Ma quale primavera araba

Nicola Scopelliti
28-04-2012

Dal numero in uscita del mensile “Studi Cattolici” pubblichiamo questa intervista a mons. Paul Dahad, vicario apostolico dei Latini in Libano

Beirut (Libano): nonostante i campi profughi siano pieni di rifugiati siriani, provenienti dalla vicina cittadina di Tall Kalakh e dalla regione di Homs, una delle roccaforti dei manifestanti e dei sempre più numerosi disertori dell’esercito, l’ormai inesistente regime di Bashâr al-Assad ha deciso di far minare il confine con il Libano. L’obiettivo principale è quello di fermare il traffico d’armi. Ma l’iniziativa di Damasco sancisce un riconoscimento, de facto, della divisione della Siria dal Libano, considerato da sempre, da parte siriana, il «giardino di Damasco». La zona, ora minata, Wadi Khaled, è situata tra i villaggi di Kneisse e Hnaider, ed è stata scelta dai disertori per trovare rifugio nel Paese dei cedri. La situazione, purtroppo, con il trascorrere dei giorni diventa, come riferiscono le cronache dei media internazionali, sempre più difficile. Ma qual è la reale situazione in Libano? Ne parliamo con l’Arcivescovo mons. Paul Dahdad OCD, vicario apostolico dei Latini di Beirut, il cui territorio è suddiviso in otto parrocchie.

Eccellenza, che cosa vuol dire essere vescovo in Libano, in una terra così martoriata? 
Mi presento: ho sempre svolto il mio ministero sacerdotale ed episcopale in terre martoriate. Sono rientrato in Libano come sacerdote novello nel 1967. Nel 1983 sono stato nominato arcivescovo di Baghdad dei Latini. Successivamente, ho vissuto la guerra civile libanese e le sue conseguenze. In piena guerra iracheno-iraniana sono arrivato come vescovo in Iraq. I primi cinque anni sono stati di guerra. Ci fu un intervallo di pace, per due anni, dal 1988 al 1990. Ma con l’invasione del Kuwait scoppiò un altro conflitto, che ricordiamo col nome di «Tempesta del deserto», con tutte le conseguenze sociali ed economiche che si possono immaginare. Sono stati tempi drammatici e tragici. Sono poi ritornato in Libano come vicario apostolico di Beirut dei Latini nel 1999, rimanendo Amministratore apostolico di Baghdad «sede vacante».

Ma in Libano non ci sono, per fortuna, gravi conflitti
.
No, ma si vive nell’instabilità, nella mancanza di sicurezza e nell’incertezza per il futuro. Essere vescovo in questa situazione vuol dire essere presente per incoraggiare, consolare, aiutare moralmente e materialmente nella misura del possibile. A volte non si può fare un granché, ma essere presenti, tra la gente, è molto importante per dare a essa un senso di sicurezza. Nel frattempo aspettiamo tempi migliori.

Esiste un dialogo con i leader dei partiti politici cristiani presenti nel Paese dei cedri?
Personalmente non ho nessun contatto con politici cristiani o musulmani. Non svelo un segreto se dichiaro che li evito. I politici vorrebbero che la gente di Chiesa pensi e agisca come loro desiderano. C’è, invece, dialogo con i Patriarchi cattolici presenti in Libano. Quello che possono fare loro, non me lo posso permettere io come Vicario apostolico di una piccola comunità.

E con gli Hezbollah? 

Non ho nessun rapporto. Posso avere avuto qualche contatto occasionale con qualcuno pro-Hezbollah. Ma non voglio essere trascinato, magari per strumentalizzazioni, per l’abito talare.

In un quadro di distensione in Medio Oriente, Hezbollah potrebbe rinunciare alle armi?
Se si riuscisse a raggiungere una pace seria e autentica, basata su fondamenti solidi tra Israele e i Paesi arabi in generale e il Libano in particolare, Hezbollah dovrebbe rinunciare alle armi. Ma se ha altri progetti, non lo posso né immaginare né prevedere. Con la pace tutti i pretesti dovrebbero cadere.

Questa pace, un giorno, sarà una realtà o rimarrà un sogno?
Chi lo sa?

Si dice spesso che è indispensabile una convivenza tra musulmani e cristiani… Il Libano può diventare un modello di convivenza? 
Finora e nonostante tutti conflitti confessionali, il Libano è considerato un modello di convivenza. Nell’Esortazione apostolica Una nuova speranza per il Libano, il beato Giovanni Paolo II parlò del Libano come possibile «messaggio» per la convivenza. In Libano essa è indispensabile. C’è sempre il rischio di una guerra civile tra musulmani e cristiani, come nel 1975-’76, il cui esito non produsse alcun risultato. Anzi i cristiani risultarono sconfitti.

