L’aborto di sé

Autore: Saro, Luisella  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele

Fonte: CulturaCattolica.it
lunedì 7 maggio 2012

«Vita che non osai chiedere e fu, / mite, incredula d’essere sgorgata / dal sasso impenetrabile del tempo, / sorpresa, poi sicura della terra, / tu vita ininterrotta nelle fibre / vibranti, tese al vento della notte…».
(M. Luzi, Monologo)

Saranno parole aspre e dolcissime, queste. Come la vita. Che non ha mai promesso a nessuno che la strada sarebbe stata in discesa, ma che, nei modi che conosce lei sola, sempre ci dona più di quanto sappiamo sperare.
Sarà, questo, il mio contributo di donna alla Marcia per la vita, che si svolgerà il 13 maggio a Roma. Di donna, prima ancora che di madre: perché li ho visti e non li dimentico gli occhi spenti di giovani amiche uscite dall’ospedale dopo aver abortito. Dentro, nel cuore, una ferita che non si rimargina più. Ho visto e non lo dimentico lo sguardo smarrito di alunne adolescenti lasciate sole; in mano l’Ru486. Sole. Senza il ragazzo a cui credevano di essersi donate. Sole. Senza genitori con cui potersi confidare, o medici con il tempo di ascoltare. Sole. Compresse di mifepristone nel palmo della mano, un foglio di istruzioni e poi a casa. Sole ad “espellere il materiale gravidico”: il loro bambino.
E perché non si dica «ecco la solita predica pro-life dei soliti sfegatati di cattolici, integralisti fino al midollo», le parole saranno di altri, non mie. Non c’è scritto da nessuna parte che la vita è un valore sacro, e intangibile, e non negoziabile solo per i cattolici. E non c’è scritto da nessuna parte (o forse c’è scritto, ma è una balla colossale) che, di fronte alla maternità e alla paternità, c’è differenza tra il cuore di un uomo e il cuore di una donna…L’aborto di sé
«Irene Vilar ha rivendicato la propria vita nel momento in cui ha, finalmente, portato a termine la sua gravidanza e dato alla luce la donna che è oggi, dopo una tragedia durata anni e infinitamente peggiore di tutti gli aborti: l’aborto di sé. (…) Dobbiamo avere il coraggio di non dimenticare che il
diritto di ogni donna a poter disporre del proprio corpo include non solo il diritto a disporre del proprio utero ma anche della propria voce. Irene Vilar ha coraggiosamente lasciato esprimere quella voce. Ascoltiamola». (R. Morgan, postfazione a I. Vilar, Scritto col mio sangue, Corbaccio, 2009).
« “Come posso raccontare l’orrore in cui ho fatto precipitare una ragazza per quindici volte? Sì, ero aborto-dipendente e non cerco scusanti. Tutto può essere spiegato, giustificato, questo almeno ci ha spiegato la storia dell’ultimo secolo. Ogni cosa, eccetto il peso di una vita interrotta che morirà con me”. Appena fissai sulla carta quelle parole, mi sentii affrancata da una vita che sembrava maledetta e riuscii a immaginare, finalmente, il volto di mia figlia (…). E’ stato a metà della mia sedicesima gravidanza che mi sono riappacificata con il mio desiderio di maternità e mi sono innamorata della mia condizione e del futuro che si sviluppava dentro di me. Mia figlia Loretta è la coerenza emersa da trentacinque anni pieni di vergogna. Su un lato dello specchio del mio bagno ci sono diverse foto di mia figlia Loretta Mae. In una, è dentro l’incubatrice, ha pochi minuti di vita, ha il viso rivolto verso la macchina fotografica, gli occhi aperti, la mano sinistra distesa, poggiata sulla guancia. In un’altra, è seduta tra le mie mani su un tavolo da picnic, lo sguardo puntato verso il mare. In un’altra ancora, io e lei dormiamo insieme, la sua testolina di tre anni è accoccolata nell’incavo del mio braccio. Attraverso tutti i cambiamenti che queste foto fermano nel tempo, mia figlia rimane la stessa bambina. Sull’altro lato dello specchio ho una foto di Loretta scattata il 22 dicembre 2003, diciotto settimane prima che nascesse. L’ecografia restituiva un’immagine nitida di lei: la sua testa minuta, reclinata indietro, il braccio alzato e il palmo della mano rivolto verso il viso. A quel punto, sarebbe stato possibile, e del tutto legale, porre termine alla sua vita».
(I. Vilar, Scritto col mio sangue, Corbaccio, 2009).

