“Vi spiego perché ho abbandonato la Chiesa cattolica”. Un’indagine commissionata da un vescovo del New Jersey negli Stati Uniti ascolta le motivazioni di coloro che lasciano

“La fede cristiana e la Chiesa hanno un avvenire nelle società dell’Europa occidentale?”, si interrogava Kurt Koch – presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani – in un testo sul futuro del cristianesimo nel vecchio continente. Non è una novità il parlare di una crisi profonda, testimoniata dallo svuotarsi progressivo delle chiese per le celebrazioni domenicali – o quantomeno, dall’innalzarsi dell’età dei fedeli praticanti – di pari passo con il volatilizzarsi di quelle che il cardinale svizzero chiama le “grandi convinzioni cristiane”.

Nessuna differenza con quanto accade in Nord-America, specialmente negli Stati Uniti dove il micidiale connubio con lo scandalo della pedofilia – tutt’altro che concluso sia sul versante giudiziario che mediatico – ha prodotto un esodo i cui dati non sono sempre noti in termini di quantità. E dire che nelle diocesi americane il numero di quanti si dichiarano “appartenenti alla Chiesa cattolica” è ben rilevabile dal numero di persone che versano la quota stabilita all’atto della sottoscrizione. Molto meno noti sono però i motivi per cui uno abbandona.

Così mons. David O’Connell, arcivescovo di Trenton in New Jersey nell’autunno scorso ha deciso di indagare e ha affidato una ricerca a due esperti, il gesuita William j. Byron, docente di affari e finanza alla St. Joseph università di Philadelphia e Charles Zech, docente di economia e direttore del centro Studi per il management ecclesiale alla Villanova University di Pennsylvania.

I risultati dell’indagine sono pubblicati sull’ultimo numero della rivista dei gesuiti America con un’ampia sintesi dei due. Quasi 300 gli intervistati – rintracciati attraverso annunci sui giornali, ricerca telefonica o contattati direttamente tramite i parroci – con un’età media di 53 anni, per il 95% bianchi caucasici e 2,1% ispanici; al 63% donne.

Un numero che gli esperti definiscono “sorprendente” ha abbandonato sia la propria parrocchia che la Chiesa cattolica tout court. Circa un quarto di loro si sono staccati dalla parrocchia, ma non dalla Chiesa. Uno spiega: “Come famiglia avevamo trovato una religione alternativa, poi abbiamo capito che la cattolica è quella giusta, ma è gestita dalle persone sbagliate”. Alcuni specificano si essersi allontanati a causa della gerarchia. La stragrande maggioranza individua comunque una motivazione per l’allontanamento.

Una giovane donna ventitreenne confessa: “Mi sono sentita ingannata e sottovalutata. Non ho capito certe decisioni”. Altre motivazioni vengono addotte nei confronti della qualità delle omelie: “Ho provato a recarmi in altre parrocchie della zona perché mi sembrava sempre che l’omelia fosse avulsa dalla realtà”, “Le omelie erano così vuote e spesso si parla di raccolte di fondi: perlopiù soldi e problemi economici”.

Spesso ritorna nelle risposte lo scandalo dei casi di pedofilia. Un uomo dichiara di aver abbandonato quando il suo vescovo si è rifiutato di pubblicare sul sito diocesano l’elenco dei preti accusati di abusi e, a suo avviso, non aveva sostenuto a sufficienza le denunce e i relativi processi.

Alla domanda sugli eventuali cambiamenti della Chiesa che potrebbero indurli a tornare, molti hanno risposto positivamente in merito al sondaggio che avrebbe dato loro il modo di esprimere le loro idee nella speranza di essere ascoltati. Nello specifico di quali fatti nuovi li indurrebbero al rientro il ventaglio è abbastanza ampio: l’accettazione dei divorziati risposati è in testa, seguita da omelie migliori, maggiore trasparenza, e anche maggiore assistenza ai bambini, la presenza di preti più attenti e gentili. Ambivalente la motivazione politica: c’è chi chiede un orientamento più conservatore e chi non ne può più delle omelie con il sapore di arringa tradizionalista, e c’è chi chiede di parlare di più di lavoro, etica, difesa dell’ambiente.