C’è un’alternativa? 
Forse l’unica strada percorribile è il federalismo, dei piccoli «isolotti» che diventerebbero dei ghetti, ma con il rischio che le distinte comunità si facciano la guerra.

Noi cristiani che predichiamo la pace, la riconciliazione possiamo ancora parlare di guerra giusta? 
Non va dimenticato che, attualmente, in Libano, i contrasti non sono tra musulmani e cristiani, ma essenzialmente uno scontro tutto interno all’orizzonte musulmano, cioè tra sciiti e sunniti. I cristiani sono divisi in due fazioni: una pro-sciita e l’altra pro-sunnita.

Quale la sua opinione sulla cosiddetta «primavera araba»? 
«Primavera araba» è uno dei tanti slogan inventati dai governanti e dai media occidentali come: «scontro di civiltà», «asse del bene e asse del male», «caos creativo»… Uno slogan inventato e non frutto di realtà. Non mi pare che si tratti di una primavera, ma di un inverno cupo. Con la primavera la natura si risveglia, rifiorisce. Sinora i bei fiori profumati non si son visti. Se son rose fioriranno, ma non so quando.

Le popolazioni che si sono ribellate reclamano maggiore libertà e una via araba alla democrazia. Sarà possibile?

Mi permetto di dire che la democrazia non è una merce che si compra o si vende, che si importa o si esporta. La democrazia è un valore umano e cristiano a cui bisogna educare i popoli. Imporre la democrazia con la forza delle armi è una contraddizione. Ci vuole molto tempo per familiarizzare col sistema democratico. Ad alcuni non conviene e non fa comodo. E non si può avere la democrazia con la bacchetta magica. Le popolazioni si ribellano, ma sono altri che colgono i frutti di questa ribellione. I popoli, come dice Cristo, sono pecore senza pastore, destinate al macello.

Modernità e globalizzazione hanno d’improvviso reso più evidente lo scarto tra un Occidente tecnologicamente avanzato e un Medio Oriente frenato nello sviluppo da sistemi politici totalitari. Modernità e globalizzazione sono dei termini ambigui. Se si tratta di sviluppo tecnologico, i Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman ecc.) sono, in un certo senso, più sviluppati dei Paesi occidentali. Centrale e prioritario per le Nazioni mediorientali è il rispetto dei diritti dell’uomo: libertà religiosa, di pensiero, di parola, dignità della donna ecc. Andrebbe fatto un grande sforzo nella direzione di eliminare le discriminazioni. E il risultato sarà senz’altro la democrazia liberamente scelta e non imposta. Le imprese occidentali portano nei Paesi del Medio Oriente le più alte tecnologie, ma non basta… Non di solo pane vive l’uomo. Nell’uomo deve prevalere l’essere sull’avere. Non è funzionale ai sistemi totalitari risvegliare la coscienza dei cittadini. Ma essi andrebbero combattuti e rimpiazzati. Il potere logora coloro che lo detengono e che vi aspirano con bramosia.

Mons. Dahdad, è vero che il popolo chiede che siano combattuti disoccupazione, corruzione e sottosviluppo economico? È un sogno che potrà diventare realtà?
Si tratta di una richiesta giusta. Ma i sistemi politici che ora si stanno imponendo in Iraq, Libia, Tunisia, Yemen ecc. sono veramente democratici, immuni dalla corruzione e con il solo obbiettivo di conseguire il bene comune? Ci sono organizzazioni locali e nazionali di controllo? Giungono al potere senza risorse, ma lo lasciano dopo essersi ben arricchiti, mentre il popolo rimane nell’indigenza. Penso, che per il momento, combattere disoccupazione, sottosviluppo e corruzione sia un sogno. Ma vorrei avere torto e sperare contro ogni speranza.

Si è parlato di ridisegnare la carta geografica del Medio Oriente? Quale la sua opinione? 
Da tempo si parla di questo nuovo ordine geografico del Medio Oriente, in modo particolare negli Stati Uniti. Si è prospettata l’idea di un grande Medio Oriente. Ma va denunciato, prima di tutto, che le grandi potenze osano imporre ai piccoli Paesi, ciò che considerano indispensabile ai loro interessi. Ma chi ha conferito loro questo diritto? Si vuole ridisegnare il Medio Oriente, creando degli Stati confessionali per giustificare Israele, ispirandosi alla teoria di Huntington sullo «scontro delle civiltà». Sarà questa la soluzione? Ne dubito!

Queste rivoluzioni rappresentano una speranza o un pericolo per le minoranze cristiane? 
Finora non si è profilata all’orizzonte alcuna speranza per le minoranze cristiane. Basti pensare all’Iraq e all’Egitto… ma presto ciò accadrà anche in Siria, nel caso in cui avvenisse un rovesciamento del regime. Soltanto un regime laico e democratico, sul modello occidentale, potrà ispirare fiducia e speranza alle minoranze cristiane. I cristiani che hanno lasciato l’Iraq sono più della metà.

