Mons. Giampaolo Crepaldi (Arcivescovo di Trieste): “la pluralità e il pluralismo che non trovino nel Vescovo una sintesi efficace e feconda finiscono per lacerare la comunità diocesana”.

Lettera al presidente dell’Azione Cattolica di Trieste
Vita Nuova (settimanale cattolico di Trieste)  26 aprile 2012
Mons. Giampaolo Crepaldi
(scritto  mercoledì 1 dicembre 2010)
Caro Presidente,

1. La Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria ha un posto molto significativo nella storia dell’Azione Cattolica Italiana. Tradizionalmente, in questa occasione, l’Associazione organizza una festa per promuovere il tesseramento. Si tratta di un momento eminente di vita associativa in quanto l’adesione, che si esprime nel tesseramento, implica una chiara consapevolezza della identità dell’Associazione stessa e della responsabilità che gli aderenti si assumono davanti alla Chiesa e ai piedi della Vergine Immacolata

Ho molto a cuore l’Azione Cattolica. Sono grato a questa Associazione di laici cattolici per quanto ha fatto in passato per la Chiesa italiana e per la Chiesa di Trieste. Ritengo che essa abbia ancora davanti a sé un entusiasmante futuro di azione, di sacrificio, di preghiera per l’annuncio di Cristo. L’Azione Cattolica saprà rispondere a questa sua vocazione se avrà ben chiara la propria identità e se, nell’interpretare le nuove esigenze della società di oggi, non perderà di vista i principi irrinunciabili che danno senso alla sua azione e alla sua stessa esistenza.

In questo particolare momento, in cui la Chiesa universale è impegnata a seguire il Santo Padre Benedetto XVI nella nuova evangelizzazione e la Chiesa di Trieste si incammina vero il Sinodo diocesano, interrogandosi in profondità su quanto l’annuncio cristiano richieda da noi, sento il dovere di richiamare alcuni punti riguardanti l’identità dell’Azione Cattolica, abbandonati o offuscati i quali essa non sarà in grado di attingere forza spirituale dalla propria storia passata e non riuscirà ad essere lievito di evangelizzazione per il futuro. I punti che vengono esposti in questa lettera vanno considerati nel contesto del documento Essere Lettera di Cristo a Trieste, dove, facendo tesoro del preziosissimo insegnamento del Concilio Vaticano II, ho delineato per i cattolici della Diocesi un itinerario di  conversione personale e di rinnovamento ecclesiale.

2. Il primo di questi punti riguarda l’Azione cattolica e il suo rapporto con la Gerarchia ecclesiastica. L’Azione Cattolica non è una qualsiasi Associazione di laici cristiani. Essa è un’Associazione di laici cristiani che hanno assunto il mandato di essere i primi collaboratori dei Pastori della Chiesa. L’Azione Cattolica non ha un proprio programma, ha il programma pastorale della Chiesa, di cui si pone a servizio. L’umile, docile, vitale, fattiva collaborazione con il Santo Padre, il Vescovo diocesano, il Parroco comporta non solo uno stile esteriore, ma una profonda ispirazione interiore che non deve mancare negli aderenti all’Associazione. Nel ministero svolto dalla Gerarchia della Chiesa essi non vedono una forma di potere, ma un servizio alla comunità cristiana, un aiuto alle coscienze perché si liberino dalla dipendenza da se stesse e si aprano alla verità, un’opportunità di educazione all’autentica libertà. È sempre sbagliato applicare ai rapporti ecclesiali le categorie sociologiche dei rapporti politici. L’Autorità, nella Chiesa, è un servizio all’unità, ossia alla costruzione del Corpo di Cristo; l’obbedienza edifica la comunione ecclesiale; la pluralità e il pluralismo che non trovino nel Vescovo una sintesi efficace e feconda finiscono per lacerare la comunità diocesana.

Un’Azione Cattolica per la quale gli orientamenti, non solo dottrinali ma anche pastorali, del Vescovo fossero considerati un’opinione o una generica indicazione da interpretarsi soggettivamente, non potrebbe assolvere adeguatamente al proprio compito.

2. Un secondo punto che sento il dovere di richiamare riguarda l’impegno educativo dell’Azione Cattolica. Tale impegno educativo assume oggi una particolarissima importanza, sia perché i Vescovi italiani lo hanno indicato come primario nel piano pastorale per il prossimo decennio, sia perché non si dà nuova evangelizzazione senza un impegno educativo coerente con la fede, sia, infine, perché senza educazione cristiana non si apre a Dio un posto nel mondo. Si tratta di una questione pastorale di radicale importanza per il futuro della fede cristiana.

È bene però tenere presente che l’educazione cristiana non educa ad un generico umanesimo senza Cristo e senza Chiesa. Non è una semplice formazione ai valori naturali e civili, privati della loro dimensione verticale ed ecclesiale. È certamente più semplice educare adoperando le stesse parole che adopera il mondo, ma noi dobbiamo educare ed evangelizzare l’uomo redento da Cristo, l’uomo “nuovo”, l’uomo che si specchia nel Volto di Cristo. Non c’è umanesimo educativo se non nella pienezza dell’umanesimo cristiano (cf Gaudium et spes, n. 22).

3. Vorrei infine toccare l’argomento della laicità dei cristiani adulti. Il cristiano “adulto” è il cristiano maturo, che si è fatto invadere da Cristo e dal suo Spirito santo e abbracciare dalla Chiesa, non chi mette da parte la propria fede per entrare in una indistinta laicità dove si fa di tutto per non mostrare il proprio volto con il pretesto di non offendere gli altri che la pensano in maniera diversa.

In Cristo, Dio ci ha fatto vedere il suo Volto, ci ha mostrato il suo Volto umano e, così facendo, ci ha rivelato la piena verità di noi stessi e della nostra umanità. La Chiesa annuncia il Dio “absconditus”, che tutti gli uomini cercano senza possederlo perché non ne hanno ancora visto il Volto. Quale forma di “rispetto umano” potrebbe trattenerci dall’annunciare al mondo, in maniera chiara e convinta, il Volto di Dio?

Quale riduzionismo della portata e del valore incommensurabile della fede potrebbe farci dimenticare che “tutte le cose verranno ricapitolate in Cristo”, quelle del cielo come anche quelle della terra? Come potremmo, in ossequio ad un concetto limitato di laicità, separare la vocazione terrena dell’uomo da quella eterna e dimenticare che in ogni frammento della nostra vita, anche della vita pubblica, si gioca un destino di eternità? Quando l’Azione Cattolica – e non solo essa – dovesse cedere a queste lusinghe, finirebbe per cadere vittima delle separazioni che mortificano la vita, delle rivendicazioni di parte che corrodono l’unità, si separerebbe dal “sentire cum Ecclesia”, che è invece la sua stessa ragion d’essere e abituerebbe i suoi membri a “pensare in proprio”, che è cosa ben diversa dal pensare in quanto tale e, soprattutto, dal pensare nella fede.

Tramite lei, caro Presidente, ho voluto richiamare l’attenzione di tutti gli aderenti all’Associazione su aspetti dell’identità e della missione dell’Azione Cattolica che considero decisivi. Lo sguardo di fede rivolto alla Vergine Immacolata aprirà le nostre menti e i nostri cuori a queste esigenze che l’annuncio cristiano oggi rende particolarmente urgenti.

Con affetto paterno benedico lei e tutta la nostra amata Azione Cattolica tergestina.

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