E’ il 1975 e Oriana Fallaci pubblica “Lettera a un bambino mai nato”
«La mia mamma, vedi, non mi voleva. Ero incominciata per sbaglio, in un attimo di altrui distrazione. E perché non nascessi ogni sera scioglieva nell’acqua una medicina, poi la beveva, piangendo. La bevve fino alla sera in cui mi mossi, dentro il suo ventre, e le tirai un calcio per dirle di non buttarmi via. (…) Penso che mi dispiacerebbe non essere nata perché nulla è peggiore del nulla. Io (…) non temo il dolore. Esso nasce con noi, cresce con noi, ad esso ci si abitua come al fatto d’avere due braccia e due gambe. Io, in fondo, non temo neanche di morire: perché se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente. Io temo il niente, il non esserci, il dover dire di non esserci stato, sia pure per caso, sia pure per sbaglio, sia pure per l’altrui distrazione. Molte donne si chiedono: mettere al mondo un figlio, perché? Perché abbia fame, perché abbia freddo, perché venga tradito e offeso, perché muoia ammazzato alla guerra o da una malattia? E negano la speranza che la sua fame sia saziata, che il suo freddo sia scaldato, che la fedeltà e il rispetto gli siano amici, che viva a lungo per tentare di cancellare le malattie e la guerra. (…)
Trasformiamoci in un pianeta di vecchi. Milioni e milioni di vecchi incapaci di generare, mentre la razza umana si estingue, come nei racconti di fantascienza ambientati su Marte, sullo sfondo di meravigliose città che si sgretolano: abitate solo da fantasmi. I fantasmi di tutti coloro che avrebbero potuto essere e non sono stati. I fantasmi dei bambini mai nati. Oppure diventiamo tutti omosessuali, tanto il risultato sarebbe lo stesso: un pianeta di persone incapaci di generare. (…) Ho letto da qualche parte che è possibile effettuare il trapianto di embrioni. Una conquista della biologia tecnologica. Si toglie l’uovo fertilizzato dal ventre della madre e lo si trasferisce nel ventre di una donna disposta a ospitarlo. Lo si fa crescere lì. (…) Perdonami. Sto vaneggiando. (…)
Non spetta a noi stabilire a priori chi sarà sbagliato e chi no, se sarà sbagliato oppure no. Omero era cieco e Leopardi era gobbo. Se gli Spartani li avessero gettati dalla rupe Tarpea l’umanità sarebbe più povera: escludo che un campione olimpionico valga più di un poeta cieco o storpio».
(O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, 1975)

Oltre la siepe e oltre la vita, aspettando qualcosa
«30 agosto 1944. Giovannino seduto per terra sulla sabbia deserta. E’ solo, ma non è solo. La vita gli diede tre figli, ma il secondo non ebbe niente dalla vita (né una briciola di luce, né un filo d’aria, né un nome), perché quando nacque già la morte l’aveva agghiacciato. Ma egli ravvivò la bocca muta con un soffio del suo respiro; accese gli occhi spenti con un po’ di luce dei suoi occhi, e gli fece un nome con un pezzettino del suo cuore: Ci. E Ci – non nato – visse. E fu sempre con suo padre, e anche ora è qui con lui (nel Lager di Sandbostel ndr), e nessuno lo sa. (…) Gli uomini l’hanno diviso dagli altri suoi figli, ma Ci è sempre con lui; e nessuno può staccarlo da lui, neppure la Morte. Perché il giorno in cui egli getterà il suo fardelletto d’ossa, Ci ancora sarà al suo fianco, e lo prenderà per la mano, e assieme cammineranno sulle nuvole cupe e sui mari tempestosi dell’Eternità. Un uccellino ha fato il nido nel suo cuore: Ci. (…) Non sa parlare, Ci, ma comprende suo padre perché è una parte del cuore di lui, e vive dei battiti del cuore di lui. Giovannino, seduto sulla sabbia deserta, al limite del campo, sembra solo. E invece Ci è qui con lui, seduto sulla sua spalla destra, col faccino appoggiato alla sua gota scarna. E insieme guardano oltre la siepe e oltre la vita, aspettando qualcosa».
(G. Guareschi, Diario clandestino, BUR)

Ho trovato alcune immagini su questo sito, la cui autrice così parla del suo lavoro: «They say some women have “a glow” when they are expecting and I certainly think that would apply to this gorgeous mom to be. When I first began shooting maternity I never knew how much I would come to love it. It’s such an amazing expression of complete femininity and the female body in it’s most breathtaking state. I hope you enjoy this “glowing” session.»

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