Se la scienza distrugge la responsabilità individuale Volere spiegare tutto con la genetica porta a un revisionismo giuridico che sanziona quello che si è e non ciò che si fa

di Oddone Camerana

Tratto da L’Osservatore Romano del 16 maggio 2012

Orecchianti in materia di neuroscienze, quali molti di noi sono, avevamo accolto con favore fin dal suo nascere questo ramo del sapere rivolto alla cura delle neurodegenerazioni e al potenziamento del sistema immunitario del cervello. Grazie alle neuroimmagini, infatti, la scienza promette di difenderci dalle aggressioni che portano il nome di Alzheimer e Parkinson. Senonché la prospettiva di applicare le neuroscienze al campo giuridico è una novità e si presenta come una contrapposizione che assume i contorni di una rivoluzione. In questa luce Il delitto del cervello (di Andrea Lavazza e Luca Sammicheli, Torino, Codice, 2012) non è solo il titolo di un libro, ma anche il modo in cui vengono definite la sfida lanciata dalle scienze al diritto e l’ingresso di queste ultime nelle aule dei tribunali. Riconoscere l’esistenza del libero arbitrio è cruciale per il fondamento del diritto penale, uno dei principi del quale stabilisce che “la legge punisce comportamenti e non persone”. La tendenza a spiegare tutto quello che si può con la genetica porta a quelle forme di revisionismo giuridico secondo il quale si puniscono le persone invece dei comportamenti e si soddisfa quella domanda di sicurezza in nome della quale, ridotti a cose, si viene sanzionati per quello che si è e non per quello che si fa. Seguendo questa direzione può succedere pertanto che gli strumenti diagnostici si trasformino in tribunali diagnostici.

Siamo fatti di geni e di ambiente, di biologia e di cultura. Un equilibrio questo che non va alterato attribuendo alla genetica la capacità di modificare il cervello o alle neuroscienze quella di leggere nella sua composizione il segreto dei comportamenti. Così facendo si rischia di resuscitare Lombroso e la sua scuola di antropologia criminale alla ricerca dei segni e delle tracce dell’atavismo nascosti nelle fossette occipitali o in altre zone del cranio di chi si pensava fosse affetto da un ritardo dell’evoluzione e da un deficit di libertà. Attenzione, perché le mura di molti manicomi criminali eretti un secolo fa sono ancora in piedi.

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