Discreto il numero di risposte positive circa la sensibilità e l’accoglienza dei parroci, ma circa la metà si sono mostrati tutt’altro che entusiasti dei loro pastori. Emergono termini come “distaccato”, “arrogante”, “privo di sensibilità”, termini che fanno riflettere sull’accusa di clericalismo che affiora in diverse parti della diocesi. Più positivi i riscontri sui membri dello staff parrocchiale.

Il clima di comunità è uno degli aspetti più segnalati; alcuni lamentano come la chiesa fosse “solo un luogo per assistere alla messa, priva di partecipazione, perché ero solo in mezzo ad una folla sconosciuta”. “Le mie conoscenze sono al di fuori della comunità parrocchiale. Non credo che a nessuno manchi il fatto che io ho abbandonato”. E c’è pure chi racconta di non essere mai stato interpellato dalla parrocchia per alcunché, “nonostante fossimo regolari sottoscrittori dei versamenti nelle buste!”.

Alla domanda sugli orientamenti della Chiesa che potrebbero averli indotti ad allontanarsi molte risposte riguardano la considerazione degli omosessuali e il problema delle loro unioni civili, seguono la posizione sul divorzio e i risposati, i casi di pedofilia e la copertura da parte dei vescovi, la discriminazione delle donne (anche se non si parla tanto dell’ammissione al sacerdozio), l’obbligo del celibato, i privilegi clericali, l’eccessivo interesse per il denaro (“è sempre solo una questione di soldi”, “una domanda insaziabile”).

Anche il tema dell’aborto torna di frequente: per molti una scelta sbagliata, tuttavia ritengono che la Chiesa si concentri eccessivamente su quello a scapito di altri problemi, come quelli sociali, la povertà, la guerra, l’insufficiente assistenza sanitaria …

Alla richiesta di eventuali esperienze negative vengono menzionate quelle all’interno del confessionale, il rifiuto a pronunciare discorsi in occasione dei funerali o quello a essere padrino/madrina ai battesimi o alla celebrazione di matrimoni misti, gli abusi emotivi o fisici nelle scuole cattoliche, l’essere stato vittima di abuso sessuale.

Cosa direbbero al vescovo se potessero incontrarlo? Non condannare i gay, ma accoglierli come figli di Dio, riconoscere la parità delle donne, allargare la propria posizione sul divorzio, accrescere la sensibilità nei confronti dei problemi delle famiglie, in particolare le mamme, aumentare le confessioni comunitarie, “rinnovare la mentalità arcaica per diventare una religione aperta alla società”, “far sì che la messa non diventi fonte di umiliazione per quanti non possono accostarsi alla comunione”, organizzare corsi per aiutare i preti nelle omelie. Di rimando il vescovo O’Connell ha assicurato che risponderà personalmente alle 25 persone che si sono dichiarate disposte ad essere contattate da lui.

La stragrande maggioranza degli intervistati dichiara di non essere passata ad altre confessioni religiose; tra quanti l’hanno fatto la gamma spazia dai buddisti agli ebrei, fino alle diverse chiese protestanti.

“Abbiamo molto da imparare” concludono gli esperti. Nonostante si trattasse infatti di un gruppo di “scontenti” per campione, colpisce il tono assolutamente positivo e di critica costruttiva. Le risposte non sono certo una novità e riguardano i temi caldi su cui avviene il dibattito anche tra quanti ancora restano. Non mancano di sottolineare quelle risposte che rimproverano alla Chiesa di rispondere con delle norme preconfezionate di fronte alle domande dei fedeli: è tempo di offrire argomentazioni migliori e spiegazioni efficaci della dottrina cattolica, ma si richiede anche una maggior creatività liturgica e pastorale, una declinazione del significato del precetto festivo, una maggiore attenzione alla qualità e all’immagine del clero, compresa l’attenzione a quanti partecipano alla messa, ma sono di lingua diversa.

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