L’amore secondo don Karol Wojtyla

di Yves Semen
28-04-2012

 

Dal libro “La famiglia secondo Giovanni Paolo II” in uscita per San Paolo (pp. 64, euro 6,50) pubblichiamo questa preziosa testimonianza su Karol Wojtyla.

Tutta la vita sacerdotale e apostolica di Giovanni Paolo II è ruotata in qualche modo intorno all’amore umano. Questo è quanto testimoniava egli stesso nel 1994 al giornalista Vittorio Messori in un libro-intervista intitolatoVarcare la soglia della Speranza: «L’amore non è cosa che s’impari, e tuttavia non c’è cosa che sia così necessario imparare!». E il Papa proseguiva con questa confidenza: «Da giovane sacerdote imparai ad amare l’amore umano. Questo è uno dei temi fondamentali su cui concentrai il mio sacerdozio, il mio ministero sul pulpito, nel confessionale, e anche attraverso la parola scritta».

Attraverso queste parole, è Giovanni Paolo II stesso che disvela il disegno di tutta la sua vita. È ordinato sacerdote il 1° novembre 1946, in occasione della festa di Ognissanti, dal cardinale Sapieha, poi è inviato a Roma per perfezionare la sua formazione filosofica all’Angelicum, l’Università pontificia affidata ai domenicani. Al suo ritorno, nel 1948, è nominato vicario in una piccola parrocchia rurale vicino a Cracovia, ai piedi dei Carpazi, Niegowic, dove rimarrà solo otto mesi. Ma in otto mesi celebrerà tredici matrimoni e cinquanta battesimi! Dopo questo primo incarico, nel marzo del 1949 è nominato vicario dell’importante parrocchia di San Floriano a Cracovia e, dall’anno successivo alla sua nomina, crea il primo programma di preparazione al matrimonio di tutta la storia dell’arcidiocesi di Cracovia. In precedenza, la preparazione al matrimonio si limitava a un semplice colloquio con il sacerdote che avrebbe benedetto le nozze, in modo da mettere a punto i dettagli pratici dell’organizzazione della cerimonia e da adempiere alle formalità giuridiche della dichiarazione.

Don Wojtyla, lui, instaura un autentico e metodico programma di preparazione al matrimonio. Ecco un estratto di una delle sue conferenze di preparazione: «L’istinto sessuale è un dono di Dio. L’uomo può offrire questo istinto a Dio solo attraverso un voto di verginità. Può offrirlo a un altro essere umano con la consapevolezza che lo offre a una persona. Non può essere un atto casuale. Dall’altra parte c’è un essere umano che non va ferito, che si deve amare. Solo una persona può amare una persona. Amare significa desiderare il bene dell’altro, offrire se stessi per il bene dell’altro. Quando, come esito del dono di se stessi per il bene di un altro, nasce una nuova vita, quella donazione di sé deve scaturire dall’amore. In questo campo non si deve separare l’amore dal desiderio. Se rispettiamo il desiderio all’interno dell’amore, non violeremo l’amore… ».

Il risultato di questo genere di catechesi è che, in ventotto mesi di vicariato a San Floriano, celebra centosessanta matrimoni, ossia, in media, un po’ più di uno a settimana… Nel 1951, sempre a San Floriano, dà origine a quello che diventerà lo Srodowisko. Questa parola polacca, tanto intraducibile quanto impronunciabile, significa in qualche modo l’ “ambiente”, la “rete” o il “circolo”. In origine, è un raggruppamento di giovani per i dibattiti intellettuali, ma sempre in contatto con l’esperienza concreta, che molto spesso gira intorno al tema dell’amore, della vocazione, del matrimonio. È qui che don Wojtyla si vede affibbiare, su sua richiesta, il soprannome di Wujek, vale a dire “Zio”, un nome in codice destinato a proteggerlo dalle autorità comuniste, le quali non vedevano di buon occhio il fatto che i sacerdoti si occupassero di giovani.

