L’assoluzione di Galileo. di Rino Cammilleri

Sul Sole 24ore del 22 gennaio 2012 è comparsa, a firma di Massimo Bucciantini, una recensione al libro di Antonio Beltràn Marì Talento e potere. Storia delle relazioni tra Galileo e la Chiesa cattolica (Tropea), dal titolo «Galileo né devoto né pio» da cui traggo il seguente passaggio:

«Per ironia della sorte, proprio nello stesso anno in cui a Roma si riabilitava solennemente Galileo e lo si consacrava uomo di scienza e di fede, a Padova un insigne studioso francescano, padre Antonino Pioppi, pubblicava alcuni documenti dell’Archivio di Stato di Venezia relativi a una denuncia contro Galileo e l’eterodosso filosofo aristotelico Cesare Cremonini. Si veniva così a sapere che la prima denuncia contro lo scienziato non era quella rilasciata al Sant’Uffizio romano dal domenicano Tommaso Caccini il 20 marzo 1615, da cui prese l’avvio la vicenda destinata a condurre al decreto anticopernicano del 5 marzo 1616; ne esisteva invece una che risaliva a ben undici anni prima, al 21 aprile 1604. Quel giorno Silvestro Pagnoni, che abitò per diciotto mesi nella casa di Galileo e fu al suo servizio con il compito di copiare le dispense da distribuire ai numerosi studenti che frequentavano le lezioni private, si presentò spontaneamente ai giudici dell’Inquisizione di Padova per accusare il suo padrone di esercitare l’astrologia divinatrice e di “vivere hereticalmente”. Pagnoni riferiva di averlo più volte “osservato”, cioè spiato, e di averlo visto andare a messa una sola volta, e pure quella volta allo scopo di incontrare un amico. Non solo: da sua madre aveva anche saputo che “mai si confessa et si communica”, e avuto l’incarico di seguirlo nei giorni di festa, dichiarava sotto giuramento che “in cambio di andare alla messa andava da quella sua putana Marina veneziana”. Il procedimento non ebbe nessun seguito. L’intervento del governo veneziano mise tutto a tacere, considerando “leggierissime et di nessun momento” le accuse contro i due illustri professori. Resta però il fatto che simili accuse mal si conciliano con l’immagine dell’uomo profondamente religioso restituita da tanta stampa cattolica. Forse è più corretto sostenere che Galileo non era incline a certe pratiche devozionali: o si dovrà concludere, come fa Beltràn Marì (…), che il problema religioso gli era estraneo».

In effetti, è probabile che la religiosità di Galileo sia stata sopravvalutata. Sappiamo che morì con i sacramenti e la speciale benedizione del papa, e che «Gesù» fu la sua ultima parola. Tuttavia, che considerasse la religione come un semplice elemento del panorama del suo tempo non ci stupisce. Le sue figlie le monacò perché, avendole avute con la sua concubina Marina Gamba, non avrebbe potuto maritarle convenientemente. Né lui si sognò mai di regolarizzare la sua posizione, perché sposare una lavandaia gli avrebbe ostacolato la carriera nelle corti dei suoi nobili protettori. Dietro compenso, maritò la donna a un calzolaio. Il terzo figlio avuto da lei lo fece adottare da un prete compiacente.

Insomma, Galileo non era uno stinco di santo e non c’è nulla di male ad ammetterlo. Non fu, né rimase, il solo grande scienziato afflitto da debolezze umanissime. Semmai, è da rimarcare il fatto che nessun ecclesiastico gli rinfacciò mai la sua vita privata. Galileo ebbe favori, onori e prebende dalla corte pontificia e dallo stesso papa, e i potenti gesuiti della Specola Vaticana fecero sempre quadrato attorno alle sue scoperte. La Chiesa, anche quella della Controriforma, era la Chiesa di sempre: ferma sui princìpi, indulgentissima con gli uomini concreti. Particolarmente con lui.

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