Ma i cristiani si sentono parte integrante del Medio Oriente? 
Certamente. Sono stati i primi e principali promotori del rinascimento arabo tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Ma se il Medio Oriente finirà per essere governato da regimi fondamentalisti e intolleranti, i cristiani cercheranno un rifugio altrove. Meglio così che essere destinati al suicidio.

L’Oriente arabo rifiuta la democrazia occidentale perché vuole trovare una sua democrazia, oppure la teme? 
Personalmente non conosco nessun modello di democrazia araba. Forse il Medio Oriente arabo la sta cercando, ma non so delinearne i tratti. Penso tuttavia che ciò che esso teme della democrazia occidentale sia la categoria della libertà.

Secondo lei ci sarà la pace tra Israele e la Palestina? 
Mi ricordo d’aver letto un libro intitolato: La Guerra più lunga, la pace più difficile, pubblicato in lingua italiana. La pace ci sarà presto o tardi. Ma a spese di chi e di che cosa, non lo so.

Negli ultimi anni l’emigrazione ha assunto un aspetto molto preoccupante. Si può fermare questo esodo? 
Ritengo che le cause di questo esodo siano due. La prima, la più importante e decisiva, è la mancanza di sicurezza; la seconda è fuga dalla povertà.

Che cosa può fare la Chiesa, che è una forza morale?

Purtroppo, non riesce a incidere nelle situazioni articolate e complicate dei Paesi del Medio Oriente. C’è poi una persecuzione vera e propria dei cristiani. Già in atto in Iraq e presto, probabilmente, in altri Paesi.

Eccellenza, parliamo dei giovani. La creazione di piccole imprese può essere uno strumento per aiutare i giovani?
Dove c’è sicurezza e stabilità, la creazione di piccole imprese può aiutare molto i giovani, non soltanto a non emigrare, ma anche a non abbandonare i villaggi di montagna per andare nelle grandi città.

Che cosa fate per sostenere le donne a realizzare il loro sogno di contribuire allo sviluppo sociale e famigliare?
Oggi in Libano, o perlomeno negli ambienti cristiani, le donne godono degli stessi diritti dell’uomo. Quasi tutte le scuole private sono diventate miste e aperte ai due sessi. Forse nel campo politico non c’è ancora una presenza femminile adeguata. Ma questo avviene anche in Occidente. La società mondiale è maschilista. Da parte nostra cerchiamo di combattere le violenze praticate dagli uomini contro le donne. Facciamo costantemente appello, in tutti i nostri discorsi, all’uguale dignità della donna e dell’uomo.

«La famiglia: il lavoro e la festa» è il tema della giornata mondiale della famiglia. In Libano qual è lo «stato di salute» del nucleo famigliare? 
In generale, la famiglia gode ancora di buona salute. Però, attraverso i media e i viaggi, le «malattie» della famiglia occidentale cominciano ad approdare anche da noi. Il Libano è un Paese che importa quasi tutto dall’Occidente, compresi i virus, le malattie e le cattive abitudini. I divorzi aumentano… di anno in anno.

Monsignore, la famiglia, da sempre, è il luogo privilegiato per la trasmissione della fede. Ma il matrimonio civile fa ancora discutere. Una ferita che stenta a chiudersi?
La famiglia cristiana libanese potrebbe, in qualche modo, essere ancora considerata come luogo di trasmissione della fede. Ma non soltanto i figli, anche i genitori hanno bisogno di ricevere un’educazione cristiana solida e vigorosa. A volte capita che le famiglie trasferiscano l’onere della formazione cristiana alla scuola e alla parrocchia. Ci sono poi alcuni che sostengono l’idea del matrimonio civile, che in Libano non è ancora in vigore. I cristiani acconsentono a tale ipotesi più agevolmente dei musulmani, perciò alcune coppie contraggono matrimonio civile a Cipro, ottenendo poi la convalida dallo Stato libanese che riconosce legittimità all’atto.

Quali sono le sfide che attendono la Chiesa in Libano? 

Bisognerebbe porre questa domanda ai Patriarchi delle Chiese Orientali, sui juris, così come anche a quelli ortodossi. Ma prima di tutto andrebbe costituito un movimento ecumenico leale e schietto che possa assumere uno stesso atteggiamento per quanto riguarda i problemi nazionali civili e religiosi. C’è ancora troppa differenziazione tra le diverse confessioni religiose e l’apertura ai non cristiani è indispensabile. La Chiesa ha anche di fronte delle sfide per rispondere alle aspettative dei giovani. Ma deve anche dare una testimonianza migliore di povertà evangelica. Intendo per Chiesa, la gerarchia, i sacerdoti diocesani, i consacrati e le consacrate.

 

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