In questo Srodowisko, ovviamente, prepara i giovani al matrimonio, nel corso d’intere giornate di preghiera e di riflessione con ciascuna coppia di fidanzati. Il suo tema fondamentale ruota sempre intorno al fatto che il matrimonio è un’opera di dono di sé e non affermazione di sé: «L’amore non consiste nel realizzarsi attraverso l’altro, ma nel donarsi a un altro per il suo bene e nel riceverlo in dono», diceva. Questa definizione dell’amore prefigura già la bella proposizione della costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, alla quale contribuirà ampiamente: «L’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per sé stesso, non può ritrovarsi piena¬mente se non attraverso un dono sincero di sé» (GS, n. 24).

Alla fine del 1951, parte da San Floriano per redigere la sua tesi di dottorato in filosofia e, in seguito, sarà nominato cappellano degli studenti dell’Università cattolica di Lublino. Lo Srodowisko diventa allora, in qualche modo, la sua parrocchia “itinerante”. Perché itinerante? Perché i grandi momenti di raduno di questa rete sono i tradizionali campi di kayak d’estate e di sci d’inverno. Karol Wojtyla riteneva che la sua parrocchia fosse questo circolo, questo ambiente, questa rete, poiché non poteva concepire che un prete non avesse parrocchia. Troviamo già, qui, qualcosa del suo approccio nuziale al sacerdozio: il prete, conformato a Cristo attraverso il suo sacerdozio, è, con Cristo, sposo della Chiesa. Per sviluppare il suo cuore di sposo, il sacerdote ha dunque bisogno della “visibilità” della Chiesa, che gli è affidata come una sposa. Non essendo assegnato ad una parrocchia nel senso tradizionale del termine, è lo Srodowisko che ne fa le veci. Ovviamente continua la preparazione al matrimonio dei membri dello Srodowisko attraverso colloqui, incontri, anche scambi epistolari.

Ecco l’estratto di una lettera che indirizzava a Teresa Heydel. Se ne percepisce immediatamente il tono:
«Cara Teresa, la gente ama pensare che a Wujek piacerebbe vedere tutti sposati. Ma io penso che sia una falsa immagine. Il problema più importante è davvero qualcos’altro. Ognuno… vive, soprattutto, per l’amore. La capacità di amare autenticamente, non la capacità intellettuale, costituisce la parte più profonda di una personalità. Non è un caso che il più grande comandamento sia amare. L’amore autentico ci conduce fuori da noi stessi ad affermare gli altri: a dedicarsi alla causa dell’uomo, al popolo e, soprattutto, a Dio. Il matrimonio ha senso… se dà l’opportunità di un amore del genere […]. Non basta semplicemente voler accettare un simile amore. Bisogna sapere come darlo, e spesso esso non è pronto a essere ricevuto. Molte volte è necessario aiutarlo a formarsi. Wujek».

Altra lettera alla stessa Teresa, alcuni mesi dopo:
«Cara Teresa, […] dopo tante esperienze e molta riflessione, sono convinto che il punto di partenza (oggettivo) dell’amore è realizzare che un altro ha bisogno di me. La persona che oggettivamente ha bisogno di me è anche, per me, oggettivamente, la persona di cui io ho più bisogno. Questo è un frammento della profonda logica della vita, e anche un frammento della fiducia nel Creatore e nella Provvidenza». E la lettera si conclude: «Non pensare mai che io voglia interrompere la tua strada. Io voglio che sia la tua strada».

Istituisce anche una giornata di raccoglimento per le giovani mamme alla vigilia del parto – una giornata intera, perché dare alla luce un bambino è un atto superiore, una cooperazione insigne all’opera della creazione. Battezza i neonati, va a benedire le loro case… È un’abitudine che conserverà sempre, finché sarà a Cracovia… Anche se arrivava spesso – in verità quasi sempre – in ritardo!

Ecco cosa riferisce un’altra Teresa, Teresa Malecka: «Aveva sempre tempo. Capiva che battezzare significava venire a casa, stare con la famiglia, benedire il bambino che dorme nel lettino. Non dovevamo chiedergli di farlo; era lui a volerlo fare».

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