Se si manipolano le parole. Come l’ideologia del gender si è insinuata nelle dichiarazioni internazionali

Come l’ideologia del gender si è insinuata nelle dichiarazioni internazionali violando tra l’altro lo spirito della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo • L’agenda del genere fa divorziare la persona umana da se stessa, dal suo corpo e dalla sua struttura antropologica

di Marguerite A. Peeters

Tratto da L’Osservatore Romano del 15 maggio 2012

La cultura nella quale viviamo racchiude i frutti positivi di un processo storico segnato dalla decolonizzazione (avendo un potente movimento concesso alle donne uno status sociale mai raggiunto prima) e dalla caduta del marxismo-leninismo. In un tempo di globalizzazione accelerata, essa sembra celebrare, forse più che in qualsiasi cultura precedente, l’uguaglianza di tutti gli esseri umani. La nostra generazione ha anche la possibilità di scoprire e di meravigliarsi dell’affascinante diversità dei popoli e delle culture e del loro contributo specifico e insostituibile all’umanità. Percepiamo però un pericolo in un processo definibile come globalizzazione che s’impone dall’alto e che, sotto forma di pari diritti e di non discriminazione, utilizza i canali del governo mondiale per cercare di adattare un consenso a interessi particolari, attraverso un uso manipolatore del linguaggio nel corso del processo di costruzione di tale consenso. Non possiamo negare l’esistenza di una lotta culturale, politica e giuridica che ha luogo in questo forum riguardo all’identità sessuale, all’orientamento sessuale, al contenuto dei diritti e al senso dell’universalità. In questa lotta il linguaggio è un fattore critico.

Esaminiamo la storia del termine genere nel discorso dell’Onu. Il termine è entrato nel linguaggio dei testi negoziati a livello internazionale attraverso i documenti di consenso non-vincolanti del processo delle conferenze dell’Onu degli anni Novanta. Ha avuto grande successo nella Piattaforma d’azione di Pechino (1995), dove la prospettiva del genere è stata al centro e la parità dei sessi è stata l’obiettivo principale. Sulla scia di Pechino, il Segretariato dell’Onu ha subito condotto, con grande efficacia, un esercizio d’integrazione della prospettiva del genere (gender mainstreaming) attraverso tutto il sistema dell’Onu. La parità dei sessi è stata rapidamente identificata come priorità trasversale del governo mondiale, divenendo in pratica una condizione dell’aiuto allo sviluppo. Il significato tradizionale del genere si riferisce alle categorie grammaticali maschile, femminile e neutro, nelle lingue antiche e in quelle moderne. Ma i sociologi e gli psicologi appartenenti all’intellighenzia postmoderna occidentale, dalla metà degli anni Cinquanta, hanno elaborato un significato molto diverso. Nutrendosi allo stesso tempo del femminismo radicale e del movimento omosessuale (che hanno entrambi lottato per ottenere l’uguaglianza solo in termini di potere sociale), hanno distinto il genere dal sesso, limitando il sesso alle caratteristiche biologiche che definiscono uomini e donne, e utilizzando il genere in riferimento a quelli che consideravano essere i ruoli socialmente costruiti dalla società per uomini e donne. In pratica hanno trattato la maternità, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la complementarietà tra i due, l’identità sponsale della persona umana, la femminilità e la mascolinità, l’eterosessualità, come altrettante costruzioni sociali o stereotipi che sarebbero contrari all’uguaglianza, discriminatori e, pertanto, da decostruire culturalmente. Al termine del processo rivoluzionario, lo stesso corpo maschile e femminile era considerato come socialmente costruito. L’agenda del genere fa divorziare la persona umana da se stessa, per così dire dal suo corpo e dalla sua struttura antropologica. Così radicalmente ridefinito, il genere è una pura costruzione intellettuale, difficile da cogliere per le culture non-occidentali.

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