spirito Santo è il dono prezioso e necessario che ci rende figli di Dio, che realizza quella adozione filiale a cui sono chiamati tutti gli esseri umani perché, come precisa la benedizione divina della Lettera agli Efesini, Dio, in Cristo, «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo» (Ef 1,4).

Forse l’uomo d’oggi non percepisce la bellezza, la grandezza e la consolazione profonda contenute nella parola «padre» con cui possiamo rivolgerci a Dio nella preghiera, perché la figura paterna spesso oggi non è sufficientemente presente, anche spesso non è sufficientemente positiva nella vita quotidiana. L’assenza del padre, il problema di un padre non presente nella vita del bambino è un grande problema del nostro tempo, perciò diventa difficile capire nella sua profondità che cosa vuol dire che Dio è Padre per noi. Da Gesù stesso, dal suo rapporto filiale con Dio, possiamo imparare che cosa significhi propriamente «padre», quale sia la vera natura del Padre che è nei cieli. Critici della religione hanno detto che parlare del «Padre», di Dio, sarebbe una proiezione dei nostri padri al cielo. Ma è vero il contrario: nel Vangelo, Cristo ci mostra chi è padre e come è un vero padre, così che possiamo intuire la vera paternità, imparare anche la vera paternità. Pensiamo alla parola di Gesù nel sermone della montagna dove dice: «amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,44-45). È proprio l’amore di Gesù, il Figlio Unigenito – che giunge al dono di se stesso sulla croce – che ci rivela la vera natura del Padre: Egli è l’Amore, e anche noi, nella nostra preghiera di figli, entriamo in questo circuito di amore, amore di Dio che purifica i nostri desideri, i nostri atteggiamenti segnati dalla chiusura, dall’autosufficienza, dall’egoismo tipici dell’uomo vecchio.

Vorrei fermarmi un momento sulla paternità di Dio, perché possiamo lasciarci scaldare il cuore da questa profonda realtà che Gesù ci ha fatto conoscere pienamente e perché ne sia nutrita la nostra preghiera. Potremmo quindi dire che in Dio l’essere Padre ha due dimensioni. Anzitutto, Dio è nostro Padre, perché è nostro Creatore. Ognuno di noi, ogni uomo e ogni donna è un miracolo di Dio, è voluto da Lui ed è conosciuto personalmente da Lui. Quando nel Libro della Genesi si dice che l’essere umano è creato a immagine di Dio (cfr 1,27), si vuole esprimere proprio questa realtà: Dio è il nostro padre, per Lui non siamo esseri anonimi, impersonali, ma abbiamo un nome. E una parola nei Salmi mi tocca sempre quando la prego: «Le tue mani mi hanno plasmato», dice il salmista (Sal 119,73). Ognuno di noi può dire, in questa bella immagine, la relazione personale con Dio: «Le tue mani mi hanno plasmato. Tu mi hai pensato e creato e voluto». Ma questo non basta ancora. Lo Spirito di Cristo ci apre ad una seconda dimensione della paternità di Dio, oltre la creazione, poiché Gesù è il «Figlio» in senso pieno, «della stessa sostanza del Padre», come professiamo nel Credo. Diventando un essere umano come noi, con l’Incarnazione, la Morte e la Risurrezione, Gesù a sua volta ci accoglie nella sua umanità e nel suo stesso essere Figlio, così anche noi possiamo entrare nella sua specifica appartenenza a Dio. Certo il nostro essere figli di Dio non ha la pienezza di Gesù: noi dobbiamo diventarlo sempre di più, lungo il cammino di tutta la nostra esistenza cristiana, crescendo nella sequela di Cristo, nella comunione con Lui per entrare sempre più intimamente nella relazione di amore con Dio Padre, che sostiene la nostra vita. E’ questa realtà fondamentale che ci viene dischiusa quando ci apriamo allo Spirito Santo ed Egli ci fa rivolgere a Dio dicendogli «Abbà!», Padre! Siamo realmente entrati oltre la creazione nella adozione con Gesù; uniti siamo realmente in Dio e figli in un nuovo modo, in una dimensione nuova.

… la preghiera cristiana non è mai, non avviene mai in senso unico da noi a Dio, non è solo un «agire nostro», ma è espressione di una relazione reciproca in cui Dio agisce per primo: è lo Spirito Santo che grida in noi, e noi possiamo gridare perché l’impulso viene dallo Spirito Santo. Noi non potremmo pregare se non fosse iscritto nella profondità del nostro cuore il desiderio di Dio, l’essere figli di Dio. Da quando esiste, l’homo sapiens è sempre in ricerca di Dio, cerca di parlare con Dio, perché Dio ha iscritto se stesso nei nostri cuori. Quindi la prima iniziativa viene da Dio, e con il Battesimo, di nuovo Dio agisce in noi, lo Spirito Santo agisce in noi; è il primo iniziatore della preghiera perché possiamo poi realmente parlare con Dio e dire “Abbà” a Dio. Quindi la sua presenza apre la nostra preghiera e la nostra vita, apre agli orizzonti della Trinità e della Chiesa.

Inoltre comprendiamo, questo è il secondo punto, che la preghiera dello Spirito di Cristo in noi e la nostra in Lui, non è solo un atto individuale, ma un atto dell’intera Chiesa. Nel pregare si apre il nostro cuore, entriamo in comunione non solo con Dio, ma proprio con tutti i figli di Dio, perché siamo una cosa sola. Quando ci rivolgiamo al Padre nella nostra stanza interiore, nel silenzio e nel raccoglimento, non siamo mai soli. Chi parla con Dio non è solo. Siamo nella grande preghiera della Chiesa, siamo parte di una grande sinfonia che la comunità cristiana sparsa in ogni parte della terra e in ogni tempo eleva a Dio; certo i musicisti e gli strumenti sono diversi – e questo è un elemento di ricchezza -, ma la melodia di lode è unica e in armonia. Ogni volta, allora, che gridiamo e diciamo: «Abbà! Padre!» è la Chiesa, tutta la comunione degli uomini in preghiera che sostiene la nostra invocazione e la nostra invocazione è invocazione della Chiesa. Questo si riflette anche nella ricchezza dei carismi, dei ministeri, dei compiti, che svolgiamo nella comunità. San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «Ci sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; ci sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; ci sono diverse attività, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6). La preghiera guidata dallo Spirito Santo, che ci fa dire «Abbà! Padre!» con Cristo e in Cristo, ci inserisce nell’unico grande mosaico della famiglia di Dio in cui ognuno ha un posto e un ruolo importante, in profonda unità con il tutto.

Un’ultima annotazione: noi impariamo a gridare «Abba!, Padre!» anche con Maria, la Madre del Figlio di Dio. Il compimento della pienezza del tempo, del quale parla san Paolo nella Lettera ai Galati (cfr 4,4), avviene al momento del «sì» di Maria, della sua adesione piena alla volontà di Dio: «ecco, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).

Cari fratelli e sorelle, impariamo a gustare nella nostra preghiera la bellezza di essere amici, anzi figli di Dio, di poterlo invocare con la confidenza e la fiducia che ha un bambino verso i genitori che lo amano. Apriamo la nostra preghiera all’azione dello Spirito Santo perché in noi gridi a Dio «Abbà! Padre!» e perché la nostra preghiera cambi, converta costantemente il nostro pensare, il nostro agire per renderlo sempre più conforme a quello del Figlio Unigenito, Gesù Cristo.

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