Care mamme, per salvare i figli servono i papà È la donna che legittima la figura paterna. Ma se questa sparisce, i ragazzi crescono insicuri e arrendevoli. Perché non conoscono più l’essere “maschi” di Stefano Zecchi

Tratto da Il Giornale dell’8 maggio 2012

La paternità, oggi, è qualcosa di diverso rispetto a pochi decenni fa: un dato di fatto, in una società ormai «mammocentrica», dove cioè le mamme sembrano farla da padrone. E il padre che cosa fa, che rapporto ha o dovrebbe avere col figlio? Lo racconta, attarverso riflessioni e soprattutto attraverso la sua esperienza personale, Stefano Zecchi nel suo nuovo libro, «Dopo l’infinito cosa c’è, papà?», in uscita per Mondadori. Lui, che è diventato padre a 59 anni, e che per il figlio è disposto a rinunciare a qualunque impegno. Pubblichiamo una parte del primo capitolo del libro.

La madre possiede un potere smisurato: quello di legittimare o erodere, fino a farla sparire, l’immagine del padre. È lei che gli assegna la funzione paterna. Se questo non accade, se la moglie non riconosce uno spazio d’azione al marito, una dimensione assolutamente sua che lei non possa invadere, provoca – da irresponsabile – l’assenza del ruolo paterno e commette un’ingiustizia verso il marito che mina alla base la stessa struttura famigliare e con essa il sistema educativo. Le madri di oggi hanno generalmente un proprio lavoro, una professione che dà loro molta autonomia, che comporta responsabilità, obblighi decisionali, scelte impegnative (…). Proprio per questo tipo di vita (…) la madre tende a surrogare le funzioni paterne. Senza volerlo – nel migliore dei casi – finisce per assumere anche in famiglia quelle responsabilità, quei ruoli decisionali che dovrebbero essere del padre (…).

Le conseguenze, più generali, sono sotto gli occhi di tutti. Senza un suo ruolo specifico, sollevato dai propri compiti, il padre ha un alibi perfetto (fornitogli dalla moglie) per disinteressarsi della famiglia e dell’educazione del figlio. «Chi me lo fa fare?» pensa, e dice: «Vuol fare tutto lei! Perché devo mettermi a discutere, contrattare, litigare… Cresca lei i figli come vuole!». Chiude la porta e arrivederci, ovviamente con la disapprovazione della moglie che non gli risparmia critiche tutte le volte che lo vede, mentre proprio lei dovrebbe farsi un vero esame di coscienza che potrebbe rimettere a posto la relazione.

Ma c’è anche il padre che reagisce diversamente. Affettuoso nonostante tutto, desidera essere vicino al figlio e alla moglie (…). E finisce per fare il «mammo», cioè il collaboratore domestico della mamma. Per un po’ è felice, si trova ad affrontare funzioni nuove, compiti prima di allora sconosciuti: la madre è contenta, il figlio gli sorride, lui si commuove. Con il passare del tempo si accorge però che quel ruolo è umiliante, che l’ape regina lo costringe a fare il fuco. Il ruolo di mammo è una rinuncia alla sua virilità, a quella virilità che dovrebbe essere alla base della sua educazione del figlio. Ecco il povero papà-mammo immalinconirsi. Non può reagire: e come farebbe? Non vuole sbattere la porta e andarsene, ma vorrebbe fare il papà, non il mammo! Non sa più che pesci prendere.

È inutile andare a spiare il mammo a casa sua (…) C’è però un luogo pubblico in cui si riconosce immediatamente il mammo: il supermercato. È impossibile non identificarlo:lo vedete un po’ curvo spingere faticosamente il carrello della spesa come il condannato ai lavori forzati spinge la carriola piena di pietre che ha appena finito di spaccare con le sue nude mani. Davanti a lui la mogliemadre impettita, sicura di sé, incede con passo ardimentoso, afferrando dallo scaffale di destra il pacco di pannolini, da quello di sinistra la confezione di omogeneizzati. Li getta nel carrello senza neppure voltarsi per vedere dove vanno a finire, perché tanto sa che il marito è esattamente un passo dietro a lei. Il mammo procede spingendo il carrello pesante, con lo sguardo vago, assente. Voi credete che stia sognando spiagge caraibiche, palmeti, mari cristallini, ragazze in costume adamitico… No. Lui sta sognando l’ufficio. Quello è il suo regno! I colleghi, i dipendenti, il principale, discussioni, liti, decisioni, in cui la moglie non può ficcare il naso. Quello è il suo vero mondo, dove si sente realizzato, lo spazio dove ha un proprio ruolo: non la famiglia, in cui si sente un disperso e non sa cosa fare, in preda ai dubbi sulla propria identità. Anche come mammo (…) non è niente. Svirilizzato. Se la percentuale maggiore di padri si suddivide in fuggiaschi, cioè quelli che se la danno a gambe perché tanto con i figli è la madre a voler fare tutto, e mammi, è chiara la ragione per cui oggi si vive in una società mammizzata, dove crescono adolescenti insicuri, impauriti, che si arrendono di fronte a modeste difficoltà e crollano al primo insuccesso perché non hanno avuto quell’esperienza della realtà e quell’apertura al mondo che si riceve attraverso l’educazione paterna (…).

La madre, oggi, deve saper fare un passo indietro: sia lei a spingere il carrello della spesa e lasci (suggerisca, invogli) il marito a giocare con il figlio, perché gli trasmetta la sua maschilità e quella rappresentazione della vita che gli consentirà la formazione di un’identità precisa. Poi, nell’adolescenza, il figlio avrà tempo di mettere in discussione il quadro educativo, «la legge del padre», ma se, durante la propria esperienza di formazione, ha avuto a che fare solo con la figura materna o un suo simulacro, quello del mammo, non avrà né consapevolezza della propria identità, né punti di riferimento reali con cui confrontarsi. Solo interiorità, solo la carezza della mamma che, completamente diversa da quella del padre, lo tiene lontano dalla vita vera. Alla prima difficoltà, questi giovani mammizzati si perdono, credono che tutto sia vano, diventano indifferenti. E l’indifferenza può esplodere nel nichilismo più violento contro gli altri e contro se stessi.

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